.::GIUGNO 2010::.

EDITORIALE

CREDERCI E VINCERE

di Leonardo Campanile

Se tutto fosse facile nella vita, saremo tutti super uomini. Se bastasse esprimere un desiderio e questo si avverasse, sarebbe troppo comodo. Se bastasse il nostro pensiero nel voler distruggere gli altri, saremmo tutti criminali. Fortunatamente tutto questo non può avverarsi, ed in parte ci salva da una dannazione sicura. Ciò nonostante si riesce a creare confusione e scompiglio nella gente, che ingenuamente si fa convincere, magari allettata da promesse fasulle e ridicole ed ignara delle conseguenze che le nostre future generazioni porteranno sulle loro spalle. Ma a noi cosa importa dei nostri figli!? Viviamo la nostra vita infischiandoci del domani, distruggiamo tutto quello che non riusciamo a fare noi (se non posso farlo io, non dovrà farlo nessuno). Questo detto è sinonimo di egoismo, di viltà, di gelosia ma soprattutto è sinonimo di impotenza; certamente è la dimostrazione a non voler ammettere la proprio ignoranza e incapacità. In questo mio editoriale, parlo in qualità di Presidente del Circolo Culturale di Mola, che ha ben dimostrato negli anni la qualità dei suoi soci, pochi a dir il vero, ma gente con una esperienza grandissima e soprattutto con una conoscenza culturale enorme, che dedica il proprio tempo libero a costruire per il futuro, a dare l’appiglio culturale ed artistico alle future generazione comunitarie. Non starò ad elencare tutte le attività di un certo spessore che abbiamo realizzato, mi soffermerò all’ultima, forse la più grande e prestigiosa che la comunità molese ha mai realizzato in terra d’America. Mettere in scena un’opera non è poi tanto difficile: servono soltanto un po’ (si fa per dire) di dollari e la si fa. Questo chiaramente vale per le opere famose e di autore sconosciuti. La Doña Flor, invece, sconosciuta come lavoro e sconosciuta come autore, era introvabile ed è stato questo il difficile: riuscire a rintracciare la musica originale per poi revisionarla e separarla per l’orchestra, un’impresa non propriamente semplice. Gli stessi cantanti non conoscevano le tonalità, gli acuti, i ritmi del loro canto, si è dovuto studiare cercando di interpretare l’idea iniziale di Niccolò van Westerhout. I musicisti ed i professori d’orchestra non avevano a disposizione la riproduzione del suono, in compenso era tutto scritto sugli spartiti, così come per le scene era tutto scritto, persino i movimenti che Niccolò richiedeva. Riportare alla luce dopo 114 anni un opera abbandonata da Dio e dagli uomini e stato il mio sogno. Qualcuno mi diceva che questa musica era incantevole e potente, qualcuno mi sussurrava la trama intrigante ed appassionata, qualcuno mi ossessionava chiedendomi di non abbandonare il progetto. Chi era questo qualcuno? Il mio sogno. Ci ho creduto fin dal momento che ho aperto la tomba di Niccolò la prima volta, e da allora non ho smesso mai di crederci. Volevo raggiungere la meta, volevo vincere per Niccolò, per la mia comunità di emigranti, per me stesso. Ci sono riuscito solo in parte: la comunità molese di New York non ha voluto vincere con me e con il Circolo Culturale di Mola. Ho personalmente interpellato tutti i cosiddetti “Leader” comunitari, ma con risultati molto al di sotto delle aspettative. Ogni scusa è stata tirata fuori pur di non coinvolgersi; mi è stato detto personalmente che non mi avrebbero aiutato e nel loro animo vedevo la speranza che la messa in scena della Doña Flor fallisse. Non è stato cosi, anzi in molti si sono ricreduti,  e hanno esibito il classico pianto di coccodrillo. Troppo tardi, purtroppo: il Circolo Culturale di Mola ha combattuto quasi da solo ed a vinto, dimostrando che con l’intelligenza e la passione si possono raggiungere tutte le mete; chi, invece, queste qualità non le ha, deve accontentarsi di stare ai margini, altro che leader. Ringrazio l’Idea magazine per la possibilità di questo editoriale e colgo l’occasione di ringraziare l’unico sponsor molese, Tony Martinelli, che mai ci ha fatto mancare il suo disinteressato supporto, il Consolato Italiano di New York, la United Pugliesi, i miei amici di sempre con la redazione dell’Idea Magazine e i suoi lettori, ed infine l’Associazione Culturale Figli Maria SS Addolorata che hanno fatto il possibile, anche e soprattutto moralmente, per aiutarci; loro si che hanno vinto con noi. Un capitolo a parte devo dedicarlo al Circolo Cittadini Molese Niccolò van Westerhout: ringrazio il presidente per la sua disponibilità, ma questo, signori, è il Club che porta da anni il nome del compositore, e notare che durante la premiere della Doña Flor erano presenti si e no sei soci del suddetto Circolo, mi da a pensare. Grazie comunque per quello che hanno fatto. Purtroppo non si è capito o non si è voluto capire che bisognava sostenere l’attività, non certo Leonardo Campanile e il Circolo Culturale. Si doveva portare il nome del molese più famoso nell’olimpo della  lirica mondiale e non applaudire il sottoscritto. La meta è stata raggiunta lo stesso e forse oggi la soddisfazione è ancora maggiore perché siamo stati in pochi a collaborare. Il resto dei nostri cosiddetti leader possono benissimo rimanere rintanati nei locali dei loro Circoli: la vera comunità molese in America è quella che sta fuori dai Circoli e non ha bisogno di loro.

IDEA GIUGNO 2010

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