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CARNEVALE
di
Tiziano T. Dossena

Carnevale
è una festa dell’allegria, dell’indulgenza, un addio alle abitudini
di tutti i giorni prima dell’austero periodo della Quaresima, durante
i quali i nostri antenati si astenevano dal cibarsi di carne, attuavano
penitenze o addirittura si auto-procuravano sofferenze fisiche per
liberarsi dei propri peccati, usanza che, grazie a Dio, è ritenuta solo
da una minima frazione dei cattolici odierni. Ecco quindi l’origine
del nome carnevale dal latino “carnem levare”, come può
confermare il vocabolo siciliano “carnilivari”, in altre parole
l’eliminazione della carne dalla dieta giornaliera. Da allora il
carnevale ha avuto trasformazioni d’ogni genere, prima di arrivare
alla gaia e spensierata festa d’oggigiorno. Il periodo di carnevale,
inoltre, si è celebrato in giorni diversi secondo i luoghi, fermo
restante il punto di riferimento del martedì grasso, il giorno
antecedente il mercoledì delle ceneri, come ultimo giorno dei
festeggiamenti; quindi la baldoria poteva durare una settimana oppure un
mese.
Ogni
città e paese italiano hanno una o più maschere carnevalesche che le
rappresentano nei vari cortei carnevaleschi. Queste maschere sono quasi
tutte di più recente creazione e si devono attribuire al successo del
Teatro Dell’Arte goldoniano che riuscì a popolarizzare alcuni di
questi personaggi, creando uno stimolo culturale per la nascita di tanti
altri. È interessante
notare che le maschere già conosciute in precedenza al trionfo del
teatro goldoniano, come Arlecchino e Pulcinella, portavano con se i
segni delle loro origini, che si perdono nell’arco dei secoli così
come quelle del carnevale. Queste figure, difatti, portavano sempre una
maschera con espressioni spaventose, sardoniche, quasi demoniache, così
come lo facevano buona parte delle maschere del teatro greco-romano e
della festa che poi sarebbe diventata carnevale. Questa espressione è
stata poi ammorbidita dopo il periodo rinascimentale, assumendo
gradualmente espressioni più comiche che paurose, anche se un poco
dell’aspetto maligno permane in alcune di esse. Arlecchino, del resto,
è un “Servitore di due padroni” ed il suo nome appare già
nell’Inferno di Dante (Alichino) come uno dei diavoli.
La
nascita di queste maschere tradizionali ha assunto un’altra
caratteristica, che si è cercata di riflettere nel costume stesso del
personaggio, vale a dire quella di attribuirsi tutti i pregi e difetti
che la consuetudine accolla ad una particolare città. Pulcinella è
quindi un furbastro simpatico (Napoli) e Meneghino è un accanito
lavoratore ma un poco rozzo (Milano). Questi erano gli stereotipi cui la
gente era adusa e che furono usati nella creazione di molte di queste
maschere. Ovviamente anche queste caratteristiche, così come la parlata
dialettale che le distingueva immediatamente, e l’origine demoniaca o
d’oltretomba di esse, riflesso anche di lugubri tradizioni nordiche (Halloween)
quanto delle sue radici greco-romane, si sono attenuate nel tempo,
presentandoci soggetti con meno vizi e più comicità, ma anche con meno
individualità.
I
saturnalia erano dei riti per la fertilità legati alle stagioni. In
essi il popolo si dava alla pazza gioia per un breve periodo, durante il
quale quasi tutto era ammesso. Al termine dei saturnalia si usava
bruciare al rogo un’immagine in paglia del dio Saturno per
propiziarselo e cancellare tutte le smoderatezze fatte durante i
festeggiamenti. Dopo di ciò ci si dedicava anima e corpo alla
preparazione dei campi e di tutto ciò che il raccolto richiedesse.
