.::DICEMBRE 2007::.

UN’ESTATE VISSUTA

di Leonardo Campanile

Nelle passate edizioni dell’Idea ho elaborato vari articoli su Niccolò van Westerhout. Ne valeva la pena, anche perchè ritenevo giusto informarvi di quanto stava accadendo. Questa volta, vi racconto le mie sensazioni vissute nella scorsa estate molese. Un ritorno al passato, una sensazione svanita e ritrovata, una fede sempre, comunque, viva in me ed infine una perdita immensa. Questo è quello che ho provato la scorsa estate, quando, dopo circa venti anni sono tornato al mio paese nel periodo estivo. Che nel sud d’Italia in estate fa caldo era un dato risaputo, ma al punto di non poter respirare, certo non lo immaginavo. Un caldo afoso e stagno, senza un alito di vento per poter per qualche istante apprezzare il profumo del mare e della campagna, niente di tutto questo, e poi d’improvviso scende il freddo, uno sbalzo di venti gradi ci ha fatto ritornare alla realtà. Il pianeta si sta surriscaldando, e questo è confermato, ci rimane solo l’attimo e il tempo per abituarci. Mi preparo ad assistere alla processione della nostra Festa Patria ed entro nella chiesa della Maddalena per osservare, per meditare e perchè no, anche pregare. Chiedo il miracolo della “pace, della comprensione e soprattutto della collaborazione” fra i molesi residenti in Italia e noi che ci siamo ormai stabiliti all’estero. Mancano pochi giorni alle grandi celebrazioni che Mola Di Bari fa in onore della Madonna Addolorata, ed ecco che mi giunge la notizia della morte del prete più prete del mondo. “Don Bruno” ci ha lasciato per raggiungere il Padre Celeste (in un’altra sezione della rivista ho dedicato un intero articolo a Don Bruno). Questa notizia mi sconvolge non poco e doverosamente dedico i due giorni seguenti a lui. Si presagisce una festa patria triste per tantissimi emigranti. Ricordiamo che Don Bruno ci ha visitato tante volte, chiedendoci l’aiuto economico necessario per la costruzione della “Casa di Riposo”, e che noi abbiamo dato con amore, ma che è servito a ben poco, per la malvagità di chi pensa ai propri scopi, approfittando della bontà altrui. Intanto i preparativi si fanno frenetici, l’illuminazione va su senza sosta, arrivano le giostre per la gioia dei bambini, ma anche e soprattutto dei grandi che si sfrenano all’impazzata; le famose bancarelle con le nocelline si trovano in molte strade, il paese si prepara alla sua festa più importante dell’anno.

È domenica 9 settembre, “Piazza XX Settembre” è stracolma di fedeli e curiosi, arrivati dai paesi limitrofi, che aspettano l’uscita dell’Addolorata dalla chiesa. Un boato ed un lunghissimo applauso si alzano al cielo all’apparizione dell’effige della nostra Madre Celeste. Il sindaco, Nico Berlen, ufficialmente consegna alla Madonna le chiavi della città ed inizia la grande processione con la partecipazione straordinaria del Vescovo “Don Mimì Padovano”, attraverso le vie cittadine. I fedeli espongono dai balconi le loro coperte o copriletto più belli, tradizione antica e che io ricordo dalla mia infanzia; coriandoli e fiori cadono sulle nostre teste che commossi seguiamo la processione. Dopo aver girato per mezzo paese, il ritorno in piazza, attraverso due ali di folla immensa, è un’impresa, e così tutti salutano con devozione l’Addolorata che rientra in chiesa. Sono all’incirca l’una di pomeriggio e le donne si affrettano a ritornare alle loro case, per iniziare la preparazione del pranzo, mentre gli uomini s’intrattengono nel piazzale antistante la chiesa, cercando qualche amico, che magari non vedono da tempo, e scambiare due parole. Io, invece, non pranzerò in paese. Ho deciso di stare in campagna, all’ombra degli ulivi e dei pini, respirando l’aria salutare della terra, cercando di racchiuderla in me e portarla in America quale unico ricordo. Una scampagnata del tipo “pasquetta”, che fa tornare in me la gioia e la spensieratezza dell’infanzia. Il cibo in abbondanza fa da cornice ai giochi e alle grida dei più piccoli, che si rincorrono fra gli alberi. Osservo tutto questo e mentre mi diletto a raccogliere i fichi d’india, una canzone in inglese mi fa tornare alla realtà, una realtà crudele che mi avverte che questo non può durare in eterno e presto dovrò tornare a New York. Sono circondato dalla mia famiglia e tanti amici, e tutti insieme ci diamo appuntamento in paese per la tarda sera. La potrei definire un “salotto”, un immenso salotto con tanti tavoli e sedie che resta impossibile contare: Piazza XX Settembre, illuminata a giorno da un grandioso apparato di luci, offre ospitalità a tutti, nessuno escluso, ma trovare un posto a sedere è un’impresa d’altro mondo. I fuochi d’artificio giocano a mio favore ed attirano tanta gente verso il porto marittimo, dandomi così la possibilità d’individuare un tavolo che si libera. Seduti, mentre assaporiamo le specialità del bar, ascoltiamo la musica lirica e classica che è irradiata nella piazza dall’orchestra. È tardi, ormai, la piazza inizia a svuotarsi, ma non ho voglia di andare via, mi rendo conto perfettamente che per un po’ d’anni non potrò assaporare queste gioie. La distanza, a volte, si può annullare in brevissimo tempo, ma la mia vita è qui in America, anche se il mio paese ha un posto speciale nel mio cuore.

 

IDEA DICEMBRE 2007

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