Saturday, May. 27, 2017

…e Gesù scrive a Maometto

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1 August 2016

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…e Gesù scrive a Maometto

Favola di Raffaele Pisani

 

PREMESSA – Questa favola, nata dal mio sogno di vedere un giorno il mondo intero unito dagli stessi valori e dallo stesso equilibrio, è dedicata a tutte le vittime innocenti di un falso concetto religioso e di fondamentalismi di varia natura, i quali antepongono sentimenti di odio all’amore, alla tolleranza, all’amicizia e alla fraternità che, in realtà, stanno alla base di ogni credo. 

Il suono delle zampogne, i primi fiocchi di neve, il fumo pungente delle pigne abbrustolite, il profumo dei roccocò, degli strùffoli e dei panettoni, le stelline, i bengala, i banchetti con i pastori, i presepi, le lucine, le palline di vetro colorate e i fili d’argento e oro… Natale è alle porte e porta con sé un’atmosfera fatta di odori, di gesti, di musica e di sapori inconfondibili, capaci di avvolgere le strade e le vite, i pensieri e tutte le azioni, perfino le più piccole.

Dal canto suo, però, Gesù non si lascia coinvolgere. L’arrivo di dicembre, di solito, lo riempie di gioia e di speranze che sbocciano di volta in volta come fossero nuove di zecca, mentre quest’anno vorrebbe solo poter stare un po’ da solo. Da solo e lontano.

Innanzitutto, lontano da coloro che si rivolgono a lui nel momento del bisogno e che poi… Chi s’è visto s’è visto. Non una preghiera, non un sussurro prima di coricarsi, nemmeno un fiore o un sorriso, che sia rivolto a lui o a chiunque altro ne abbia bisogno intorno a loro. Non si tratta certo di persone con cui si può dire di stare volentieri in compagnia. Gesù preferirebbe starne alla larga per un po’ e poter fare lo stesso con i corrotti e coi corruttori, coi disonesti e con gli imbroglioni, nonché soprattutto con quei “religiosi” che, in realtà, non dovrebbero far parte della sua Chiesa: sono bravi ad accendere un cero o a inginocchiarsi durante la messa, ma non hanno ancora imparato il vero significato della carità, della fratellanza, del perdono. Allora Gesù ha deciso: anche se il Natale si avvicina, vuole starsene da solo per conto proprio, per pregare e meditare su cosa potrebbe salvare – di nuovo – un’umanità che giorno dopo giorno si va discostando dagli insegnamenti divini, dimenticando dove l’hanno già condotta cecità e sordità.

Non è un caso, infatti, che il Cristo negli ultimi tempi si senta molto addolorato. Le cattiverie degli uomini che calpestano oggi la Terra, pur con tutti i loro strumenti tecnologici e con il loro progresso, gli fanno un male ancora più profondo di quello sofferto sulla croce duemila e più anni prima. Sembra quasi impossibile, eppure è così che si sente: il Natale che viene lo trova più demoralizzato e più arrabbiato della volta in cui aveva cacciato dal Tempio tutti i mercanti che avevano trasformato la Casa di Dio in una piazza di mercato. Il presente, ancora in atto e pericoloso, lascia più tracce e più danni di un passato che la gente sostiene di non aver scordato, ma che spesso dimostra di avere rimosso eccome dal cuore.

Raggiungere i bambini nelle culle, gli animali nelle loro tane, gli anziani nel loro letto vicino alla finestra? Fare compagnia alle donne sole, agli uomini che lavorano, alle famiglie in difficoltà, ai soldati in guerra? Aspettare con loro l’alba di rinnovate promesse, di regali non solo materiali, di momenti preziosi e di gratitudine reciproca? Non quest’anno, Gesù sa già che non lo farà. Preferisce ritirarsi nella piccola capanna che ha portato con sé da Betlemme: è lì che custodisce con cura tutti i souvenir raccolti a Nazareth e a Gerusalemme, è lì che trascorre con allegria il suo tempo, quando può. Il piccolo rifugio dove si è fatto costruire dal falegname e padre adottivo Giuseppe una sedia e uno scrittoio in vero legno di ulivo è il luogo in cui sa di potersi attardare per scrivere qualche lettera o leggere un giornale, e dove può trascorrere qualche momento insieme ai ricordi della sua prima venuta sulla Terra.

