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.::SETTEMBRE 2007::. |
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Antonio Palumbo Mostra antologica ndi pittura e graficadi Patrizia Di Franco
“L’arte ha lunga durata”(Seneca). “L’arte è una passione”(Wilde). “Un grande artista non è mai povero”(Blixen). Sicuramente la pittura è la passione prioritaria, il primo amore per eccellenza, del molese Antonio Palumbo, unita alla studio e alla ricerca sulla cultura popolare, e alla predilezione per il “Kantor”, Bach, massimo esponente in epoca barocca della musica contrappuntistica e autore di celeberrime fughe(“Clavicembalo ben temperato, 48 preludi e fughe), dei “Concerti brandeburghesi”e della bellissima “Passione secondo Matteo”che il nostrano regista Pier Paolo Pasolini utilizzò come colonna sonora in due suoi memorabili film”Accattone” e”Il Vangelo secondo Matteo”. Altro dato certo è il sentirsi ricco e amato come artista e come uomo, a maggior ragione dopo aver percepito in maniera tangibile l’affetto dei suoi cari, degli amici e dei molesi, che lo hanno circondato di calore, sommerso di complimenti e attestazioni di stima. La dichiarazione più commovente e bella è senza alcun dubbio ravvisabile nelle seguenti frasi scritte sul libro degli ospiti, nel corso del vernissage svoltosi a Mola:”Papy, 6 stato grande, hai saputo come sprigionare tutta la tua creatività ed energia nell’arte e grazie per avermi fatto provare queste emozioni. 6 il babbo più grande del mondo. By tua figlia Ilaria”. Cosa voler chiedere di più alla vita?E tutto ciò probabilmente per Antonio ha anche il sapore della”rivalsa”e di una sorta di “risarcimento danni” esistenziale, per il male ricevuto, per i tanti dolori. Ciò che in passato gli è mancato e gli è stato tolto, la vita e le persone che gli vogliono bene glielo hanno reso con gli interessi. “Ho perso mia madre a diciotto anni e la sua perdita mi ha segnato profondamente”. Questo evento luttuoso, incolmabile vuoto, incommensurabile dolore, lo si legge nei suoi occhi, tuttora, quando parla di lei, e lo si intuisce anche nelle sue opere, il cui fil rouge è una sorta di malinconia ma mai ripiegata su se stessa, e mai algida, stantia, bensì emozionante, vivida, umana e incline alla speranza.
“Nà ttene iarte ne pparte”(non ha né arte, né parte, non sa far nulla), frase idiomatica riportata nel “Vocabolario etimologico illustrato del dialetto molese”, scritto(e pubblicato nel 2001)con Antonio Abatangelo, è mille anni luce lontana dall’uomo e dal pittore Palumbo. In tutto ciò che lui fa, ci mette il cuore. Impegno, passione, amore, studio, nella pittura, nella scrittura, nella musica. Nulla è lasciato al caso e nulla è fatto senza slancio, dedizione, abnegazione, sacrificio, scrupolosità e perizia certosina. Dopo ben 22 anni, Antonio Palumbo, ha ripreso la sua attività espositiva:a Cava de’Tirreni(dal 18 al 27 maggio), nel Complesso Monumentale San Giovanni e a Mola di Bari( 15/ 24 giugno)a Palazzo Roberti. La mostra itinerante è stata intitolata”Opere 1970-85”, una mostra antologica di pittura e grafica. A Cava de’ Tirreni era presente il Direttore dell’azienda di Soggiorno e Turismo, in sostituzione dell’amministratore della stessa azienda, Umberto Petrosino;e l’Assessore alla Cultura di Mola, Andrea Gargiulo, in rappresentanza dell’amministrazione molese. La mostra a Mola è stata introdotta dal discorso del sindaco Nico Berlen che ha espresso apprezzamento e stima nei confronti di Palumbo:”Sono lieto e onorato che Mola ospiti la Mostra antologica di Antonio il quale manifesta una sensibilità particolare. E’ un concittadino valente, un artista poliedrico che da sempre dimostra il suo amore per l’arte, la cultura e soprattutto per Mola e i molesi, per il territorio, e non perde occasione per far conoscere ed enfatizzare le nostre tradizioni. Antonio dice che la mostra è stata un pretesto per rimettersi in gioco ma i tipi come lui non sono mai fuori gioco”. Le due mostre hanno riscosso apprezzabili riscontri di pubblico e critica, e molte sono state pure le grafiche vendute, sia a Cava che a Mola, tra cui:””Cagliostro”, gessetti e pastelli su carta, 40 x 50;il bozzetto del “Cristo”, biro e acquerello, 21 x 30;”Nudo disteso”, acquerello a matita, 20 x 28, con appunti scritti nel modo di Leonardo da Vinci, ossia speculare; ”Lo Studio di Figura”, gessetti, 50 x 70;”Figura distesa” acquerello su carta patinata lucida e stropicciata;”Nudo maschile” , a gessetti cerosi, 50 x 70. L’indice rilevante di gradimento è testimoniato non solo dagli acquirenti colpiti dalle sue opere, ma anche dai tanti visitatori.
