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DOÑA
FLOR A NEW YORK
di
Silvana Mangione

Nel teatro del Museo
Enrico Caruso a Brooklyn, il 19 gennaio di quest’anno, un pubblico di
intenditori ha potuto ascoltare, in prima assoluta a New York, una breve
opera «di indiscutibile bellezza», come scriveva nel 2005 il critico
Francesco Greco, mentre il compositore ne aveva parlato dicendo: «...pare
sia designata ad essere l’auguriosa madrina del mio lieto avvenire».
Destino volle che il creatore dell’opera morisse soltanto due anni
dopo e, pur facendo parte delle molte glorie che può vantare la Regione
Puglia, il suo ricordo si affievolisse negli anni. Si tratta di Niccolò
van Westerhout (1857 – 1898), un grande compositore, nato a Mola, in
provincia di Bari, discendente da nonni fiamminghi. A lui, ancora
vivente, fu intitolato il teatro di Mola, poi la città si dimenticò di
questo figlio così speciale, morto troppo giovane, a Napoli, e a Napoli
lasciato nel cimitero dei poveri per oltre un secolo.
Ci sono volute
l’ammirazione per l’artista e la determinazione di Antonio Palumbo e
dell’editore de L’IDEA, Leonardo Campanile, per scoprire dove erano
sepolte le sue ossa, decidere di trasportarle nella città natia e, al
contempo, lanciare un progetto ad ampio respiro per riaccendere su di
lui i riflettori della musicologia mondiale. Oltre a parecchie sinfonie
e pezzi per pianoforte, Niccolò van Westerhout ha, infatti, composto
alcune opere, fra cui l’atto unico intitolato Doña Flor,
commissionato e rappresentato per la prima volta proprio nel teatro di
Mola il 18 aprile 1896. Il libretto è di Arturo Colautti, che ha
scritto i versi di gioielli quali Adriana Lecouvreur di Francesco
Cilea e Fedora di Umberto Giordano, nonché di Colomba,
dramma lirico in quattro parti dello stesso van Westerhout. La trama
d’amore e tradimento, crudeltà e vendetta, di Doña Flor,
definita da Fernando Greco «fascinoso dramma della gelosia», ha più
di una lettura. L’opera è ambientata nella Venezia del Seicento,
quando la Serenissima stava attraversando un momento davvero difficile
della sua storia. Il patriziato veneziano si era diviso fra il partito
dei «Giovani», in buona parte esponenti delle famiglie decadute, meno
abbienti e favorevoli ad una politica estera antiasburgica e quello dei
«Vecchi» che difendevano l’assetto vigente e la neutralità tesa a
mantenere buoni rapporti prima di tutto con la Spagna e il papato. Nel
1606, il rifiuto della Repubblica di consegnare alla giustizia della
Chiesa due chierici, che erano stati arrestati per reati comuni, aveva
scatenato la pesante rivalsa di papa Paolo V Borghese, che aveva
scomunicato i governanti della Serenissima e aveva interdetto le
funzioni religiose pubbliche sul suo territorio. L’«Interdetto»
aveva fatto correre a Venezia il serio rischio di un conflitto con la
Spagna, rientrato per merito della mediazione francese. In questo quadro
si colloca il classico triangolo della gelosia, dipinto nell’opera:
l’anziano Don Filippo, ambasciatore spagnolo presso la Repubblica, ha
scoperto che la giovanissima moglie, Doña Flor, ha una tresca con
l’aitante patrizio veneziano Alvise Malipiero. Don Filippo odia
Venezia per i costumi profondamente corrotti e la copre di insulti in
una sua durissima invettiva. Sapendo che la moglie attende Alvise,
rientra a casa e la informa che l’amante la tradisce con un’altra,
di cui porta al collo il ritratto. In realtà si tratta di un’immagine
della Madonna, che lo stesso Don Filippo ha regalato all’ignaro
Alvise. Doña Flor si lascia convincere a vendicarsi, facendolo annegare
nella laguna, e pentendosene amaramente non appena il marito le rivela
il terribile inganno con cui l’ha resa nello stesso tempo feroce
assassina e misera vittima. La trama riporta al verismo europeo, cui si
ispira Colautti nella scelta di ambientazioni storiche e protagonisti
nobili o altolocati. La partitura si avvale di una notevole ricchezza di
colori che vanno dalla melodia d’amore al cantabile di maniera, dal
canto popolare al coro esterno dei gondolieri, dalla serenata fuori
campo al recitativo, fino alla risata trionfante del baritono che si
contrappone al grido disperato del soprano nel porre l’accento di
chiusura alla tragedia. Due i temi musicali ricorrenti: quello della
passione amorosa e quello della vendetta, introdotti nel preludio e fusi
nel finale. Delicatissima la «Salve Regina» del soprano, immersa nella
preghiera del Vespro, ben calibrata l’orchestra composta di 43
elementi, tra archi, fiati, arpa, timpani e pianoforte.
La prima newyorchese di Doña
Flor è stata realizzata con l’uso delle tecniche più moderne:
l’ascolto di un DVD con musica e canto registrati nel 2003, in
occasione dell’ultima rappresentazione dell’opera a Mola, e immagini
di Venezia che mostrano le luci e le ombre, la gloria e le infamie della
città magica sulla laguna, matrice di incanti e stregonerie.
Un
primo assaggio, che ha lasciato gli spettatori con il desiderio di poter
assistere al più presto ad una vera messa in scena di questa gemma
della musica italiana di fine Ottocento. Quest’anno ricorre il
centocinquantenario della nascita di Niccolò van Westerhout. Quale
ricorrenza migliore, se non questa, per coinvolgere Conservatori di qua
e di là dall’Atlantico, con l’aiuto di tutte le autorità e le
amministrazioni competenti per riconsegnare al mondo un suo figlio
capace di costruire capolavori? La domanda è, ovviamente, retorica:
questo è l’anno in cui Niccolò van Westerhout assumerà la posizione
che merita nel firmamento musicale internazionale.

IDEA
MARZO 2007

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