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DIVAGAZIONI
SU… IL TOUR DE FRANCE E LANCE ARMSTRONG
di
Tiziano T. Dossena

Siamo
tutti eroi? Questa domanda mi è venuta in mente allorché, in un articolo
di ben tre pagine, il giornale “Daily News” pubblicò una serie di
brevi interviste con bambini ed adolescenti dell’area metropolitana,
nella quale la domanda principale era “Chi consideri il tuo eroe?”
Avrebbero potuto chiedere chi volessero emulare oppure chi era la persona
ideale secondo loro, invece usarono proprio la parola “EROE”.
Così scoprii che Ricky Martin, Mike Piazza, Mike Jordan e Brittney
Spears sono in realtà degli eroi... Mi venne una tristezza incredibile,
quando realizzai che i Muzio Scevola della storia erano stati rimpiazzati
da cantanti ed atleti, le cui imprese “eroiche” sono solo degli
exploit nel loro campo di lavoro, per quanto eccezionali o appariscenti
possano essere. Come si può paragonare il loro successo all’eroismo di
chi pone la propria vita a rischio per salvarne altre? Come si può
scegliere di rendere triviale l’eroismo, inserendo nella schiera degli
eroi questi pur valenti rappresentanti del mondo dello spettacolo o dello
sport? Verissimo che questo nuovo uso della parola “eroe” nel gergo
americano è accettato da molti, perché allora non trovare un vocabolo più
adeguato?
La definizione di eroe che ho trovato nel dizionario è “chi
dà prova di straordinario coraggio e abnegazione; chi si sacrifica per
affermare un ideale” o anche “Nelle civiltà primitive, figura mitica,
essere eccezionale al quale la comunità attribuisce imprese prodigiose;
nel mito classico, uomo nato da una divinità e da un mortale, dotato di
eccezionali virtù”. Abnegazione è definita come “rinuncia,
sacrificio di sé, della propria volontà”, quindi molti di noi
potrebbero essere considerati eroi, se non fosse per la parola
“straordinario”. I nostri sacrifici, le nostre rinunce per ottenere
una solidità finanziaria per la famiglia e dare una vita migliore ai
nostri figli, persino tutte le ore dedicate agli altri nell’arco di
un’attività di volontariato, per quanto possano apparire straordinari e
giganteschi a noi stessi ed ai nostri cari, rientrano sempre in una
normalità accettata ed accettabile dai molti. Ed ecco che entriamo in
merito al Tour de France... Che c’entra il Tour, direte voi? C’entra,
eccome.
Ho
avuto la fortuna d’essere presente alla partenza della 14° tappa del
Tour de France presso Cape d’Agde, nell’amabilissima Provenza.
L’esperienza fu unica ed irriproducibile. La gente, i colori, tutta
l’impostazione del Tour si prestavano ad offrire agli spettatori uno
spettacolo impareggiabile. Oltre a ciò, c’era un fattore determinante
che rendeva questa versione del Tour importantissima: la presenza di Lance
Armstrong. Questo incredibile ciclista statunitense era allora maglia
gialla ed era sua intenzione vincere una settima volta questo Tour,
battendo il suo stesso record. La tensione era nell’aria. Il pubblico
applaudì calorosamente il suo arrivo al tavolo delle firme (una cerimonia
che da inizio alla procedura di partenza della tappa), sfatando il mito
che i francesi non avrebbero mai tifato per uno straniero, ed in
particolare uno statunitense. Io stesso ero in conflitto con le mie radici
italiane (Ivano Basso era secondo al momento e così terminò il Tour) e
con la voglia matta di tifare per uno dei nostri. È difficile però
ignorare Armstrong...
La
parola “eroe” in questo caso mi viene spontanea alla mente e spero che
il lettore mi scusi l’apparente contraddizione. Per capire meglio il
tutto è necessario tornare indietro nel tempo di qualche anno, neanche di
troppo... Rammento chiaramente i discorsi fatti sottovoce tra gli adulti,
quando la parola “cancro” entrava nella conversazione. La malattia
andava oltre alla sintomatologia ed alla possibilità di morire, portava
ad una condanna sociale di fatto. Chi aveva il cancro diventava un
escluso, quasi un paria sociale. Ammalarsi di cancro era come essere
contagioso. La gente ti parlava senza guardarti negli occhi e forse
cercava di capire se fossi riuscito a farcela. Non dico che molto spesso
questo non avvenisse per compassione, ma quell’imbarazzo che si provava
a parlarne con il malato era ancor più causa di stress psicologico e gli
scavava una trincea attorno che, nella maggior parte dei casi, non veniva
più attraversata. Si aveva quasi vergogna di affermare di essere
ammalati, come se si avesse una colpa. Avere il cancro era uno stigma che
neanche la guarigione riusciva ad eliminare. La vita diventava un’attesa
per l’eventuale, possibile ritorno di questo male, e tutte le attività
perdevano la loro relativa importanza iniziale. Tanto...
Ora,
grazie specialmente, ma non solo, ai successi di quest’indomito ciclista
statunitense, il cancro non ha più questi connotati. Sopravvivere ad un
incontro con questo male ci permette di ritrovare, molto spesso, il
sentiero iniziale, e la gente non ti squadra più come un appestato, bensì
come uno di loro che è riuscito a spuntarla. L’entusiasmo di Armstrong,
che inizialmente è stato spronato dal bisogno di provare a se stesso che
il cancro non lo aveva cambiato più di tanto, lo ha portato a risultati
che nessuno aveva preso in considerazione come delle possibilità. La sua
voglia di vivere e di vincere lo ha portato a superare le aspettative di
qualsiasi atleta, e certamente di un “sopravissuto” al cancro.
Il
suo eroismo consiste nell’aver dato prova di
straordinario coraggio e abnegazione e nell’essersi sacrificato per
affermare un ideale, vale a dire quello di provare che il cancro
non è altro che una malattia. Il suo eroismo ha permesso a tutti noi di
guardarci nello specchio e di ritrovare il coraggio di vivere, non solo
per ovviare ai bisogni fisici e materiali della famiglia, ma anche per il
bisogno spirituale d’essere se stessi un’altra volta, di ritrovare la
strada che solo temporaneamente si era persa a causa della malattia. Non
più solo sopravvivere, vale a dire restare in vita superando un
evento o una condizione sfavorevole, quindi, ma
vivere ancora e ritrovare ciò che il cancro aveva tentato di
rubarci: la serenità e l’appartenenza a questa società a pari merito
d’ogni altro cittadino.

IDEA
SETTEMBRE 2005

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