.::MARZO 2010::.

ELEZIONI REGIONALI:

VOTIAMO SÌ O NO?

di Silvana Mangione

Il 28 e 29 marzo l’Italia vota per eleggere i Consigli e i Governatori di tredici regioni, 5 del Nord: Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia-Romagna; 4 del Centro: Marche, Toscana, Umbria, Lazio; 4 del Sud: Campania, Calabria, Puglia e Basilicata. Gli italiani all’estero possono votare soltanto se ritornano in Italia. Il problema del rientro a scopi elettorali è ovviamente diverso per chi risiede in Europa e per chi, come noi, deve sorvolare gli oceani per tornare al paese natio. Per quanto ci riguarda, gli sconti per coprire le spese di viaggio, ove previsti, sono irrisori. In passato per godere delle facilitazioni bisognava spendere più o meno il triplo di quello che costava un normale biglietto d’aereo. Al momento in cui scrivo, non si sa nemmeno se verranno offerti incentivi per favorire la partecipazione dei cittadini che abitano fuori dai confini italiani. Ad ogni consultazione amministrativa si riapre il dibattito su una questione fondamentale. Affrontiamola una volta ancora. Si tratta di stabilire se ai cittadini residenti all’estero debba essere garantita una voce effettiva nella scelta dei rispettivi Governatori e Consigli regionali oppure no. Molti pensano che chi non risiede in Regione non ha alcun diritto di decidere chi dovrà amministrarla, perché non sentirà personalmente gli effetti delle politiche e dei comportamenti di chi ha aiutato ad eleggere. Quest’argomentazione ha un suo valore, ma conferma le discriminazioni in atto. In realtà, qualunque cittadino ha il diritto di voto nelle elezioni regionali, provinciali e comunali, ma esso viene di fatto esercitato soltanto da chi può tornare a votare. Chi non può permetterselo si vede negare la soddisfazione del diritto–dovere attribuitogli dalla Costituzione, all’art. 48, primo comma: «Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età». L’articolo non fa menzione delle distanze come criterio ostativo alla legittima condizione di elettore. Eppure le distanze e la situazione economica personale prendono il sopravvento sulla legge, limitandone il dettame e la portata. Vi sono anche considerazioni utilitaristiche per l’Italia. Negli ultimi anni i rapporti fra le Regioni e i loro figli all’estero sono diventati sempre più stretti. Le riforme delle leggi regionali in materia di emigrazione hanno cominciato a privilegiare e rafforzare il dialogo con le associazioni, le federazioni, le confederazioni, come mezzo per una più fruttuosa proiezione estera della Regione. Quasi tutte le Regioni hanno una Consulta, un Consiglio, un Ente, formato da una percentuale di corregionali nominati o eletti all’estero, unita ad una rosa variabile di rappresentanti, delle Province, dei Comuni, dei patronati, delle associazioni nazionali dell’emigrazione con base locale, di agenzie pubbliche e private, delle Università e così via. Le priorità non sono più quelle dei tempi difficili in cui bisognava fornire aiuto all’emigrato che non aveva fatto fortuna e doveva essere assistito per poter rientrare e ristabilirsi nel paese d’origine. Ora – e sempre più – l’italiano all’estero è definito e visto come “risorsa per l’Italia”, prima di tutto dal punto di vista economico. Le Regioni si appoggiano sugli espatriati per avviare, sostenere e realizzare iniziative di vario tipo, nella maggior parte tese a produrre positive ricadute turistiche e commerciali. Va bene, anzi benissimo. Andrebbe molto meglio, però, se le attività promozionali fossero studiate insieme ai referenti esteri, con l’anticipo sufficiente a coronarle di successo, senza sovrapposizioni, duplicazioni, conflitti che finiscono per frustrare l’obiettivo. Troppo spesso assistiamo ad un coinvolgimento delle comunità che avviene all’ultimo momento, al solo fine di convalida e scarico di responsabilità dell’insuccesso di eventi fatti con preavviso di pochi giorni, magari a dicembre per spendere fondi che, se rimanessero in cassa, andrebbero restituiti al Ministero del Tesoro o all’Unione Europea. Di solito queste avventure estemporanee vengono studiate interamente in Italia, quasi sempre da persone che non conoscono a fondo il Paese nel quale si vanno a presentare le eccellenze della Regione. Molte volte le delegazioni regionali sono più numerose del pubblico che si riesce a racimolare in poche ore. Queste sono le vergogne che si ripetono continuamente. Ovviamente, le Regioni da cui provengono i nostri lettori non hanno mai fatto nulla del genere e non lo faranno mai. O sì? Ma stavamo parlando di elezioni regionali. Forse l’effettivo esercizio del diritto di voto dei corregionali all’estero riuscirebbe a far prevalere scelte basate sulle capacità dei candidati piuttosto che sulle “etichette” di partito. Gli italiani all’estero già votano per corrispondenza. Le prossime riforme costituzionali potrebbero cancellare lo sparuto gruppo degli eletti all’estero a Camera e Senato e favorire il riversamento dei voti dei cittadini fuori d’Italia sulle circoscrizioni elettorali – e quindi sulle Regioni – di ultima residenza, perciò la divisione per appartenenze regionali delle liste degli elettori “esteri” è già pronta. E allora? Perché non cominciare subito a farci votare anche alle elezioni amministrative? O dobbiamo continuare a aspettare con ansia per vedere cosa ci ha portato la sorte ad opera degli elettori locali e dell’influsso degli italiani in Europa che, più fortunati di noi, si sono riversati a casa in macchina, in pullman e in treno? Salvo poi accogliere con gli striscioni di “Benvenuto!” e “Evviva la Regione!”, quando i neo-insediati Governatori e Consiglieri regionali verranno a trovarci e a creare un nuovo rapporto che, in molti casi, ignorerà completamente quanto già costruito in passato? Sinceramente, mi sembra un inutile spreco di energie e di opportunità da ambe le parti!

Silvana Mangione

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