.::DICEMBRE 2008::.

CGIE e Com.It.Es.

A RISCHIO

di Silvana Mangione

L’Italia è uno splendido Paese. Infinitamente creativo. Precede gli altri nell’analizzare problemi proiettati nel futuro e trovare le soluzioni in anticipo sui tempi. Nel 1986, l’Italia ha capito che bisognava dare una prima rappresentanza democratica alle comunità italiane all’estero e ha inventato i Com.It.Es.. Nel 1990, l’Italia ha compreso che bisognava dare alle collettività italiane all’estero una voce istituzionale e autorevole a Roma e ha istituito il CGIE. Nel 2000, l’Italia si è resa conto che non poteva continuare a parlare degli italiani all’estero (e a spremerli come “risorse economiche” nazionali), senza dare loro una presenza diretta al Parlamento, e ha fatto una riforma costituzionale. Ottimo. Il quadro della rappresentanza era completo, da quella di base – giurisdizionale, legata al territorio ed espressione diretta dei cittadini ivi residenti attraverso il suffragio universale – a quella che doveva raccogliere, analizzare, filtrare e ridurre a sintesi le istanze per presentarle nelle stanze dei bottoni, a quella che, entrata a far parte del potere legislativo dello Stato, pur rappresentando tutto il popolo italiano, poteva sensibilizzare gli altri legislatori alle esigenze degli italiani all’estero. Esigenze la cui soddisfazione è una necessità reale prima di tutto dell’Italia stessa, ove essa voglia continuare ad avvalersi delle sue “risorse economiche” – ma anche “politiche, scientifiche, culturali e sociali” – costituite da italiani e italo–esteri, che vivono fuori dai suoi confini. Lo sappiamo, direte voi. E avete ragione. Ma l’Italia non lo sa più e sembra intenzionata a liberarsi dello splendido sistema che ha costruito, talmente intelligente, bello e utile che lo hanno capito e lo stanno copiando gli altri Paesi dell’Unione Europea. Lo hanno dimostrato nell’importante incontro convocato a Parigi, al Quai d’Orsay, Ministère des Affaires étrangères et européennes – equivalente della nostra Farnesina, il nostro Ministero degli Affari Esteri – dalla Presidenza francese dell’Europa Unita nel secondo semestre del 2008. C’erano i rappresentanti di 24 Paesi sui 27 che fanno parte dell’EU. Tutti residenti in Paesi diversi da quelli di origine. Tutti al lavoro per ottenere per se stessi, dai rispettivi Governi e Parlamenti, gli stessi livelli di rappresentanza di cui gli italiani all’estero già godono. Benissimo, direte voi. Sfortunatamente questa volta non è proprio così, perché mentre gli altri vogliono imitarci, da Roma rombano i tuoni e fulmini del “Partito Trasversale”, che gode della maggioranza di consensi ad ogni livello e dice: «Trasferiamo il voto degli italiani all’estero dall’elezione di rappresentanti diretti residenti all’estero a quella di candidati residenti in Italia e cancelliamo il CGIE». Eliminate in questo modo tutte le voci che si levano nella Capitale italiana in difesa dei diritti di chi, per amore o per forza, è andato a vivere fuori dai confini, diventerà facilissimo affamare i Com.It.Es., giocando sulle loro crisi interne, e far sparire nell’oblio anche loro. Questo il quadro disarmante. La piramide della rappresentanza italo–estera comincia a cedere scricchiolando alle crepe in gran parte inflitte dalla cecità di molti Com.It.Es., che vogliono rimanere unici e soli, non rendendosi conto di quanto è grande e difficile il lavoro portato avanti dal CGIE. Ironicamente – si fa per dire – mentre a casa nostra succede questo, gli altri Paesi hanno messo per iscritto nella “Dichiarazione di Parigi”, approvata anche da noi al termine dei lavori, le affermazioni iniziali che sintetizzo qui di seguito. «Considerando che: cresce d’importanza il numero degli europei residenti fuori dal loro paese d’origine, è fondamentale che la EU prenda piena coscienza della necessità di