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CARO FANTOZZI TI SCRIVO...
di
Patrizia Di franco
La
front cover del libro”Caro Fantozzi…”di Tiziano Thomas Dossena,
cattura lo sguardo per la policromia e l’intensità del ritratto, avente
come soggetto lo stesso autore all’età di nove anni. Il dipinto, un
suggestivo olio su tavola, a cura del Maestro Emilio Giuseppe Dossena
(scomparso nel 1987), padre di Tiziano, è la palese e poetica espressione
dell’amore che ha unito il figlio, scrittore e poeta, e il padre,
valente pittore neoespressionista (abbinati alle novelle, disegni, schizzi
e quadri del Maestro). Il libro di Tiziano Thomas Dossena, il primo volume
di racconti dell’autore, non è una summa anodina e algida, dei suoi
lavori, bensì un delicato melange di feelings. Una raccolta di racconti
impreziosita dal fil rouge di sensazioni, emozioni, sentimenti per
l’appunto, la cui peculiarità, sia che si tratti di fiction, scritti di
fantasia e immaginazione, o di “tranche de vie” dunque “vita
vissuta”, è l’abile narrazione (tra l’altro mai sottotono o
tediosa): un mix di finesse d’esprit, ironia e autoironia (vale a ben
poco l’ironia se non è capace di sorridere e far sorridere anche di se
stessi), divertissement, riflessione, introspezione, spaccati esistenziali
intrisi di dolore, gioia, smarrimento, nostalgia, spleen, malinconia,
felicità, sconcerto, sconforto, rinascita.
“Il filosofo”, stilato
interamente nel Parco Sempione di Milano nel 1982, è l’incipit, il
racconto che dà inizio al libro e dà il La ai successivi lavori
narrativi. “Non perdetevi
questo piccolo cult: un eco-giallo con risvolti fantapolitici scritto con
stile serrato e incisivo, pieno di suspense e soprattutto ironia, ironia,
ironia!”: il suddetto invito e la sintesi estrapolata dalla recensione
(nella rivista virtuale Kult Underground) sono di Renata Morresi. Il
racconto pubblicato per la prima volta nel 1984 sulla rivista milanese
“L’intermezzo”, fu poi stampato nel 1998 nella presente rivista,
“L’Idea Magazine”di New York, di cui Dossena è direttore editoriale
da quasi tre lustri (13 anni per l’esattezza), e infine in Svizzera
nella rivista “Il racconto” (che poi ha trasferito i propri uffici da
Clarens, a Genova). Colpisce il seguente passo che affronta la vacuità
degli esseri umani, la loro fatuità, superficialità, al
cospetto della transitorietà, dell’effimero, della fugacità,
dell’inesorabile, naturale, invecchiamento, e consunzione, del tutto:
“Egli compativa e giudicava silenziosamente il resto dell’umanità per
quella maledetta tendenza ad apprezzare solo ciò che è rigoglioso. È
troppo facile amare la natura quand’essa è all’apice della
floridezza, ma è più bello, puro, spontaneo, amarla quando diviene
spoglia, privata del superfluo che nasconde la sua più intima
bellezza”. Ma l’uomo impara troppo tardi o non comprende affatto che
tutto va guardato con gli occhi dell’anima e non visto con i soli
occhi…
“Il peso della coscienza” fu concepito in origine come poesia nel 1976
a New York per poi subire una metamorfosi creativa e divenire racconto
(nel 1979, a Milano, città natia di Dossena).
Il toccante, piccolo capolavoro del libro, ossia ”Il pianto”, affronta
il latente conflitto e dramma interiore di Francesco, un giovane uomo,
affetto non da disturbi della personalità o psicosi maniaco-depressiva,
lui non è schizofrenico, non è un borderline, non è vittima di apatia,
abulia o di psicoastenia, egli vive però le sue nevrosi e fisime con
angoscia, inquietudine e sofferenza. Il suo limite, il suo cruccio, il suo
squilibrio è quello di non essere libero, il non godere di affettività
armonica, non riuscire a esternare le proprie emozioni, il non riuscire a
piangere. Il non pianto diventa il parassita della sua mente,
l’ossessione che lo porta a nutrire anche complessi e sentimenti
d’inferiorità rispetto agli altri, fortunati, poiché, loro sì,
possono piangere. Ciò non lo porterà all’alienazione mentale ma alla
rinascita, alla libertà, con un pianto (le sue prime lacrime vere!)
catartico e liberatorio. La resa dell’Io narcisistico lo libererà:
“piangere significa accettare la realtà del presente e del passato.
