.::GIUGNO 2008::.

ARRIVEDERCI PAPA BENEDETTO XVI

di AMALIA ANZALONE

Il primo viaggio apostolico negli Stati Uniti di Papa Benedetto XVI si è concluso la sera del 20 aprile scorso con una cerimonia all’aeroporto internazionale John F. Kennedy, preceduta da due ore di preghiera in oltre venti lingue diverse. Emigranti di tutti gli apostolati della Diocesi di Brooklyn e Queens hanno avuto il piacere di partecipare a quest’evento indimenticabile. L’Hangar 19, il garage dell’aeroporto dove si è svolta la cerimonia, è stato trasformato in un grande teatro di fede nel quale oltre 3000 persone raccolte in preghiera erano in attesa dell’arrivo da Manhattan di Sua Santità. Questa era l’ultima sosta del Santo Padre dopo sei giorni di visita a Washington, D.C. e New York City. Durante il suo soggiorno americano, Papa Benedetto XVI ha avuto grandi acclamazioni dai suoi seguaci e immenso rispetto da persone non-cattoliche che si accingevano per le strade affollate in cerca di vederlo anche se per pochi istanti.  Quindi un pomeriggio in suo onore prima della sua partenza dagli Stati Uniti era il minimo che si poteva fare per il pastore di oltre 125 milioni di cattolici nel mondo. I preparativi sono stati tanti e lunghi.   I vescovi di Brooklyn, insieme ad un comitato composto da religiosi e laici, hanno preparato un programma di preghiera multilingue che rispecchia tutti i fedeli della Diocesi. Il giorno primo della cerimonia, sabato 19 aprile, per la prova generale che è durata oltre sette ore, si sono dovuti recare all’aeroporto Kennedy gli elementi delle due orchestre, i tre cori e il gruppo di lettori che hanno guidato i fedeli a pregare in diverse lingue. Io, compresa nel gruppo lettori, sono arrivata all’aeroporto verso le 11 del mattino e come tutti gli altri partecipanti ho dovuto attraversare una vera e propria flotta di agenti di polizia, pronti eventualmente qualcuno avrebbe causato danni al Boeing 777 Alitalia usato dal Vaticano per il viaggio del Papa, oppure al luogo della cerimonia.  Siamo rimasti fino al tardo pomeriggio, perchè ogni minimo dettaglio della cerimonia fosse curato sempre sotto lo sguardo degli agenti del servizio segreto che tenevano alla massima sicurezza per il Papa. L’indomani, l’atteso giorno del 20 aprile, ci siamo recati al Floyd Bennett Field di Brooklyn per imbarcare su uno dei 36 autobus gialli che il ministero della pubblica istruzione usa giornalmente per studenti.  Alle quindici gli autobus gialli gremiti di adulti partono verso l’aeroporto scortati da auto di polizia. Un’auto di polizia blocca il traffico sul tratto d’autostrada che congiunge all’aeroporto per fare strada libera agli autobus.  Dopo circa venti minuti siamo arrivati a Hangar 19, proprio accanto al jet 777 Alitalia Sestriere, denominato temporaneamente Sheperd One, che ha avuto l’onore di avere come passeggero il successore di San Pietro. Appena passati i punti di sicurezza, ci siamo recati ai nostri posti, aspettando pazientemente che il resto dei fedeli prendessero posto. Alle diciassette s’inizia un’ora di canti e letture religiose in diverse lingue. La lettera enciclica Spe Salvi, Maria, Stella della Speranza è stata letta in cinque lingue, compreso l’italiano. Alle diciotto s’inizia sotto la guida del vescovo Caggiano la recita del santo rosario. Appena terminata la preghiera, le grandi porte di ferro del garage che ci ospitava vengono serrate e su due maxi schermi viene proiettata la partenza del Papa da Manhattan su un elicottero militare. Pochi minuti dopo, il Santo Padre arriva all’Hangar 19. Un momento indescrivibile e indimenticabile. Fedeli d’ogni nazionalità erano tutti commossi in presenza del Santo Padre. Centinaia di macchine fotografiche che scattavano foto in continuo a colui che rappresenta Cristo sulla terra. Inizia il vice presidente americano Cheney, leggendo il suo discorso di ringraziamento, dichiarando al Papa che con la sua visita ha onorato tutti in America. Subito dopo, Benedetto XVI si avvicina ai microfoni e inizia il suo messaggio di pace. I fedeli seguono in silenzio, mentre le sue parole si odono chiaramente nell’ampio garage.  Durante ogni sua sosta, grandi applausi.  Poi quattro bambini gli offrono un omaggio di fiori.  Di nuovo, grande commozione.  Sua Santità saluta calorosamente, e poi lascia l’Hangar 19 per avviarsi verso il jet che lo aspettava per riportarlo a Roma. In un’epoca in cui sembra che la fede verso Cristo si sia indebolita, questo pomeriggio è stato una vera testimonianza che Cristo è la Nostra Speranza, proprio come ha proclamato il Papa in questo suo viaggio apostolico. Per tutti coloro che nel loro cuore non ospitano fratellanza verso il prossimo, si spera che le parole di pace che Benedetto XVI ha proclamato continuamente, durante la sua prima visita negli Stati Uniti, penetrino il loro cuore e che nel futuro alberghi soltanto amore e mai più odio verso il prossimo.

 

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