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.::DICEMBRE 2009::. |
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C’erano una volta i Com.It.Es., il CGIE e i parlamentari eletti all’esterodi Silvana Mangione Una volta, nel bel tempo che fu, c’erano i Com.It.Es. – Comitati degli Italiani all’Estero – e il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, CGIE. In quell’epoca felice, dal 1991 al 2004, Com.It.Es. e CGIE negli Stati Uniti lavoravano insieme in serenità, per il bene delle comunità, nei rispettivi ambiti di rappresentanza: quella locale, all’interno della Circoscrizione consolare di appartenenza i Comitati; quella nazionale e quindi continentale e mondiale il CGIE. Poi ci furono le elezioni del 2004. Si sentiva già il profumo delle politiche che sarebbero arrivate nel 2006. Molti che non avevano mai fatto nulla per le comunità, ma che avevano un’enorme voglia di diventare deputati o senatori corsero a candidarsi alle elezioni dei cinque Consiglieri del CGIE negli USA, per farsi conoscere a Roma. L’assemblea elettorale premiò chi aveva davvero lavorato, a lungo e intensamente, nella comunità, e ad ogni buon conto aggiunse un giovane, perché bisogna sempre preparare il futuro mentre si vive il presente alla luce anche dell’esperienza passata. Risultarono eletti: Pasquale Nestico, Silvana Mangione, Enzo Centofanti, Valter Della Nebbia e Augusto Sorriso. Alcuni soloni, i geni da premio Nobel, che si ritengono superiori a tutti, non leggono nulla ma sanno tutto, quindi capiscono e spiegano tutto a tutti, non furono eletti. Persero male, non seppero accettarlo e decisero: «Vendetta, tremenda vendetta! Distruggiamo il CGIE!». Il lavoro del CGIE è un lavoro politico, difficile, ingrato, di tessitura di idee e di consensi, di ampio respiro, perché deve ricondurre a sintesi le spinte e gli stimoli, le esigenze e le proposte che vengono da tutto il mondo e portarle nelle stanze dei bottoni, affinché siano approvate. Nei primi due mandati (1991 – 2003) il CGIE aveva gettato le basi di tutto quanto è stato poi realizzato a favore delle collettività emigrate, ivi comprese, appunto, le modifiche costituzionali che hanno portato all’elezione diretta dei parlamentari degli italiani all’estero: dodici deputati e sei senatori. Nel suo terzo e attuale mandato il CGIE, fra le altre cose, tanto per nominarne soltanto qualcuna, ha ottenuto i primi contratti per la fornitura dell’assistenza medica alle fasce più povere della nostra emigrazione nei paesi dove non esiste assistenza medica pubblica garantita a tutti i cittadini; ha finanziato la preparazione, durata due anni, e curato lo svolgimento della Conferenza dei Giovani, cui stiamo dando seguito ancora adesso; ha perseguito con successo la riapertura dei pesanti tagli agli stanziamenti a favore delle attività per gli italiani all’estero, che ci ha fatto recuperare nel 2009 otre 12 milioni di euro, per l’assistenza e per l’insegnamento dell’italiano. Quest’ultima vittoria si è avuta anche perché il CGIE ha fatto la goccia che scava la pietra per cercare di far comprendere a Roma che l’insegnamento dell’italiano è un’attività a favore dell’internazionalizzazione dell’Italia, prima ancora che per i discendenti dell’emigrazione italiana di più antica data. Tutto ciò senza l’aiuto della maggior parte dei Com.It.Es. di casa nostra. Non tutti. Alcuni funzionano benissimo, ma uno di questi, per le sciocche posizioni assunte dagli altri, rischia di cessare di esistere. Perché? Perché la furia distruttiva di chi avrebbe voluto essere al posto degli eletti ha fatto partire il tam tam della riforma alla legge istitutiva del CGIE, teso non a modificare i compiti e le funzioni del