E come s’intenerisce quando guarda la mangiatoia e quel poco di paglia dove, appena nato, era stato sistemato dalla mamma Maria e da Giuseppe! O quando accarezza il bue e l’asinello che, nonostante l’età, riescono sempre a riscaldargli sufficientemente la capannella, persino nelle giornate di gelo che, come si dice a Napoli, spacca le unghie! E come si commuove quando sfiora con gli occhi la corona di spine e i chiodi usati dai soldati romani per crocifiggerlo e fargli, con sublime maestria e disumano accanimento, quattro buchi grossi così nelle mani e nei piedi! E con quanta tenerezza bacia la canna con la spugna ancora inzuppata di aceto e di fiele, o la lancia con cui l’amabile centurione gli aveva trafitto il costato, come per dirgli «Sbrigati a tirare le cuoia, ché ce ne dobbiamo tornare tutti a casa, la giornata è stata pesantuccia»!

Molti dettagli lo tengono legato alla sua esperienza di carne e di ossa, facendogli provare nei confronti degli esseri umani un misto di tenerezza e di feroce nostalgia, che si accoppiano malvolentieri alle continue constatazioni di come un esempio a tal punto scolpito nella Storia non sia riuscito fino in fondo a salvare le sorti di ognuno di loro, in ogni tempo e in ogni regione. Se potesse, se pensasse che servisse a qualcosa, forse Gesù resisterebbe ancora un po’, aspettando che ritornino sulla via della condivisione, e poi – chissà – in un giorno qualsiasi tornerebbe a trovarli. Ha, però, il presentimento che non basterebbe, che bisognerebbe escogitare qualcosa di diverso e di più efficace, che magari neanche lo riconoscerebbero se lo vedessero, o gli crederebbero se dicesse che ha scelto di essere fra loro dopo due millenni per rinnovare un’alleanza a rischio e per sanare le ferite che, nel frattempo, sono state continuamente aperte dalle guerre intraprese gli uni contro gli altri.Carl_Heinrich_Bloch_-_Consolator

Non ha altra scelta se non quella di mettere piede nella sua casetta, e pensare, e meditare. Perciò lo fa senza aspettare oltre, consapevole del fatto che non c’è un secondo da perdere e che qualunque intervento avrebbe il potere di essere decisivo. Se gli uomini lo meritano? Gesù non lo sa, ma desidererebbe di sì. Se capiranno che è stato lui a vegliare su di loro? E chi può dirlo? Negli uomini bisogna avere la stessa fiducia che hanno i padri nei confronti di quei figli un po’ scapestrati, ma che dentro di sé non smettono neppure un attimo di avere un cuore d’oro, traboccante di buone intenzioni e di parole gentili da rivolgere a chi incontrano sul proprio cammino. Capita che se le dimentichino, però non le cancellano mai del tutto. Gesù sa che è alla loro ricerca che deve mettersi, sa che non tutto è andato perduto, e fra un sospiro e l’altro si siede infine allo scrittoio per iniziare a dedicarsi a una breve lettera…

Sul contenuto è incerto fino all’ultimo: ne legge e rilegge le righe, come se volesse aggiungere delle frasi, o come se ci fosse una parola in disaccordo con le altre. Prova a correggere qualcosa, poi ci ripensa appena in tempo e si ferma, dando un ultimo sguardo all’intero foglio. Meglio lasciare tutto com’è, ché la prima stesura è spesso la più autentica, quella che non ha bisogno di puntualizzazioni e che non presenta sbavature, perché viene direttamente dall’ispirazione sincera, senza i filtri della ragione. La lettera viene dunque piegata con cura, dopodiché Gesù chiama un Angelo­postino e gli chiede:

– Portala immediatamente a Maometto e poi torna da me, perché ci saranno altri messaggi da consegnare.

