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C’era una volta
la rete consolare italiana...
di
Silvana Mangione

All’inizio di
giugno, il Ministero degli Affari Esteri ha reso nota la quarta fase della
“razionalizzazione” della rete consolare, parola con suono positivo
che nasconde la mannaia pronta a tagliare, accorpare, diminuire il numero
degli uffici consolari nel mondo. Intendiamoci, la rete
diplomatico–consolare del nostro paese d’origine è la più estesa del
mondo e la sua distribuzione risale a tempi in cui il suo principale
obiettivo era di porsi al servizio dei cittadini italiani all’estero e
proteggerne i diritti. Quest’impegno, ovviamente, non deve e non può
sparire ma, con i cambiamenti storici della seconda parte del secolo
scorso e con la globalizzazione in atto, gli uffici consolari devono
sempre più diventare antenne in loco per l’internazionalizzazione del
sistema Italia.
Figuriamoci dunque come mi sono
sentita, in qualità di Vice Segretario generale per i Paesi Anglofoni
Extraeuropei (Stati Uniti, Australia, Canada e Sud Africa) del Consiglio
Generale degli Italiani all’Estero – CGIE, quando ho scoperto che la
quarta fase della ghigliottina ministeriale avrebbe fatto rotolare le
teste dei Consolati di Detroit e Filadelfia in USA. A caldo non potevo che
considerare incomprensibile questa decisione, intanto perché meno di un
anno fa era stato assegnato per la prima volta a Filadelfia un dirigente
scolastico, ed ora si voleva chiudere il Consolato Generale del quale egli
avrebbe dovuto guidare l’ufficio didattico. Ancora peggio, mi chiedevo
se l’Italia sapesse che la FIAT era stata autorizzata all’acquisto di
gran parte degli asset della Chrysler e che Detroit e il Michigan
sarebbero diventati punto chiave per le operazioni negli USA della nostra
massima industria. Logicamente questo sarebbe il momento più adatto a
potenziare, non chiudere il Consolato di Detroit.
Pochi giorni dopo l’annuncio, era fissata la riunione annuale Consoli,
CGIE, Com.It.Es. presso l’Ambasciata italiana a Washington. Ovviamente
si è parlato di questo. Qualcuno ha proposto di scrivere una lettera al
Presidente del Consiglio, On. Silvio Berlusconi, che sarebbe arrivato a
Washington in visita ufficiale due giorni dopo e fargliela recapitare a
mano. La lettera è stata scritta e sottoposta alla lettura dei
diplomatici presenti, che ne hanno apprezzato il tono positivo e
propositivo. Tutti erano d’accordo. La copia della lettera, scritta a
mano e firmata da tutti i Consiglieri del CGIE e Presidenti o delegati dei
Presidenti dei Com.It.Es. è in mia mano, per chiunque desideri vederla.
Tutto a posto dunque? No. Improvvisamente, su spinta di qualcuno e con
motivazioni che nulla avevano a che fare con il dovere di servire la
comunità che ci si assume insieme alle cariche istituzionali cui si è
eletti, alcune firme sono state ritirate e la lettera non ha potuto essere
consegnata. Per aggiungere il danno alla beffa, un altro personaggio, ma
direttamente interessato, ha cominciato a proporre dappertutto di togliere
dalla rete il Consolato di Newark o quello di Houston o qualsiasi altro,
invece di Filadelfia. Liberissimo di farlo, ma soltanto dopo aver dato le
dimissioni da Coordinatore dei Presidenti dei Com.It.Es.. Che vergogna!

Da parte mia ho
scritto una durissima lettera, firmandola come Vice Segretario generale
del CGIE perché, oltre ai nostri, si decretava anche la chiusura di
Adelaide e Brisbane in Australia e di Durban in Sud Africa. Il Canada era
già stato colpito con l’accorpamento di Edmonton a Vancouver. Nel mio
“atto di protesta” confessavo di non riuscire a capire il
comportamento di una Nazione che da un lato giustamente potenzia la
promozione del “sistema Italia” nel mondo e dall’altro smantella le
postazioni istituzionali nei
luoghi che possono meglio favorire il radicamento nei territori e nei
mercati del “made in Italy”. Ma
l’Italia si rende conto che nel 2010 ci saranno i mondiali di calcio in
Sud Africa e a Durban arriveranno decine di migliaia di tifosi italiani?
Oppure che Durban è il maggiore porto dell’Africa rivolto verso
l’Asia e del volume di affari che rappresenta? La stessa cosa si può
dire di Brisbane, città e porto che costituisce un vero asset per il
nostro Bel Paese e sta vivendo la più rapida crescita demografica ed
economica in Australia, simile a quanto sta avvenendo negli Stati Uniti
con Filadelfia. A sua volta, il Consolato di Adelaide è l’unico punto
di riferimento in uno spazio enorme tipico delle nostre aree continentali,
in cui però la presenza italiana è capillare. Sembra quasi che le uniche
rimaste a capire la ricchezza dell’apporto reale e potenziale dei
connazionali all’estero siano le Regioni, che stanno ben operando nel
tessere con loro rapporti sempre più stretti in ogni campo.
Non vorrei che si fosse aperta la stagione della caccia ad oltranza agli
italiani all’estero, percepiti come “diversi”, in una visione
xenofoba, provinciale e chiusa, che nega l’evidenza del contributo
fondamentale della rete degli espatriati al passato, al presente ed al
futuro dell’Italia. Parti della mia lettera di protesta sono state
citate negli interventi alla Camera e al Senato dei parlamentari che
difendono i diritti degli italiani all’estero. La quarta fase della
ristrutturazione della rete è stata congelata. Noi, persone di buona
volontà, dobbiamo continuare a lavorare per modificare, con la
persuasione, le concezioni che stanno alla base di decisioni quanto meno
avventate e far prevalere gli atteggiamenti che valorizzano la rete degli
italiani all’estero, così indissolubilmente legata alla rete
diplomatico-consolare, in un rapporto di interdipendenza e reciproco
sostegno.
Silvana Mangione
Vice
Segretario Generale per i paesi Anglofoni extraeuropei del CGIE
IDEA
SETTEMBRE 2009

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