.::MARZO 2007::.

DOÑA FLOR A NEW YORK

 

di Silvana Mangione

 

 

Nel teatro del Museo Enrico Caruso a Brooklyn, il 19 gennaio di quest’anno, un pubblico di intenditori ha potuto ascoltare, in prima assoluta a New York, una breve opera «di indiscutibile bellezza», come scriveva nel 2005 il critico Francesco Greco, mentre il compositore ne aveva parlato dicendo: «...pare sia designata ad essere l’auguriosa madrina del mio lieto avvenire». Destino volle che il creatore dell’opera morisse soltanto due anni dopo e, pur facendo parte delle molte glorie che può vantare la Regione Puglia, il suo ricordo si affievolisse negli anni. Si tratta di Niccolò van Westerhout (1857 – 1898), un grande compositore, nato a Mola, in provincia di Bari, discendente da nonni fiamminghi. A lui, ancora vivente, fu intitolato il teatro di Mola, poi la città si dimenticò di questo figlio così speciale, morto troppo giovane, a Napoli, e a Napoli lasciato nel cimitero dei poveri per oltre un secolo. Ci sono volute l’ammirazione per l’artista e la determinazione di Antonio Palumbo e dell’editore de L’IDEA, Leonardo Campanile, per scoprire dove erano sepolte le sue ossa, decidere di trasportarle nella città natia e, al contempo, lanciare un progetto ad ampio respiro per riaccendere su di lui i riflettori della musicologia mondiale. Oltre a parecchie sinfonie e pezzi per pianoforte, Niccolò van Westerhout ha, infatti, composto alcune opere, fra cui l’atto unico intitolato Doña Flor, commissionato e rappresentato per la prima volta proprio nel teatro di Mola il 18 aprile 1896. Il libretto è di Arturo Colautti, che ha scritto i versi di gioielli quali Adriana Lecouvreur di Francesco Cilea e Fedora di Umberto Giordano, nonché di Colomba, dramma lirico in quattro parti dello stesso van Westerhout. La trama d’amore e tradimento, crudeltà e vendetta, di Doña Flor, definita da Fernando Greco «fascinoso dramma della gelosia», ha più di una lettura. L’opera è ambientata nella Venezia del Seicento, quando la Serenissima stava attraversando un momento davvero difficile della sua storia. Il patriziato veneziano si era diviso fra il partito dei «Giovani», in buona parte esponenti delle famiglie decadute, meno abbienti e favorevoli ad una politica estera antiasburgica e quello dei «Vecchi» che difendevano l’assetto vigente e la neutralità tesa a mantenere buoni rapporti prima di tutto con la Spagna e il papato. Nel 1606, il rifiuto della Repubblica di consegnare alla giustizia della Chiesa due chierici, che erano stati arrestati per reati comuni, aveva scatenato la pesante rivalsa di papa Paolo V Borghese, che aveva scomunicato i governanti della Serenissima e aveva interdetto le funzioni religiose pubbliche sul suo territorio. L’«Interdetto» aveva fatto correre a Venezia il serio rischio di un conflitto con la Spagna, rientrato per merito della mediazione francese. In questo quadro si colloca il classico triangolo della gelosia, dipinto nell’opera: l’anziano Don Filippo, ambasciatore spagnolo presso la Repubblica, ha scoperto che la giovanissima moglie, Doña Flor, ha una tresca con l’aitante patrizio veneziano Alvise Malipiero. Don Filippo odia Venezia per i costumi profondamente corrotti e la copre di insulti in una sua durissima invettiva. Sapendo che la moglie attende Alvise, rientra a casa e la informa che l’amante la tradisce con un’altra, di cui porta al collo il ritratto. In realtà si tratta di un’immagine della Madonna, che lo stesso Don Filippo ha regalato all’ignaro Alvise. Doña Flor si lascia convincere a vendicarsi, facendolo annegare nella laguna, e pentendosene amaramente non appena il marito le rivela il terribile inganno con cui l’ha resa nello stesso tempo feroce assassina e misera vittima. La trama riporta al verismo europeo, cui si ispira Colautti nella scelta di ambientazioni storiche e protagonisti nobili o altolocati. La partitura si avvale di una notevole ricchezza di colori che vanno dalla melodia d’amore al cantabile di maniera, dal canto popolare al coro esterno dei gondolieri, dalla serenata fuori campo al recitativo, fino alla risata trionfante del baritono che si contrappone al grido disperato del soprano nel porre l’accento di chiusura alla tragedia. Due i temi musicali ricorrenti: quello della passione amorosa e quello della vendetta, introdotti nel preludio e fusi nel finale. Delicatissima la «Salve Regina» del soprano, immersa nella preghiera del Vespro, ben calibrata l’orchestra composta di 43 elementi, tra archi, fiati, arpa, timpani e pianoforte. La prima newyorchese di Doña Flor è stata realizzata con l’uso delle tecniche più moderne: l’ascolto di un DVD con musica e canto registrati nel 2003, in occasione dell’ultima rappresentazione dell’opera a Mola, e immagini di Venezia che mostrano le luci e le ombre, la gloria e le infamie della città magica sulla laguna, matrice di incanti e stregonerie. Un primo assaggio, che ha lasciato gli spettatori con il desiderio di poter assistere al più presto ad una vera messa in scena di questa gemma della musica italiana di fine Ottocento. Quest’anno ricorre il centocinquantenario della nascita di Niccolò van Westerhout. Quale ricorrenza migliore, se non questa, per coinvolgere Conservatori di qua e di là dall’Atlantico, con l’aiuto di tutte le autorità e le amministrazioni competenti per riconsegnare al mondo un suo figlio capace di costruire capolavori? La domanda è, ovviamente, retorica: questo è l’anno in cui Niccolò van Westerhout assumerà la posizione che merita nel firmamento musicale internazionale.

 

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