Verba volant scripta manent, e di sicuro saranno un bel ricordo i libri degli ospiti di Cava e di Mola, e sono loro la miglior”critica”, il commento più valido e importante. Tra i commenti cavesi più lusinghieri:”Ottima scelta comunicativa con forme e colori che segnano una costante nella voglia di arrivare direttamente al cuore. Grande voglia di evitare l’effetto di mero descrittivissimo ma sempre con equilibrio nelle scelte. Un grande maestro”; e ancora:”Sensazioni uniche, piene di vera arte e sensibilità artistica. La tristezza e la malinconia in alcune opere lascia totalmente senza fiato. Complimenti” ; e, dulcis in fundo:”Il disegno elegantemente plastico e incisivo rende le sue figure sensuali, pensanti, tra l’estasi e nostalgie lontane. L’arte di una narrazione al contemplativo. Complimenti Palumbo!”. Non sono stati da meno i molesi, uno per tutti:”L’arte del maestro Antonio Palumbo trasmette un profondo sentimento per la vita e per il proprio paese. Il mio consiglio: riprendere a dipingere per donarci emozioni”. Un attesa durata due decenni, un ritorno alla grande, di cui può esser a buon ragione e a buon titolo, orgoglioso Antonio Palumbo, in primis per se stesso, ma anche per i suoi familiari, per i molesi che ha rappresentato non solo, di recente, a Cava de’Tirreni, ma anche all’estero e in altre circostanze. Nato a Mola, classe 1952, Antonio Palumbo ha studiato presso l’Istituto d’Arte di Bari e quindi all’Accademia di Belle Arti di Lecce, trasferendosi poi a quella di Bari alla scuola di Roberto de Robertis e al corso di incisione di Mario Colonna. Dal 1972 al 1985, ha esposto in diverse mostre collettive e personali, a Bari, Roma, Mola di Bari, Matera, Milano, Londra. Da sempre appassionato di musica, ha conseguito la”Licenza di Teoria, solfeggio e dettato musicale presso il conservatorio”Niccolò Piccinni”di Bari. Nel 1972 fa parte del gruppo che affianca il Maestro Nicola Diomede nel rifondare l’Accademia del Canto, storica Polifonica nata sulle ceneri della vecchia Schola Cantorum e tuttora in piena attività. Per diversi anni ha suonato e insegnato la chitarra a un centinaio di ragazzi, suoi allievi. Si è sempre interessato della cultura popolare, e per molti anni si è dedicato allo studio e alla ricerca della musica folk pugliese , in particolar modo, alla trascrizione, elaborazione ed armonizzazione dei Canti Popolari Molesi, trasmessi in varie radio locali e, nel 1997, è stato pubblicato il libro”Canti popolari molesi e di terra di Bari”(testi, musiche e note a margine, con glossario Etimologico in appendice ai canti)con audiocassetta allegata. “Questi canti popolari molesi rappresentano un lavoro di ricerca e di recupero sul campo, cominciato sul finire degli anni Sessanta e protrattosi per circa quindici anni. Sulla melodia “Uè màmme appéce u tòbbe(il lume a petrolio N.d.R.)”per esempio, si ritrovavano versi di altri canti ed ancora, con le strofe di uno stesso canto, raccolto da diversi informatori, si potevano ricostruire molte versioni(vedi “I megghìre d’i Mérechene”). Era questo il mio compito più impegnativo e comunque più affascinante:ricostruire una storia da vari frammenti e dare unità melodica alla stessa, salvare infine una tradizione che per secoli era rimasta esclusivamente orale e si stava perdendo. Atto d’amore verso Mola e i molesi, in tale nota dello stesso autore nella prefazione del suddetto libro. Altri tributi d’amore sono stati il “Vocabolario etimologico illustrato del dialetto Molese” e l’aver riportato(dopo averne avuto l’idea e aver preso i primi contatti a Napoli nel 2005) , assieme al Comitato pro Niccolò, il celebre musicista Niccolò van Westerhout, nella sua natia Mola, a febbraio 2007, evento di cui l’Idea ha diffusamente scritto nello speciale dello scorso numero. Nella prefazione del dizionario molese, Emanuele Tortorelli, così si pronuncia:”Un’opera di questa mole comporta un lavorìo da appassionati e dimostra che l’affetto per il paese d’origine è molla straordinaria, capace di trasfigurare e potenziare le qualità intrinseche di ciascuno di noi. Per amore del proprio dialetto si diventa lessicologi, etimologisti e fonetisti, mestieri non dei più comodi;tuttavia emerge sempre, compatta, la coscienza di poter comunicare qualcosa e la voglia di farlo. Questo è il lavoro complesso e articolato di Abatangelo e Palumbo, che ormai si ha sotto gli occhi. Lavoro complesso e articolato, promette di offrire una raccolta asettica e ordinata di vocaboli, ma il lettore più attento vi scopre presto la passione, l’impeto di chi ha fatto del dialetto e della sua espressione una ragione di vita”.