sviluppare una politica specifica per gli espatriati. Considerando che gli espatriati partecipano alla costruzione di un migliore scambio economico, sociale, culturale e scientifico in Europa e nel resto del mondo, le politiche europee devono concernere l’insieme dei cittadini europei espatriati». Le delegazioni presenti dichiarano: «Riteniamo che sia urgente porre questa preoccupazione al vertice delle politiche dell’EU, sollecitiamo le istituzioni europee e nazionali a inserire questa priorità nella programmazione delle loro attività in collaborazione con i – notate bene – RAPPRESENTANTI UFFICIALI DEGLI ESPATRIATi; GIUDICHIAMO OPPORTUNO DOTARE GLI STATI MEMBRI DELL’UNIONE DI UN SISTEMA DI RAPPRESENTANZA DEMOCRATICA DEI LORO ESPATRIATI», anche perché, dice il documento: «Un legame di cittadinanza deve essere garantito. Nessun cittadino dell’Unione deve essere privato del suo diritto di votare alle elezioni nazionali del suo Paese a causa del luogo di residenza. Al fine di garantire l’esercizio di questo diritto fondamentale devono essere adoperati tutti i mezzi: dal VOTO PER CORRISPONDENZA a quello elettronico» e gli espatriati devono poter votare anche per le elezioni del Parlamento europeo e devono ottenere «OLTRE ALLA CREAZIONE DI STRUTTURE NAZIONALI DI RAPPRESENTANZA DEI RESIDENTI ALL’ESTERO», (vale a dire: facciamo come l’Italia e dotiamoci di Com.It.Es. e CGIE) «anche un RICONOSCIMENTO POLITICO ALL’INTERNO DELLE ISTITUZIONI EUROPEE, attraverso l’attribuzione della gestione di queste problematiche ad un Commissario europeo, la creazione di un’Agenzia europea degli espatriati, l’istituzione di una Commissione parlamentare ad hoc all’interno del Parlamento europeo, del Comitato delle Regioni, del Consiglio d’Europa e dell’Assemblea parlamentare dell’Euro-Med, l’inserimento di rappresentanti degli espatriati nel Comitato Economico e Sociale, l’istituzione di un Consiglio degli Europei Espatriati, emanato dai rappresentanti nazionali degli europei residenti e attivo a latere delle istituzioni europee. Questa nuova politica dovrà essere portata avanti mediante un incontro degli “Europei in Movimento” almeno una volta l’anno all’interno dei programmi delle Presidenze Europee che si succedono ogni sei mesi». Più chiaro di così! La delegazione italiana è stata presa d’assalto. Ammiravano il nostro Paese e la sua lungimiranza. Volevano sapere da noi com’è strutturata la nostra rappresentanza ai tre livelli, ci informavano che nei loro Paesi sono in corso di approvazione leggi simili alle italiane per la creazione di loro Consigli Generali dei Residenti all’Estero e di meccanismi di elezione di parlamentari dei residenti all’estero. L’Italia ha dato il buon esempio a 26 paesi, ma si prepara a ridurci ad un futuro in cui gli altri avranno il nostro sistema, ma noi non avremo più alcun tipo di rappresentanza. Peggio ancora: loro saranno rappresentati nei nuovi organismi che si andranno a creare a livello europeo, noi no, perché non avremo più gli strumenti e gli organismi della partecipazione. Perché la splendida Italia, di cui parlavo all’inizio, inventa il futuro e quando potrebbe godere dei frutti internazionali di quanto ha costruito, distrugge se stessa e le sue opportunità. Qualcuno dovrà spiegarmi da dove nasce quest’autolesionismo, che fa male all’Italia molto più che a noi, in un mondo sempre più piccolo, nel quale un paese con poche risorse naturali può tuttavia avere una marcia in più rispetto agli altri soltanto se tiene legati a sé tutti i suoi figli ed i loro discendenti, dovunque essi risiedano, attraverso lo strumento della rappresentanza democratica che nasce dai pieni diritti di cittadinanza.

(Tratto in parte da un articolo della stessa scrivente,pubblicato dal quotidiano Gente d’Italia il3 ottobre 2008)

 

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