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.::DICEMBRE 2006::. |
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CIMBELINO: parte seconda di LEONARDO CAMPANILE
La nascita di Niccolò in Mola lo precludeva dall’esercitare la sua
passione musicale, se non nelle nostre chiese, ma per un enfant
prodige, quale era Niccolò,
non bastava. Fu così che alla tenera età di 13 anni musicò il Giulio
Cesare di Shakespeare. Di
famiglia povera, Niccolò non aveva possibilità di studiare e
perfezionare la sua indole musicale, tanto che il Consiglio Comunale di
Mola Di Bari, con una delibera del 13 Maggio 1870, chiese al Consiglio
Provinciale un sussidio affinché il van Westerhout potesse trasferirsi a
Napoli. Niccolò studia quindi al conservatorio di musica S. Pietro a
Majella di Napoli. In
quel di Napoli, Niccolò incontra il filosofo Antonio Tari, e fu proprio
nella sua casa di via della Salute che il nostro Niccolò inizia la sua
pur vasta produzione musicale fatta di opere, pezzi da pianoforte e
sinfonie. Antonio Tari fu per van Westerhout non solo un amico fraterno ma
la sua guida artistica. “Cimbelino” non fu la sua prima opera scritta. Si parla di
“Tilde”, opera mai rappresentata e della quale si sono perse le
tracce. Intanto Cimbelino, dopo non poche peripezie, viene
rappresentato nel Regio Teatro Argentino di Roma nell’Aprile del 1892. Grande
fu il successo, un teatro gremito in tutta la sua capienza e dove si era
data appuntamento tutta la Roma per bene del tempo, oltre ai tanti
napoletani giunti da Napoli per dare onore al maestro van Westerhout, che
consideravano loro concittadino. I giornali dell’epoca scrissero
articoli nei quali s’illustrava il genio musicale del Maestro e da molte
parti d’Italia, inclusa la cittadina di Mola, giunsero telegrammi di
congratulazioni ed auguri. Durante
e alla fine dell’opera, Niccolò fu chiamato a viva voce e con
scroscianti battimani al proscenio. I presenti contarono ben 30 chiamate,
qualcosa che sembrò dell’incredibile. Dopo questo meritato successo,
Niccolò van Westerhout fu considerato il numero due d’Italia. Si era
quasi alla fine del secolo e Niccolò, con la sua caparbietà di
meridionale, volle insistere nel melodramma operistico che, purtroppo,
alla fine dell’800 stava gia tramontando.
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