Piangere protegge il cuore” come sostiene Alexander Lowen (allievo di
Reich). Francesco, liberando il pianto, libera finalmente se stesso ed
entra in contatto con gli aspetti rimossi della sua personalità, rinasce
come l’araba fenice dalle sue ceneri, si abbandona a se stesso, alla
vita, diventa ciò che è: un essere umano. “Il pianto è una pulsazione
di vita” (come affermano l’analisi bioenergetica e la psicologia), è
funzionale, terapeutico, è uno sfogo, è corpo e anima, fonìa, voce e
lacrime che scorrono come un fiume nel suo alveo: panta
rei come affermava Eraclito. Piangere
è umano, normale, sano, bello, libera emozioni e sentimenti, fa
bene alla salute, all’anima e alla mente, ed è più terapeutico
del riso, che fa tanto bene anch’esso. Anche gli ottimisti, le persone
positive e solari per fortuna piangono. Fortunatamente hanno imparato a
farlo anche gli uomini (costretti fin da piccoli a un’autocastrazione
emotiva): “Le femminucce piangono, non i maschi, i maschi non devono
piangere”. Quanti danni ha prodotto quella “non cultura” machista,
patriarcale, maschilista, dispotica, repressiva, fatta di autoritarismo e
scevra di tenerezza, dolcezza, amore, emotività. Le lacrime sono pure
“sacre”: “Dev’esserci qualcosa di sacro nel sale. È nelle nostre
lacrime e nel mare” (Kahlil Gibran). Ciò che conta, come è scritto nel
Talmud: che un uomo non faccia mai piangere una donna!!
Pure”Il telefono giallo”e “La corsa”sono racconti di fantasia come
i precedenti; tutti i suddetti scritti hanno ricevuto encomi e
riconoscimenti ufficiali dalla critica, in vari concorsi nazionali e
internazionali. “La corsa”è una sorta di stream of consciousness, in
cui il protagonista, attraverso un’apparente spersonalizzazione, si
accorge alla fine di aver tagliato, vittorioso, il traguardo.
Seguono storie di vita vera: “Marzo1999: a 25 anni dalla partenza”;
“L’importanza dell’Internet”; “Welcome to the United States”;
“La bandiera”; “Caro Fantozzi”e, in chiusura, il saggio “New
York e gli italiani” che vinse la medaglia d’oro al Premio Emigrazione
nel 2000.
“Welcome to the United States” è la
veritiera, nel bene e nel male, cronistoria-narrazione del viaggio di
Tiziano Thomas Dossena, da adolescente (16 anni), insieme a suo padre
Emilio Giuseppe (65 anni: “Emigrare a sessantacinque anni non deve
essere facile, sia psicologicamente che fisicamente” si legge nel
libro), alla volta degli Usa, per cominciare “una nuova vita”, giacché
a seguito dell’incendio a Milano dello studio d’arte di Emilio
Giuseppe, l’unico modo per sbarcare il lunario e ricominciare a vivere
era emigrare negli States. Si raccontano le paure, l’angoscia,
l’adrenalina, le aspettative, i dubbi, le prime delusioni, la curiosità,
le emozioni, del viaggio sul transatlantico “Raffaello”, partenza
Italia destinazione New York, per raggiungere la madre già lì e altri
parenti. A proposito del ragazzo adolescente, di se stesso, Dossena
scrive: “Ancora non si rendeva conto pienamente di quello che
l’emigrazione avrebbe rappresentato per lui: l’eterno dolore di
sentirsi senza radici, le umiliazioni che avrebbe subito, la sensazione di
“non appartenere” che lo avrebbe accompagnato per quasi tutto il corso
della sua vita, così come aveva accompagnato tanti milioni di italiani
prima di lui. In questo suo nuovo mondo pieno di dubbi e incertezze, ma
anche di tante speranze e di sogni, c’era solo una certezza: l’amore
dei suoi genitori”.
“Caro
Fantozzi”, che dà titolo al libro, è il divertente résumé di un
disastroso e “avventuroso” viaggio “tragicomico” da New York a
Milano per un “pellegrinaggio familiare”, una visita, “l'ultimo
saluto” al fratello malato e in gravi condizioni di Dossena che scrive:
“Ai lettori potrà sembrare strano che una tragedia possa aver fatto
nascere una narrativa serio-comica, ma la distanza fra i due è molto
spesso solo nella posizione nella quale ci si trova”.
Oltre
alla lettura di questo buon libro, vi consiglio di leggere anche le poesie
(bellissime “Compassione”e “Stasera”), basta un clic sul web site:
www.dossena.org/tiziano.html
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IDEA
MARZO 2009

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