.::MARZO 2007::.

CARNEVALE

 

di Tiziano T. Dossena

 

 

Carnevale è una festa dell’allegria, dell’indulgenza, un addio alle abitudini di tutti i giorni prima dell’austero periodo della Quaresima, durante i quali i nostri antenati si astenevano dal cibarsi di carne, attuavano penitenze o addirittura si auto-procuravano sofferenze fisiche per liberarsi dei propri peccati, usanza che, grazie a Dio, è ritenuta solo da una minima frazione dei cattolici odierni. Ecco quindi l’origine del nome carnevale dal latino “carnem levare”, come può confermare il vocabolo siciliano “carnilivari”, in altre parole l’eliminazione della carne dalla dieta giornaliera. Da allora il carnevale ha avuto trasformazioni d’ogni genere, prima di arrivare alla gaia e spensierata festa d’oggigiorno. Il periodo di carnevale, inoltre, si è celebrato in giorni diversi secondo i luoghi, fermo restante il punto di riferimento del martedì grasso, il giorno antecedente il mercoledì delle ceneri, come ultimo giorno dei festeggiamenti; quindi la baldoria poteva durare una settimana oppure un mese. Ogni città e paese italiano hanno una o più maschere carnevalesche che le rappresentano nei vari cortei carnevaleschi. Queste maschere sono quasi tutte di più recente creazione e si devono attribuire al successo del Teatro Dell’Arte goldoniano che riuscì a popolarizzare alcuni di questi personaggi, creando uno stimolo culturale per la nascita di tanti altri.  È interessante notare che le maschere già conosciute in precedenza al trionfo del teatro goldoniano, come Arlecchino e Pulcinella, portavano con se i segni delle loro origini, che si perdono nell’arco dei secoli così come quelle del carnevale. Queste figure, difatti, portavano sempre una maschera con espressioni spaventose, sardoniche, quasi demoniache, così come lo facevano buona parte delle maschere del teatro greco-romano e della festa che poi sarebbe diventata carnevale. Questa espressione è stata poi ammorbidita dopo il periodo rinascimentale, assumendo gradualmente espressioni più comiche che paurose, anche se un poco dell’aspetto maligno permane in alcune di esse. Arlecchino, del resto, è un “Servitore di due padroni” ed il suo nome appare già nell’Inferno di Dante (Alichino) come uno dei diavoli. La nascita di queste maschere tradizionali ha assunto un’altra caratteristica, che si è cercata di riflettere nel costume stesso del personaggio, vale a dire quella di attribuirsi tutti i pregi e difetti che la consuetudine accolla ad una particolare città. Pulcinella è quindi un furbastro simpatico (Napoli) e Meneghino è un accanito lavoratore ma un poco rozzo (Milano). Questi erano gli stereotipi cui la gente era adusa e che furono usati nella creazione di molte di queste maschere. Ovviamente anche queste caratteristiche, così come la parlata dialettale che le distingueva immediatamente, e l’origine demoniaca o d’oltretomba di esse, riflesso anche di lugubri tradizioni nordiche (Halloween) quanto delle sue radici greco-romane, si sono attenuate nel tempo, presentandoci soggetti con meno vizi e più comicità, ma anche con meno individualità. I saturnalia erano dei riti per la fertilità legati alle stagioni. In essi il popolo si dava alla pazza gioia per un breve periodo, durante il quale quasi tutto era ammesso. Al termine dei saturnalia si usava bruciare al rogo un’immagine in paglia del dio Saturno per propiziarselo e cancellare tutte le smoderatezze fatte durante i festeggiamenti. Dopo di ciò ci si dedicava anima e corpo alla preparazione dei campi e di tutto ciò che il raccolto richiedesse. Questa festa pagana fu prima abolita e poi trasformata dalla Chiesa in carnevale, ritenendo l’essenza della celebrazione della vita materiale prima di affrontare il periodo quaresimale di penitenza. Il rogo del Re Carnevale in molte città italiane, quali Venezia, Putignano e Sciacca, e della maschera locale in Cento e Ronciglione, hanno rimpiazzato il rogo del dio Saturno. In altre si celebra la liberazione dal giogo delle tasse (Viareggio) o del signorotto locale ( Ivrea, Caraglio), ma permane in tutti i festeggiamenti, l’aura dei riti propiziatori pagani della fertilità.

Le nostre città hanno tradizioni carnevalesche che le distinguono una dall’altra e le rendono degne d’attenzione per i turisti. In Ivrea si combatte la spettacolare “Battaglia delle Arance”, combattuta tra gli “aranceri” a piedi (plebei) e quelli sui carri (patrizi). A Viareggio la sfilata dei carri ha assunto dimensioni straordinarie ed è seguita da tutte le stazioni televisive per l’originalità e la varietà dei carri allegorici.  A Cento, la suggestiva sfilata dei carri si è arricchita negli anni di caratteristiche che la fanno assomigliare sempre più a Rio de Janeiro, città brasiliana gemellata a Cento e nota per il suo tumultuoso carnevale. Gruppi numerosi d’attraenti ragazze, con incantevoli e ‘stimolanti’ costumi, s’intromettono tra i carri ballando a ritmo di samba, dando alla sfilata un tocco esotico. Regali d’ogni genere, inoltre, vengono ‘gettati’ dai carri tra il pubblico, affinché “nessuno torni a casa da Cento a mani vuote”, come si usa anche a New Orleans, la città statunitense devastata dall’uragano nel 2006, ospite anch’essa di un famoso carnevale. Oltre alla ben nota sfilata, nella quale appaiono carri decorati esclusivamente con garofani e carri con maschere di cartapesta dai quali vengono gettati confetti, Acireale offre giochi popolari come il “tiro alla fune”, “l’albero della cuccagna”, “la corsa dei sacchi”. Ad Oristano, invece, si svolge la “Sartiglia”, una vera e propria “tenzone” con cavalli addobbati e cavalieri mascherati che dovranno combattersi con la loro lancia. Un gruppo di rappresentanti del popolo elegge quindi “Su Cumponidori”, il re della Sartiglia, che dovrà infilzare la propria spada al centro di un’effige a forma di stella, sospesa di fronte al Duomo, assicurando con tale azione un’annata prospera per gli Oristanesi. Parlare di carnevale e non nominare Venezia però sarebbe un peccato mortale. La magnificenza del carnevale veneziano è conosciuta in tutto il mondo. Il corteo delle imbarcazioni decorate a festa e la marea di “bautte” e “mattaccini” che invade tutte le viuzze, stradine e vie della città, mescolandosi con maschere d’ogni tipo e forma, offre al fortunato visitatore un’esperienza visiva impareggiabile, inimitabile come solo Venezia sa offrire. Noi italiani abbiamo saputo fare del carnevale un’arte, ma anche nel resto del mondo le celebrazioni sono più che rispettabili. A parte le rinomate Rio de Janeiro e New Orleans, cui ho già accennato, il carnevale di Nizza con le sue sfilate e battagli di fiori attira più di due milioni di spettatori. In Germania, molte città hanno dei “Karneval” di rilievo, con caratteristiche più attinenti alle usanze pre-cristiane, con presenza di demoni e streghe. Interessante è l’usanza di tagliare la cravatta agli uomini il Giovedì grasso, cosa che avvenne proprio a me venti anni fa nel centro di Hoffenbach, ignaro visitatore che stupidamente portava al collo una cravatta di Christian Dior.

 

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