Questa festa pagana fu prima abolita e poi trasformata dalla Chiesa in
carnevale, ritenendo l’essenza della celebrazione della vita materiale
prima di affrontare il periodo quaresimale di penitenza. Il rogo del Re
Carnevale in molte città italiane, quali Venezia, Putignano e Sciacca,
e della maschera locale in Cento e Ronciglione, hanno rimpiazzato il
rogo del dio Saturno. In altre si celebra la liberazione dal giogo delle
tasse (Viareggio) o del signorotto locale ( Ivrea, Caraglio), ma permane
in tutti i festeggiamenti, l’aura dei riti propiziatori pagani della
fertilità.
Le
nostre città hanno tradizioni carnevalesche che le distinguono una
dall’altra e le rendono degne d’attenzione per i turisti. In Ivrea
si combatte la spettacolare “Battaglia delle Arance”, combattuta tra
gli “aranceri” a piedi (plebei) e quelli sui carri (patrizi). A
Viareggio la sfilata dei carri ha assunto dimensioni straordinarie ed è
seguita da tutte le stazioni televisive per l’originalità e la varietà
dei carri allegorici. A
Cento, la suggestiva sfilata dei carri si è arricchita negli anni di
caratteristiche che la fanno assomigliare sempre più a Rio de Janeiro,
città brasiliana gemellata a Cento e nota per il suo tumultuoso
carnevale. Gruppi numerosi d’attraenti ragazze, con incantevoli e
‘stimolanti’ costumi, s’intromettono tra i carri ballando a ritmo
di samba, dando alla sfilata un tocco esotico. Regali d’ogni genere,
inoltre, vengono ‘gettati’ dai carri tra il pubblico, affinché
“nessuno torni a casa da Cento a mani vuote”, come si usa anche a
New Orleans, la città statunitense devastata dall’uragano nel 2006,
ospite anch’essa di un famoso carnevale.
Oltre
alla ben nota sfilata, nella quale appaiono carri decorati
esclusivamente con garofani e carri con maschere di cartapesta dai quali
vengono gettati confetti, Acireale offre giochi popolari come il “tiro
alla fune”, “l’albero della cuccagna”, “la corsa dei
sacchi”. Ad Oristano, invece, si svolge la “Sartiglia”, una vera e
propria “tenzone” con cavalli addobbati e cavalieri mascherati che
dovranno combattersi con la loro lancia. Un gruppo di rappresentanti del
popolo elegge quindi “Su Cumponidori”, il re della Sartiglia, che
dovrà infilzare la propria spada al centro di un’effige a forma di
stella, sospesa di fronte al Duomo, assicurando con tale azione
un’annata prospera per gli Oristanesi.
Parlare
di carnevale e non nominare Venezia però sarebbe un peccato mortale. La
magnificenza del carnevale veneziano è conosciuta in tutto il mondo. Il
corteo delle imbarcazioni decorate a festa e la marea di “bautte” e
“mattaccini” che invade tutte le viuzze, stradine e vie della città,
mescolandosi con maschere d’ogni tipo e forma, offre al fortunato
visitatore un’esperienza visiva impareggiabile, inimitabile come solo
Venezia sa offrire.
Noi
italiani abbiamo saputo fare del carnevale un’arte, ma anche nel resto
del mondo le celebrazioni sono più che rispettabili. A parte le
rinomate Rio de Janeiro e New Orleans, cui ho già accennato, il
carnevale di Nizza con le sue sfilate e battagli di fiori attira più di
due milioni di spettatori. In Germania, molte città hanno dei
“Karneval” di rilievo, con caratteristiche più attinenti alle
usanze pre-cristiane, con presenza di demoni e streghe. Interessante è
l’usanza di tagliare la cravatta agli uomini il Giovedì grasso, cosa
che avvenne proprio a me venti anni fa nel centro di Hoffenbach, ignaro
visitatore che stupidamente portava al collo una cravatta di Christian
Dior.
IDEA
MARZO 2007

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