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.::DICEMBRE 2005::. |
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BICENTENARIO CONSTANTINO
BRUMIDI IL
di Tiziano T. Dossena
Visitando il
Capitol, il magnifico edificio parlamentare Americano, non si può fare
a meno di notare l’ampia presenza delle opere di artisti italiani. In
realtà, passeggiare attraverso le varie sale e corridoi offre una
sensazione similare a quella che si ha visitando un museo d’arte. Il
primo afflusso di maestri italici, nel 1806, lo dobbiamo a Thomas
Jefferson che aveva pregato l’amico Filippo Mazzei di assisterlo nel
“procurare i servizi di un buono scultore nell’erezione degli
edifici pubblici, in particolare del Capitol”. Un
artista romano, Constantino Brumidi, è massimamente individuabile sia
per la forza dei suoi colori sia per la quantità delle opere presenti.
Menzionato da molti critici come “l’artista del Capitol” oppure
come il “ Michelangelo del Capitol”, Brumidi rimane ciononostante un
personaggio relativamente sconosciuto e senza altro misterioso della cui
vita si conosce relativamente poco. Costantino,
anzi Constantino, come Brumidi decise di farsi conoscere, forse con
l’intenzione di facilitare la pronuncia del nome, approdò negli Usa
nel 1852. Brevemente incarcerato nel 1849 per il suo coinvolgimento come
capitano della guardia civica nella breve rivoluzione romana, Brumidi
probabilmente fu traumatizzato dall’evento, oppure dopo tale
avvenimento si trovò boicottato nella vendita dei suoi lavori dal
governo pontificio. Non si è dato sapere se uno di questi motivi, o
altri ben più gravi, lo avessero forzato all’emigrazione in un paese
così lontano a quasi cinquant’anni, lasciando alle spalle la moglie e
due figli, ai quali peraltro continuò a provvedere e con i quali
mantenne un ottimo rapporto epistolare. Dalle
fotografie pervenuteci Brumidi appare come un tipico artista scapigliato
dallo sguardo forte ma bonario. Sappiamo che era di media statura per
quei tempi (circa 1,68m) ed aveva gli occhi blu ed i capelli castani. Si
conoscono le date del suo primo matrimonio alla vedova Maria Covaluzzi
(1832), che gli diede una figlia, Maria Elena, e che perì dopo solo sei
anni. Brumidi si risposò dopo pochi mesi con una sedicenne, Anna
Rovelli, dalla quale ebbe un figlio, Giuseppe, nel 1842. Altro
mistero è il suo apparente abbandono della moglie. Nel 1854, difatti,
al suo arrivo a Washington, dopo una parentesi di lavoro a New York,
Baltimora e Città del Messico, l’artista era accompagnato da una
misteriosa Mary Brumidi, che tutti credettero fosse la moglie. Quello
che sappiamo di sicuro è che nel 1859 la sua apparente compagna, Clara
Scarselli Brumidi, morì alla giovane età di 36 anni. Dopo poco tempo,
come in passato, una nuova compagna appare nella sua vita, e anche
stavolta è una sedicenne, Lola Germon, che metterà al mondo
l’ultimogenito dell’artista, Laurence. L’apparente
immagine di questo rinomato artista, stabilita sulla base dei suoi
rapporti famigliari, sembrerebbe quindi quella di un individuo frivolo,
calcolatore, forse anche insensibile. I figli e i suoi datori di lavoro,
però, lo descrissero come uomo passionale, diplomatico, con uno
spiccato senso dell’umore, estroverso e non recluso come la maggior
parte degli artisti, ma soprattutto generoso verso i compatrioti oltre
misura, al punto di pagare per loro le spese mediche o le cerimonie
funebri. La sua prodigalità
lo avrebbe sfortunatamente portato a morire quasi in miseria. Purtroppo,
i dati della sua vita ci sono pervenuti quasi esclusivamente attraverso
la documentazione ufficiale, e non tramite carteggi personali, che ci
avrebbero permesso di intravedere l’essenza dell’uomo, i suoi
pensieri e ideologie. Le notizie che abbiamo di lui, invece, ci
provengono da terzi e, quindi, sono una serie di dati anagrafici e di
referenze alle sue opere ed abilità artistica, ad esclusione dei
commenti precedentemente citati. In
compenso di Brumidi rimangono molte opere sia nel Capitol sia in varie
chiese di Filadelfia, Baltimora e New York. La chiesa di Santo Stefano,
a Manhattan, ospita il primo affresco prodotto da lui negli USA ed il
suo restauro è in fase di completamento. Per aggiungere all’aura di
mistero che circonda quest’artista, il trittico da lui dipinto nella
cattedrale di Città del Messico, nonostante la vasta documentazione che
attesta la sua esistenza, è scomparso e nessuno è più riuscito a
scoprirne le tracce. Un vero caso per i 007 dell’arte... L’opera