Palese, fervente passione, la si riscontra nelle sue opere pittoriche, ritratti, serigrafie, gessetti, disegni. Molti dei suoi quadri sono una” Moleskine”, un taccuino ricco di aneddoti, di note, accadimenti importanti, ricordi, emozioni, eventi che hanno segnato la sua vita o ricordi di infanzia e prima giovinezza. Come per esempio:il gatto della nonna, immortalato in un bellissimo quadro(tra i miei preferiti, assieme alle”Donne di Leonida”)intitolato”Cagliostro” dall’omonimo nome del piccolo felide;e ancora:”Il Sergente”, durante il servizio militare, dedicato al suo sergente appassionato di musica e pittura anch’egli;”Autoritratto”del 1975; ”Ritratto di un’amica”;”Tre modelle”del 1984, che ritrae tre corpulente modelle in posa all’Accademia di Lecce, che richiamano l’immagine femminile dei quadri di Botticelli o meglio ancora di Botero;”Plaisir d’amour, acrilico su tela, cm 120 x 80, che mostra una donna dalle procaci forme, distesa supina, con un mandolino che le copre il monte di Venere e le intimità, e il mare, Mola, come sfondo. Come flashback, scene retrospettive, gli saranno passati davanti agli occhi, nella mente e nell’anima , in quanto la mostra non era solo un’antologica pittorica ma “il libro della sua vita”. L’amore per la musica torna oltre che ne”Il Sergente”, anche in”Asturias”, studio per chitarra, del 1976, dal titolo di uno stupendo brano di Albeniz, si tratta di un olio su cartone telato, 40 x 50;in”Natura morta con strumenti musicali”, del 1975, olio su masonite, 44 x 62;e, nel sopra citato, “Plaisir d’amour”, del 1984, motivo ispiratore:altro bellissimo brano di padre Martini che, testuali parole di Palumbo:”ha accompagnato la mia giovinezza”. La plasticità, l’armonia, l’erotismo, la bellezza, l’espressività, il mistero, la sinuosità, la carnalità, della figura femminile sono la massima ed evidente peculiarità ed espressione nella pittura di Antonio Palumbo. Lo si vede in”Plaisir d’amour”, nei tanti bozzetti, nei quadri precedentemente menzionati e descritti, in “Specchi”del 1975, olio e tessere musive su tela 40x 50, specchio qui inteso come mezzo di rimando introspettivo. Alcuni quadri sono un richiamo a:impressionismo, espressionismo e pointillisme;al “Femme aprés le bain(aprés le bain, femme s’essuyant la nuque), di Edgar Degas ;o al”Torse de Jeune fille au soleil”di Auguste Renoir, lo stesso artista (e ritrattista)disse di voler dipingere le donne come”bei frutti”e aggiungeva :”Io amo le donne e i dipinti che mi invogliano a passare la mia mano sopra un seno o sopra una spalla”. La stessa ammirazione, lo stesso amore, desiderio, passione, riscontrabile nei quadri, nei bozzetti, di Antonio Palumbo, che con la sua mostra antologica, rende omaggio, oltre che a Mola, e alle figure importanti del proprio passato, in primis alle donne, muse ispiratrici dei più grandi artisti di tutti i tempi”.
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