L’Angelo vola via e attraversa le nuvole, senza guardarsi indietro e senza attardarsi. Quando arriva nei pressi della Moschea, entra con discrezione e porge la lettera al Profeta musulmano, che nel vederlo esclama:

– Ma tu guarda che combinazione! Stavo proprio per chiamarti, Angelo-postino, perché ho una lettera da far avere il prima possibile a Gesù.

La coincidenza con Maometto non è l’unica, perché nel frattempo, alla capanna di Gesù, si presenta un altro Angelo-postino, con una busta inviata dal Buddha e indirizzata a lui.

– Perbacco, anch’io ho una lettera pronta per Buddha! – dichiara il Cristo. – Tieni, portagliela prima che puoi.

E, intanto, Gesù ha scritto anche a Krishna, ad Abramo e a Mosè, che a propria volta avevano scritto a Gesù quasi in contemporanea, in un via vai di Angeli pronti a spostarsi da e verso ogni area del cielo. Difatti, si sono scritti fra di loro davvero tutti e – caso ancora più strabiliante –facendo recapitare ciascuno lo stesso messaggio: Fratelli, chiediamo al più presto udienza a nostro Dio Padre, dobbiamo aiutare gli uomini restando uniti.

Nessuno di loro ha obiezioni da sollevare, anzi: si sentono rincuorati a vicenda per l’aver concepito all’unisono la stessa necessità e lo stesso istinto di chiedersi aiuto reciproco, per andare incontro allo sfacelo in cui gli uomini sembrano volersi cacciare, o da cui per lo meno non sono in grado di allontanarsi con le loro sole forze. Il giorno che viene li vede quindi riuniti intorno alla stessa causa e pronti ad avviarsi sugli stessi passi verso la Casa del Padre.

Il Signore Iddio, intanto, nell’attesa che si faccia l’ora di mangiare qualcosa, è salito sulla torre più alta a guardare con attenzione i numerosi sentieri che conducono a Lui. Di tanto in tanto sono tortuosi per qualcuno, è vero, ma Lui continua a coltivare il sogno di intravedere qualche figlio caduto nelle tentazioni dei falsi sogni della vita, perduto nel caos degli imbrogli e delle malvagità, ma che, una volta resosi conto di come sia tutta una presa in giro, riesce a pentirsi, e da strampalato e monello che era ritrova il senno… e torna a casa da Papà, da Lui che è sempre disponibile a far entrare ogni figlio, abbracciandolo, perdonandolo e spalancandogli le porte del Paradiso.

E il Padre Eterno guarda, aspetta, spera.

Nel farlo, improvvisamente, si accorge che da lontano giungono Gesù e gli altri Figli prediletti, lasciando le stesse impronte sullo stesso terreno, come se fossero diverse rappresentazioni della medesima anima e di volontà simili tra loro.

Al mondo intero è noto che Dio sa e parla tutte le lingue, le vecchie e le nuove, insieme a quelle che ancora non si conoscono ma che nasceranno in futuro. Tuttavia, pochi sanno che a tutti gli idiomi Lui preferisce la parlata napoletana, soprattutto quando si ritrova a comunicare in famiglia! Ecco un’ammonizione per chi starà pensando che si tratti di una leggenda o di una voce mai comprovata: si tratta, checché ne dicano alcuni, di una verità storica di cui San Pietro è stato testimone oculare. La prossima volta che qualcuno gli si rivolgerà in preghiera, lo chieda pure a lui e vedrà come gli risponderà per le rime l’onesto fondatore della Chiesa, nonché l’entusiasta socio promotore di una vera scuola di dialetto napoletano, costituita con due vecchi professori di concertino che un giorno, non avendo nulla da fare nella capitale della ridente Campania, se ne andarono in Cielo e in quattro e quattr’otto fecero diventare la parlata napoletana lingua ufficiale del Paradiso[1].