di Constantino Brumidi in seno al Capitol è principalmente formata da
affreschi, creati sia con la tecnica del “buon fresco” sia con
quella del “fresco in scialbatura”, secondo l’ampiezza delle aree
da dipingere. È possibile distinguere i due, anche ad una certa
distanza, poiché l’affresco in scialbatura non mostra gli effetti del
lavoro a “giornata”, vale a dire quelle lievi differenze di colore
che distinguono le varie fasi, o giornate, del lavoro pittorico. Ciò
che è quasi impossibile distinguere, invece, è dove l’artista è
intervenuto, per ragioni tecniche solo a lui conosciute, con il sistema
“a secco”. È proprio qui che Brumidi mostra la profonda conoscenza
delle tecniche della pittura murale a fresco. Le
sue opere si distinguono per la vivacità del colore e l’abilità nel
fondere la tradizione classica con il sentimento patriottico, quella
specie di “compromesso tra storia e mitologia” che permea tutte le
sue creazioni del Capitol. Osservando attentamente i vari fregi,
soffitti, pannelli e dipinti che costituiscono buona parte della
decorazione di quest’edificio, si può inoltre notare immediatamente
l’influenza di Raffaello sia nella scelta delle componenti decorative,
sia nella dolcezza del tratto. Brumidi può essere quindi considerato un
pittore neoclassico, nonostante sia stato influenzato anche dal
movimento purista, e meriterebbe più che altro l’appellativo di
“Raffaello “, e non Michelangelo, “del Capitol”. La
sua esposizione all’arte romana e rinascimentale ed i suoi studi
presso l’Accademia di San Luca, congiunta alla sua esperienza nel
campo degli affreschi, gli avevano dato le premesse giuste per creare ciò
che lui stesso definì “uno stile superiore di decorazione a buon
fresco, come i palazzi d’Augusto e di Nerone, i Bagni di Tito e Livia
a Roma...”. Trovatosi
spesso conteso tra i due guerreggianti professionisti incaricati al
completamento dell’estensione del Capitol, l’ingegner Montgomery C.
Meigs e l’architetto Thomas U. Walter, Brumidi riuscì sempre a
provare la sua bravura e preparazione, meritandosi i complimenti di
ambedue. Meigs, difatti, asserì: "Come pittore storico di un certo
tipo di soggetti, egli non ha uguali nella nazione... Non voglio
assegnare al signor Brumidi il genio di Raffaello, ma egli è un uomo
modesto e rispettabile, un artista veramente preparato ed abile, ed io
non ho ancora incontrato alcuno che gli si possa paragonare...”.
Walter, nonostante il suo feudo con Meigs, non poté che essere
d’accordo con la valutazione dell’ingegnere, dichiarando a sua
volta: “Io credo che lui sia il miglior pittore d’affreschi vivente,
specialmente nelle figure... Egli è uno degli uomini più amichevoli,
illustri e senza pretese...”. Non
furono solo rose, però, per il nostro conterraneo. Molte le critiche,
la cui origine si può probabilmente attribuire ai vari artisti
americani ai quali fu negata l’opportunità di lavorare
nell’ampliamento del Capitol. La pressione da loro fatta fu recepita
dai rappresentanti del Partito Americano, che a loro volta iniziarono
una mini-crociata contro gli artisti europei, ed in particolare contro
Brumidi, colpevoli di aver tolto il pane di bocca agli artisti
americani. Furono attacchi feroci che sprezzavano l’opera di Brumidi e
la criticavano di non essere sufficientemente americana. Uno dei suoi
critici, il deputato Taylor, affermò che in un particolare dipinto
murale, “il paesaggio, l’impostazione, l’attitudine e
l’espressione sono quelle della campagna romana e non del Connecticut,
come dovrebbero essere”. In un articolo apparso sulla rivista The
Crayon, invece, l’opera di Brumidi è descritta come “carica di
un’incoerente mescolanza di ricercatezze, il che distrugge il senso di
serenità e dignità…L’occhio e la mente non riposano mai, anzi,
sono assaliti da immagini di cupidi in volo, che fanno capriole o che
riposano…”. Nonostante
le critiche, che tra l’altro svanirono allo stesso modo che svanì
l’effimero Partito Americano, Brumidi non perse mai il passo e già
dal 1859 aveva completato tutti i disegni che poi avrebbe sviluppato
nella grandiosa opera da lui compiuta nei venticinque anni passati al
Capitol. Il suo successo, d’altronde, è proprio dovuto all’abilità
d’integrare il classico con l’epoca presente. La scelta di questi
soggetti, che gli procurò tante critiche, in realtà fu proprio quello
che rafforzò la sua posizione con i direttori del progetto
d’ampliamento, già per se ben salda grazie alla sua intima conoscenza
delle tecniche d’affresco e del trompe l’oil.
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