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Napoli e la magia
delle statue velate
di
Mary Calvi

Passeggiando tra i
vicoli del centro storico di Napoli, non si può non visitare
la Cappella
di Sansevero, a pochi
passi tra Piazza San Domenico Maggiore e via Nilo, in un vicolo in cui il
sole arriva a stento, nell’area dove nel periodo romano viveva una
colonia di mercanti provenienti
da Alessandria d’Egitto. In questo luogo, mistero e leggenda si
fondono per trasportarci nel fantastico mondo del principe
Raimondo di Sangro. Nel
1744, per volere dello stesso principe,
la Cappella
fu restaurata e abbellita con
varie opere d’arte. Oggi è nota soprattutto per tre delle statue che la
adornano, la cui esecuzione materiale resta ancora un mistero: il
Disinganno,
la Pudicizia
velata e il Cristo velato.
Raimondo vuole dedicare le prime sculture
ai suoi genitori, che per ragioni diverse non aveva conosciuto. La madre,
perché è morta giovanissima, ed il padre perché era partito per lunghi
viaggi affidando il bambino ai familiari, ne aveva combinate tante, e si
era poi ritirato in un monastero negli ultimi anni. Così
è nata
la Pudicizia
velata, eseguita dal Corradini, e il Disinganno, realizzato dal genovese
Queirolo, su idea del Corradini.
La Pudicizia
e il Disinganno sono opere straordinarie; la prima, grazie al marmoreo
velo umido che la ricopre tutta e rende trasparente la florida nudità, è
un trionfo di torbido e carnale erotismo; la seconda raffigura la rete
degli inganni che avvolge il personaggio e da cui un genio alato lo sta
liberando. Il Cristo Velato è
sicuramente la scultura più famosa presente nella Cappella, un monumento
di sublime realizzazione, scolpito da una mano esperta e in grado di
sagomare quel velo di sottilissimo marmo con una tecnica che, ancora oggi,
resta sconosciuta. L’impressione che si ha è quella di due opere
separate, il Cristo e il velo, il secondo posato sul primo come fosse un
vero lenzuolo di seta. Impossibile, vero? Infatti, da qui nascono le
credenze popolari, che il principe Sansevero abbia creato delle pozioni
magiche che avrebbero consentito di creare quest’effetto particolare.
Ma chi è questo Principe di Sansevero? Si
chiamava Raimondo di Sangro, ha vissuto a Napoli intorno alla metà del
‘700 e nella città partenopea la tradizione popolare gli attribuisce
imprese straordinarie: alcune vere, altre immaginarie. Sangro incaricò un
giovane artista napoletano, Giuseppe
Sanmartino, di realizzare una statua di marmo scolpita a grandezza
naturale, rappresentante Gesù Cristo morto, coperto da un sudario
trasparente realizzato dallo stesso blocco della statua.
Il Cristo velato è
un’opera interamente in marmo, ricavata da un unico blocco di pietra,
posto al centro della navata della Cappella Sansevero, un assoluto
gioiello del Barocco Napoletano. La grande particolarità della scultura
del Cristo è dovuta dalla magistrale resa che il velo posto sul corpo
riesce a dare ed è tanto impressionante che non sembra scolpito nel
marmo. La stupefacente resa del velo, che si deve alle grandissime doti
dell'artista, nel corso dei secoli ha dato adito a fantasie popolari, tra
cui quella che il famoso alchimista Raimondo di
Sangro, che fu anche il committente, insegnò all'artista il
segreto di calcificazione del tessuto in cristalli di marmo. La pietra
sembra diventare liquida, grazie all'arte dello scultore, la trasparenza
perfetta, inesistente il peso del sudario, anche perché in realtà,
fisicamente, non c'è, eppure è visibile per magia ottica, per
incantesimo della materia all'occhio. È il corpo stesso che genera,
piegando il marmo in morbidissime onde, il suo velo, che lo separa dai
viventi. Proprio questo miracoloso generare di leggerezza incorporea dalla
pietra, rende alla scultura vita sublimata, trasformando il cadavere del
Cristo in un sorprendente mistero. È una "visione". Di questo
si tratta, di una sconvolgente e ammaliante "meraviglia" che
cattura l'osservatore, rendendo la percezione visiva un fatto mistico.
L'opera, realizzata nel 1753, è
considerata uno dei maggiori capolavori al mondo ed è meta di tantissimi
visitatori ogni anno. Giuseppe Sanmartino, una delle maggiori personalità del settecento
artistico italiano, è ricordato principalmente per questo suo Cristo
velato. La leggenda del
velo, però, è dura a morire. L’alone di mistero che avvolge il
principe di Sansevero e la calcificazione del tessuto in cristalli di
marmo che provocano la trasparenza del sudario continuano ad alimentarla.
D’altra parte, erano queste le intenzioni del di Sangro; suscitare
meraviglia ai più abili osservatori. Il volto del redentore è avvolto
nella sacra Sindone. Questo velo, tutto piegoline, risulta talmente
leggero e all'apparenza così intriso del sudore della morte, che sembra
aderire al corpo mostrandone i minimi particolari, come la contrattura del
volto sfigurato dalle sofferenze, le membra martoriate, l'incavo del
ventre denutrito, la piaga del costato e le lacerazioni delle mani e dei
piedi.
La
statua, di straordinaria abilità tecnica, è sicuramente l'opera più
famosa della scultura napoletana. Il Cristo velato è, dunque, una perla
dell’arte barocca che dobbiamo unicamente allo scalpello di Sanmartino e
alla fiducia accordatagli dal suo committente. Il fatto che l’opera sia
stata realizzata da un blocco di marmo, senza l’aiuto di alcuna
escogitazione alchemica, conferisce alla statua un fascino ancora
maggiore. Tra i moltissimi estimatori si ricorda Antonio Canova, che
durante il suo soggiorno napoletano provò ad acquistarlo e si tramanda
dichiarasse, che avrebbe dato dieci anni di vita pur di essere lo scultore
di questo marmo incomparabile. La fama del Cristo velato cresce ogni
giorno di più.
IDEA
DICEMBRE 2009

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