Non si stupiscano i nostri lettori se, quindi, proprio in napoletano Dio, vedendo arrivare tutti i suoi giovanotti, si rivolge a San Pietro con queste parole colme di sorpresa e di buonumore:

– San Pie’, che bella cosa, ‘e guagliune mieie stanno tutte quante ccà. Famme ’o piacere, avvisa chelli ssante monache d’’o refettorio ’e allungà ’o brodo e aggiungere sei posti a tavola p’’e giuvinotte mieie ca certamente po’ se vularranno magnà quaccosa. Anze, pe’ Buddha, fa menà nu poco ’e vermicielle ’e cchiù, tu ’o ssaie ca è na bona furchetta, come del resto si vede benissimo![2]

Intanto che San Pietro si reca dalle suore del refettorio a passo svelto, gli Angeli-trombettieri, suonando strumenti a fiato di diverse forme e grandezze, annunciano appena in tempo l’ingresso di Gesù e dell’intera compagnia nel salone del Trono, dove il Padre Eterno è solito concedere le udienze. Dio Padre aspetta che varchino la soglia trepidante e li accoglie con l’amore di sempre, stringendoseli forte forte al cuore, uno ad uno, con eguale affetto e con eguale esultanza, senza fare alcuna distinzione, e tutti se lo abbracciano con eguale amore, mentre la musica squilla ancora e il Cielo tutto sembra sorridere un po’ di più.

Poi, senza smettere di sentirsi al colmo della contentezza, Dio li fissa negli occhi con bonarietà e li invita a parlare.

– Uno alla volta, però, pe’ carità, si no va a ffernì ca nun me facite capì niente[3]! Avanti, chi comincia?

I Santi Fratelli si guardano per un attimo l’un l’altro e poi, in coro, affermano:

– Per tutti noi parla Gesù!

E Gesù prende allora la parola, probabilmente anche lui in napoletano, con la stessa familiarità del Padre e con l’umiltà di cui è capace. In italiano, comunque, il suo discorso suona press’a poco così:

– Padre, giorno dopo giorno, la vita sulla Terra diventa più difficile. Odio, guerre, ingiustizie, crudeltà, corruzione, intolleranza e tante altre tremende espressioni del male si sono impadronite degli uomini. Aiutaci, Padre! Noi siamo qui tutti assieme per chiederti aiuto: fa’ che l’intera umanità scacci dal cuore il buio che è diventato la sua divinità e che ritrovi, finalmente, la via che porta dove tutto è luce e amore!

Ha parlato bene, Gesù. Senza omettere la verità e senza ingigantirla. Annuiscono tutti i Fratelli, sembra che vogliano confermare al Padre di essere di quell’avviso e di avvertire con identica intensità l’impellenza di un rimedio.

In Cielo, per un attimo, cala il silenzio. Il Padre Eterno resta sovrappensiero, capendo che la circostanza richiede una reazione ponderata e capace di conciliare molte teste e altrettanti cuori, sparpagliati nel mondo. Ha già chiesto molto ai suoi Figli Prediletti, nei secoli dei secoli, e sa che hanno adempiuto al loro compito con enorme devozione e con la fiducia che avrebbero fatto del bene. Adesso il loro tempo è finito, adesso tocca probabilmente a lui, Dio Padre, rivolgersi personalmente agli uomini senza intermediari.

Così, si congeda dagli ospiti e dagli Angeli-trombettieri e va ad affacciarsi dal suo grande balcone, pronto a parlare a tutti gli uomini della Terra, che lo ascolteranno e comprenderanno ciascuno nella propria lingua:

– Figli miei, voi tutti, di ogni continente e di ogni nazione, razza e colore, fede e religione, generali e civili, ricchi e poverelli, uomini e donne, vecchi e bambini, prestatemi orecchio! Io e i miei Figli Prediletti, che voi a parole dite di amare, sebbene le vostre azioni dimostrino spesso il contrario, vi chiediamo oggi per l’ennesima volta, riuniti assieme, di porre rimedio alle piccole e grandi cose che non vanno nelle vostre vite. Noi non smetteremo di sforzarci affinché dentro di voi penetri tutto il nostro amore, ma è fondamentale ormai che in questo tentativo contribuiate anche voi. Se, finalmente, riuscirete a comprendere che si avvicina per voi l’ultima occasione di salvezza, se riuscirete a volervi bene come noi ve ne vogliamo, a perdonarvi reciprocamente come noi vi abbiamo insegnato, e se una volta per tutte riuscirete a capire che soltanto il vero amore fa sconfiggere tutti i mali, scamperete al buio che minaccia di inghiottirvi. Se, invece, neppure dopo aver udito la preghiera di vostro Padre riuscirete a comprenderlo… peggio per voi! O no? Il Natale sta per giungere nelle vostre dimore: fate che, con lui, arrivi per voi il tempo per una vera resurrezione, all’insegna della comprensione e del supporto vicendevoli. Dimostrateci che avete imparato qualcosa da noi e che non è stato vano quanto vi abbiano promesso, donato e adesso rinnovato con questo comune appello rivolto alla vostra sensibilità. Noi avremo pazienza, ma voi abbiate giudizio.