Consiglio generale, visto che ormai “ci sono i parlamentari” (?!), ma a sostituire ai Consiglieri eletti dalle assemblee elettorali – composte da Com.It.Es. e associazioni – i Presidenti dei Com.It.Es. e degli Intercomites, in tutto nientepopodimenoche oltre 140 in tutto il mondo. Troppi. E la sciamannata proposta di legge, che potrebbe essere approvata fra breve, alza la soglia del numero degli iscritti all’AIRE nelle circoscrizioni consolari in cui si dovrebbero eleggere i Com.It.Es. da 3.000 (tremila) a 15.000 (quindicimila) nelle Americhe, tagliando così fuori proprio il Com.It.Es. del primo propugnatore di questa bestialità. Per la sua prima riforma il CGIE aveva addirittura votato il contrario, vale a dire l’incompatibilità fra la carica di Presidente di Com.It.Es. e quella di Consigliere del CGIE. Vi faccio qualche esempio. Nella bozza di testo unificato all’esame del Senato, i Presidenti dei Com.It.Es. sono scelti direttamente dagli elettori. Benissimo! Sì, però un eletto con ventimila voti può essere sfiduciato da meno di dieci persone: la maggioranza dei componenti del suo Com.It.Es. Peggio. Poniamo il caso che quattro o cinque Presidenti di Com.It.Es., divenuti Consigliere del CGIE, vengano eletti a cariche interne del Consiglio generale: Presidente, componente del Comitato di Presidenza, Presidente di Commissioni di lavoro. Bello, vero? Basta che siano sfiduciati dal proprio Com.It.Es. per decadere da tutte le altre cariche. Vi pare possibile che a ogni seduta del CGIE così concepito si debba (come si dovrà) votare per cambiare molte se non tutte le cariche a causa delle “sfiducie” che saranno votate a getto continuo in tutto il pianeta? Peggio ancora. Il Com.It.Es. diventa “organo di rappresentanza territoriale”. Che cosa significa? Bisogna che qualcuno me lo spieghi. Il suo maggiore compito è quello di redigere una relazione annuale, da trasmettere all’Ambasciatore, al Console e ai parlamentari eletti nella circoscrizione. Il Consiglio Generale diventa “l’organo di raccordo fra le comunità italiane all’estero in esso rappresentate e le Autorità nazionali, centrali e regionali”, vale a dire la segreteria gratuita dei parlamentari eletti all’estero e il consulente gratuito di chi vorrà usarlo per fare quello che gli pare. Il suo compito è quello di “redigere una relazione programmatica a proiezione triennale entro il 31 ottobre e una relazione consuntiva entro il 31 maggio, da trasmettere a tutti i parlamentari eletti all’estero”. E chi conta davvero? Visto quello che ha fatto finora la maggior parte dei parlamentari eletti all’estero, che Dio ci scampi e liberi! Il Consiglio inoltre «può formulare ai parlamentari proposte, atti d’indirizzo e raccomandazioni in merito alle politiche in favore delle comunità all’estero», nonché collaborare «a realizzare il coordinamento delle politiche promosse dalle Regioni in favore delle comunità italiane all’estero». Mi fermo qui. Se questo doppio scempio dovesse prodursi, i Com.It.Es. degli Stati Uniti passerebbero da undici ad otto, le relazioni dei Com.It.Es. USA non vedrebbero mai la luce e il Consiglio Generale diventerebbe totalmente impotente. Gli stessi parlamentari eletti all’estero, che stanno sostenendo questa riforma per proteggere il proprio orticello, non sarebbero più difesi da nessuno e sparirebbero nella falcidia di scranni e posti al sole operata dalla prossima riforma costituzionale. Lo vado predicando da anni: “If it ain’t broken, don’t fix it, se non è rotto non aggiustiamolo”, perché poi perfino chi ha fermamente voluto aggiustarlo in questo modo sarà costretto a dire: «Si stava meglio quando si stava peggio».
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