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.::DICEMBRE 2007::. |
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FRANCESCO MARIA TALO` Nuovo Console Generale a New York di Silvana Mangione
Servizio, orgoglio, senso di responsabilità: questi i tre principi ai quali si ispira il mandato del nuovo Console Generale d’Italia a New York, il Ministro plenipotenziario Francesco Maria Talò. Si è insediato il 3 agosto scorso e da allora ha visitato le cinque municipalità della città di New York, parlando anche con le locali autorità americane e gli Stati di New York, New Jersey e Connecticut per conoscere le numerose e interessanti collettività italiane. Ha incontrato Com.It.Es. e Consiglieri del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero e ha vissuto l’ottobre, mese della cultura italiana. Ha già organizzato incontri allargati con il Ministro Mastella e il giornalista Bruno Vespa. Insieme al Vice Ministro per gli Italiani nel Mondo, Franco Danieli, ha inaugurato la nuova sede degli uffici dell’ente gestore dei corsi di italiano nella giurisdizione consolare, lo IACE – Italian American Committee on Education. Ha presentato le realtà locali al Ministro del Commercio Internazionale Emma Bonino al suo meeting con imprenditori e giornalisti nella sede dell’ICE. È andato a Wall Street, accolto ai massimi vertici, ed è sceso nella sala delle contrattazioni per parlare con gli operatori di origine italiana. È andato a Messa dai padri scalabriniani delle due più antiche chiese cattoliche italiane di New York. Ha detto: «La mia è un’opera di apprendimento continuo». Il suo è un ritorno, perché dal 1998 al 2002 ha lavorato alla Missione italiana all’ONU ed ha vissuto con tutti noi la tragedia dell’11 settembre. È arrivato a New York insieme alla famiglia con la nave, in una sorta di pellegrinaggio. «Ovviamente – dice – una traversata atlantica sulla Queen Mary II non è in alcun modo paragonabile al viaggio dei connazionali emigrati nei secoli scorsi con la consapevolezza di cambiare mondo », ma descrive la fortissima emozione del primo sguardo alla Statua della Libertà come l’inizio di una nuova fase della sua vita. «Arrivando ho avvertito l’orgoglio personale di un incarico al servizio dello Stato e l’orgoglio di essere italiano, di pensare a quanto ha fatto chi è sbarcato nei secoli scorsi». Il compito del Console Generale d’Italia a New York è complesso e sfaccettato: da un lato la fornitura di servizi, con la pubblica amministrazione che «deve fronteggiare esigenze crescenti con risorse limitate, il che non toglie nulla al fatto che siamo tenuti anche a migliorare i nostri servizi. Abbiamo bisogno di suggerimenti che ci aiutino a trovare soluzioni con costi limitati. Sono aperto a tutte le formule che possono comportare un coinvolgimento della comunità, dei patronati, delle federazioni che hanno una propria sede e forniscono già servizi ai compatrioti. Il mio primo appello a tutto il personale del Consolato è stato quello di sentirsi, come me, al servizio – parola d’ordine – di una collettività che lo merita e ad assumersene la responsabilità». Dall’altro il Consolato Generale ha il dovere di occuparsi dei continui arrivi di delegazioni e personaggi di spicco dall’Italia come ulteriore spazio di intervento e di impegno. «New York è una capitale mondiale oltre ad essere la sede dell’ONU. L’Italia è un membro particolarmente attivo delle Nazioni Unite, e nel biennio 2007–2008 fa anche parte del Consiglio di Sicurezza. Penso che il flusso delle delegazioni sia un fenomeno positivo, perché ci aiuta a far conoscere l’Italia ed a riportare in Italia un tesoro di informazioni e contatti. Tutto questo va coltivato. Naturalmente è un compito delicato, perché bisogna trovare gli interlocutori giusti per gli esponenti italiani in arrivo. Vogliamo che il Consolato diventi un punto di incontro ad alto livello. New York è una capitale anche politica, basti pensare alle due importanti candidature alla massima carica degli Stati Uniti: Hillary Clinton e Rudy Giuliani». «Nel lavoro di promozione includo anche le Regioni e gli enti locali che sono una ricchezza per l’Italia.
La cosa più importante sono i seguiti, oltre al momento di visibilità che ovviamente ha un rilievo. Bisogna trovare i tempi e i modi migliori per ogni evento, in modo che dia buoni frutti ed evitare che si concentrino troppe iniziative nello stesso momento». Bisogna avvalersi dei professionisti e degli specialisti nella nostra collettività, che hanno grande esperienza del mondo americano e possono aiutare ad evitare gli sbagli dovuti all’improvvisazione. «Un altro filo conduttore è la lingua, perché è chiaro che dobbiamo riuscire a mantenere, recuperare ed estendere la conoscenza linguistica in nuovi ambienti. C’è una lingua che è una ricchezza del mondo, della quale noi siamo i custodi, c’è una cultura italiana che è universale», ma che non può e non deve chiudersi nel passato. «L’arte è una componente fondamentale del nostro stile e della nostra filosofia di vita e si collega allo sviluppo economico e tecnologico. C’è un giardino da coltivare, sui due lati dell’Atlantico, che tenga conto del passato e diventi protagonista del futuro, che non dimentichi nulla dei due retaggi, quello d’origine e quello d’adozione e su questi costruisca». «L’azione più importante è quella dell’aggiornamento dell’immagine Italia presso il pubblico americano allargato, per il quale non può essere rappresentata soltanto dal Columbus Day». Bisogna che l’America diventi cosciente dei grandi risultati raggiunti dalla ricerca italiana. Poco o nulla si è parlato della missione Esperia (antico nome greco dell’Italia) sullo shuttle che insieme all’astronauta Paolo Nespoli portava il «Nodo 2» prodotto dalla tecnologia italiana dell’Alcatel Alenia Space ,che ha avuto successo là dove la Boeing aveva fallito. «Bisogna unire le due Italie: la little Italy di Madison Avenue, della moda, del design e degli scienziati, con i rappresentanti della molto più ampia comunità italo–americana, anch’essa fattore di forza del nostro Paese in USA». «Vedo il Consolato come punto d’incontro, come catalizzatore. Mi pare che ci sia una buona disposizione in tutti, anche per merito del lavoro di chi mi ha preceduto. E io credo nella continuità».
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