Pronunciate queste parole, il Padre Eterno rientra in Casa e apre le braccia verso i suoi Figli Prediletti, che gli manifestano in ogni modo la loro approvazione per quel monito, carico come sempre di fiducia e di grandi aspettative nei confronti di chi, non per niente, era stato creato a immagine e somiglianza del suo Dio.

– Credete che ci presteranno ascolto? – chiede con una punta di timore, quasi restio ad ascoltare la risposta degli altri.

Nessuno ha abbastanza disillusione per dire di no, nessuno l’immediato coraggio di gridare di sì. Maometto guarda Buddha, che guarda Gesù, che guarda Krishna, che guarda Abramo, che guarda Mosè, che guarda il Padre, che a sua volta guarda a turno tutti quanti.

Non arrivano a formulare un pensiero ad alta voce che San Pietro li interrompe inconsapevolmente, per annunciare che il pranzo è servito e che prenderà posto insieme a loro, se Dio e i suoi Figli vorranno che si trattenga per dividere con loro il pane, il vino e ogni altra prelibatezza. Abramo è il primo ad invitarlo a rimanere, Mosè aiuta Krishna a scegliere dove accomodarsi, Buddha ringrazia per la porzione più abbondante, Maometto rincuora il Padre con un’espressione foriera di infinita mitezza, e Gesù ne approfitta per concludere l’episodio con una riflessione speranzosa, che sollevi i presenti prima del pasto e che dia a ciascuno una scintilla di luce a cui aggrapparsi, nell’attesa di comprendere se gli uomini avranno avuto o meno il buon senso di intraprendere il cammino della redenzione e dell’unione di tutti i popoli. Leva il calice e comincia:

– Fratelli miei, Padre caro, San Pietro: non crucciatevi! Abbiamo fatto quanto era nelle nostre possibilità, con l’orgoglio di avere lasciato fino all’ultimo l’uomo libero di compiere da sé le proprie scelte. Quel che verrà non dipenderà più da noi, ma dalle sensazioni che guideranno ogni persona in una direzione o nell’altra: sappiamo che le tentazioni non mancheranno, come sappiamo che l’uomo è sprovveduto e imperfetto, certo, ma non eccessivamente stolto! Si renderà conto della posta in gioco e del rischio di abbandonare per sempre la felicità in nome di idoli infimi ed effimeri: abbiate fede in loro, e loro l’avranno in noi. Sta per arrivare il Natale e Dio l’ha rammentato loro, non è vero? Ebbene, vedrete quella mattina che grande regalo, per una volta, faranno loro a noi tutti, io ne sono certo! Intanto, però, leviamo i calici e brindiamo: che la nostra protezione accompagni gli uomini e li aiuti a ravvedersi, ora che sanno di non poter più rimandare e che saranno chiamati ad interrogare sé stessi per ritrovare la strada della Vita. E così sia!

[1] Riferimento alla nota canzone napoletana Duje paravise, di E. A. Mario.

[2] San Pietro, che bella cosa, i miei ragazzi sono tutti quanti qua. Fammi una cortesia, avvisa le sante monache del refettorio di preparare più sugo e aggiungere sei posti a tavola per i miei giovanotti che certamente poi vorranno mangiare qualcosa. Anzi, per Buddha fai calare un poco di vermicelli in più, tu lo sai che è uno al quale piace mangiare, come del resto si vede benissimo!

[3] Uno alla volta, però, per carità, altrimenti finisce che non mi fate capire niente!

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