.::SETTEMBRE 2009::.

C’era una volta

la rete consolare italiana...

di Silvana Mangione

All’inizio di giugno, il Ministero degli Affari Esteri ha reso nota la quarta fase della “razionalizzazione” della rete consolare, parola con suono positivo che nasconde la mannaia pronta a tagliare, accorpare, diminuire il numero degli uffici consolari nel mondo. Intendiamoci, la rete diplomatico–consolare del nostro paese d’origine è la più estesa del mondo e la sua distribuzione risale a tempi in cui il suo principale obiettivo era di porsi al servizio dei cittadini italiani all’estero e proteggerne i diritti. Quest’impegno, ovviamente, non deve e non può sparire ma, con i cambiamenti storici della seconda parte del secolo scorso e con la globalizzazione in atto, gli uffici consolari devono sempre più diventare antenne in loco per l’internazionalizzazione del sistema Italia. Figuriamoci dunque come mi sono sentita, in qualità di Vice Segretario generale per i Paesi Anglofoni Extraeuropei (Stati Uniti, Australia, Canada e Sud Africa) del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero – CGIE, quando ho scoperto che la quarta fase della ghigliottina ministeriale avrebbe fatto rotolare le teste dei Consolati di Detroit e Filadelfia in USA. A caldo non potevo che considerare incomprensibile questa decisione, intanto perché meno di un anno fa era stato assegnato per la prima volta a Filadelfia un dirigente scolastico, ed ora si voleva chiudere il Consolato Generale del quale egli avrebbe dovuto guidare l’ufficio didattico. Ancora peggio, mi chiedevo se l’Italia sapesse che la FIAT era stata autorizzata all’acquisto di gran parte degli asset della Chrysler e che Detroit e il Michigan sarebbero diventati punto chiave per le operazioni negli USA della nostra massima industria. Logicamente questo sarebbe il momento più adatto a potenziare, non chiudere il Consolato di Detroit. Pochi giorni dopo l’annuncio, era fissata la riunione annuale Consoli, CGIE, Com.It.Es. presso l’Ambasciata italiana a Washington. Ovviamente si è parlato di questo. Qualcuno ha proposto di scrivere una lettera al Presidente del Consiglio, On. Silvio Berlusconi, che sarebbe arrivato a Washington in visita ufficiale due giorni dopo e fargliela recapitare a mano. La lettera è stata scritta e sottoposta alla lettura dei diplomatici presenti, che ne hanno apprezzato il tono positivo e propositivo. Tutti erano d’accordo. La copia della lettera, scritta a mano e firmata da tutti i Consiglieri del CGIE e Presidenti o delegati dei Presidenti dei Com.It.Es. è in mia mano, per chiunque desideri vederla. Tutto a posto dunque? No. Improvvisamente, su spinta di qualcuno e con motivazioni che nulla avevano a che fare con il dovere di servire la comunità che ci si assume insieme alle cariche istituzionali cui si è eletti, alcune firme sono state ritirate e la lettera non ha potuto essere consegnata. Per aggiungere il danno alla beffa, un altro personaggio, ma direttamente interessato, ha cominciato a proporre dappertutto di togliere dalla rete il Consolato di Newark o quello di Houston o qualsiasi altro, invece di Filadelfia. Liberissimo di farlo, ma soltanto dopo aver dato le dimissioni da Coordinatore dei Presidenti dei Com.It.Es.. Che vergogna!

Da parte mia ho scritto una durissima lettera, firmandola come Vice Segretario generale del CGIE perché, oltre ai nostri, si decretava anche la chiusura di Adelaide e Brisbane in Australia e di Durban in Sud Africa. Il Canada era già stato colpito con l’accorpamento di Edmonton a Vancouver. Nel mio “atto di protesta” confessavo di non riuscire a capire il comportamento di una Nazione che da un lato giustamente potenzia la promozione del “sistema Italia” nel mondo e dall’altro smantella le postazioni  istituzionali nei luoghi che possono meglio favorire il radicamento nei territori e nei mercati del “made in Italy”.  Ma l’Italia si rende conto che nel 2010 ci saranno i mondiali di calcio in Sud Africa e a Durban arriveranno decine di migliaia di tifosi italiani? Oppure che Durban è il maggiore porto dell’Africa rivolto verso l’Asia e del volume di affari che rappresenta? La stessa cosa si può dire di Brisbane, città e porto che costituisce un vero asset per il nostro Bel Paese e sta vivendo la più rapida crescita demografica ed economica in Australia, simile a quanto sta avvenendo negli Stati Uniti con Filadelfia. A sua volta, il Consolato di Adelaide è l’unico punto di riferimento in uno spazio enorme tipico delle nostre aree continentali, in cui però la presenza italiana è capillare. Sembra quasi che le uniche rimaste a capire la ricchezza dell’apporto reale e potenziale dei connazionali all’estero siano le Regioni, che stanno ben operando nel tessere con loro rapporti sempre più stretti in ogni campo. Non vorrei che si fosse aperta la stagione della caccia ad oltranza agli italiani all’estero, percepiti come “diversi”, in una visione xenofoba, provinciale e chiusa, che nega l’evidenza del contributo fondamentale della rete degli espatriati al passato, al presente ed al futuro dell’Italia. Parti della mia lettera di protesta sono state citate negli interventi alla Camera e al Senato dei parlamentari che difendono i diritti degli italiani all’estero. La quarta fase della ristrutturazione della rete è stata congelata. Noi, persone di buona volontà, dobbiamo continuare a lavorare per modificare, con la persuasione, le concezioni che stanno alla base di decisioni quanto meno avventate e far prevalere gli atteggiamenti che valorizzano la rete degli italiani all’estero, così indissolubilmente legata alla rete diplomatico-consolare, in un rapporto di interdipendenza e reciproco sostegno.

Silvana Mangione

Vice Segretario Generale per i paesi Anglofoni extraeuropei del CGIE

IDEA SETTEMBRE 2009

© Copyright 2007 l'IDEA MAGAZINE - All Rights Reserved.