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Il Mito della velocità
F.I.A.T.
500
di
Patrizia
Di Franco

“L’automobile è
femminile. Questa ha la grazia, la snellezza, la vivacità di una
seduttrice…ma per contro delle donne ha la disinvolta levità nel
superare ogni scabrezza”(Gabriele D’Annunzio). Nel “Manifesto del
futurismo”(1909)stilato da Filippo Tommaso Martinetti, “automobile”
figura al maschile. In una lettera indirizzata al senatore Giovanni
Agnelli, D’Annunzio decreterà il genere, sarà lui ad imporre
nell’uso corrente il termine automobile al femminile. Il parallelo
diffuso tra l’automobile e la”proverbiale”volubilità e incostanza
delle donne (stereotipi duri a morire tuttora, nonostante una galoppante
volubilità e inaffidabilità tutta al maschile), o con la cosiddetta
“bisbetica” da domare, ha ovvie probabilità di imporsi. Infatti,
proprio sui mille luoghi comuni dell’immaginario collettivo maschile, topoi
il più delle volte soggettivi e non corrispondenti alla realtà, il
vate gioca e fa leva, D’Annunzio si diverte a paragonare le donne ai
motori.
“Il mito della velocità” è
il titolo della bellissima mostra ospitata al Palazzo delle esposizioni di
Roma, una mostra tematica ma variegata: arte, motori e società
nell’Italia del Novecento. Un affascinante excursus su un tema declinato
in tutte le sue forme, un allestimento dal suggestivo impatto scenografico
e policromatico, a cura di Eugenio Martora e Patrizia Pietrogrande,
coprodotto da Contemporanea progetti e Azienda Speciale PalaExpo.
La mostra si apre per l’appunto con un’accurata sezione dedicata alle
Gare, ai piloti, alle automobili e alle moto dei record.
Un tuffo nel passato con la rara possibilità di scoprire e
osservare da vicino le storiche auto guidate da Tazio Nuvolari. Si
ammirano la Fiat 130 HP, l’Alfetta del 1951, le Maserati degli
anni Cinquanta e Sessanta, la Ferrari del campione del mondo Michael
Schumacher. Gli appassionati di motociclette, come la sottoscritta,
guardano estasiati, sorridenti, le prime moto d’inizio secolo, e si
soffermano ad osservare con attenzione le Frera, Moto Guzzi, Gilera, la
storica Vespa, la mitica Ducati, Cagiva.
Una fiammante Ducati “Marianna” del
1955, cattura lo sguardo dei visitatori. Le origini della Ducati sono
legate non ai circuiti, all’universo delle competizioni su due ruote, ma
alle strade italiane. Nel 1954 l’azienda di Borgo Panigale venne scissa
in Ducati Elettrotecnica e Ducati Meccanica. L’ingegnere Fabio Taglioni
venne assunto dalla Meccanica e rese celeberrima in tutto il mondo la
Ducati. In soli sei mesi mise a punto la prima vera moto da gara, la Gran
Sport, ribattezzata “Marianna” giacché il progetto venne sviluppato
nel corso delle celebrazioni mariane.
La Marianna divenne la porta
fortuna della Ducati, s’impose al debutto nel 1955, al Motogiro
d’Italia; e alla Milano-Taranto nella categoria 125, guidata da Giuliano
Moggi il quale conquistò il Motogiro nel 1956 e fino al 1957 (anno in cui
furono sospese le corse di gran fondo, a causa dell’incidente mortale di
Alfonso De Portago alla Mille Miglia). Negli anni successivi Ducati si
concentrò nelle gare su pista, con lo sviluppo delle prime Gran Prix 125
dotate del noto sistema
desmodromico. Nel maggio 2001,
Ducati Corse annunciò e profetizzò il Successo della Ducati Desmosedici,
che avrebbe riportato Ducati nella categoria Regina della Moto GP. E nel
2006 Troy Bayliss conquistò assieme a Capirossi la prima doppietta per la
Ducati a Valencia. Nel 2007 s’impose Casey Stoner come talento
fenomenale che riuscì ad infrangere l’egemonia nipponica durata ben 33
anni.
Stoner e Ducati vennero
consacrati campioni del mondo Moto GP ! In un periodo storico in cui tanti
(troppi!) detrattori criticano l’Italia e n’enfatizzano i problemi
(rifiuti in Campania, mozzarella di bufala campana alla diossina, vini
adulterati, problemi politici ed economici), è giusto ricordare il bello
dell’Italia: arte, storia, cultura, musica, opera, cinema,
enogastronomia, et cetera, e i vessilli eccellenti dell’Italia tra cui
per l’appunto la Ducati e la Ferrari. Troppo facile criticare quando
tutti lo fanno (stampa estera in primis ma anche tanti connazionali non
obiettivi e con poca capacità critica e analitica) e unirsi al coro, al
gregge.

Questa mostra ha avuto
il pregio e il merito di mostrare il genio italico in tutte le sue forme:
arte, moda, motori, cinema, comunicazioni, aviazione, telecomunicazioni.
Si dia a Cesare quel che è di Cesare, non scivolando in qualunquismo,
demagogia, populismo, retorica da quattro soldi, superficialità, poca ed
errata informazione e cognizione di causa.
Tra le bellezze e le geniali
invenzioni del nostro paese, spicca la mitica Fiat 500. Brillano gli occhi
a tutti nel guardare questa straordinaria rivoluzione. Su una pedana è
collocata una Fiat 500 bianca che ci ricorda l’infanzia, gli anni
Settanta. È stata la prima automobile che ho “guidato”, a soli 3-4
anni, seduta sulle ginocchia del mio caro papà. Tra le mie manine di
bambina curiosa, vivace e impavida, il volante, mentre papà m’insegnava
a scalare le marce. La Fiat 500, con circa 3 milioni e 800mila esemplari,
prodotti dal 1957 al 1975, divenne un vero e proprio status symbol per gli
italiani.
Interclassista, trasversale,
“democratica”, non appartenendo ad un mercato elitario, di nicchia
esclusiva circoscritta dal costo e dalle prestazioni, riscosse un
clamoroso successo, ad ogni livello sociale. Le sue prestazioni furono
adattate a tutti gli usi: 500 da Corsa, da fuoristrada, fuoriserie, da
record. Carrozzeria a struttura portante realizzata in lamiera d’acciaio
stampata: fu lo stesso ingegnere Dante Giocosa a seguire con minuzia la
realizzazione di quest’importante elemento della vettura. La Fiat 500
negli intenti doveva essere un prodotto dai costi contenuti, ma al
contempo comodo, pratico, bello da vedere, “simpatico”, con appeal,
che avrebbe dovuto far concorrenza sia per funzionalità sia per
economicità allo scooter, alla stessa amata Vespa, nata nel 1946 ed
esplosa con il modello Vespa 150 GS Piaggio, tuttora ricercatissima, al
pari delle prime Fiat 500, da collezionisti di auto e moto d’epoca, di
tutto il mondo.
Negli anni Sessanta, la Fiat 500
vinse il “Compasso d’oro”, il massimo riconoscimento italiano per il
Design industriale. Adesso sta spopolando la nuova Fiat 500: carrozzeria
rigorosamente a
3 porte, linee tondeggianti
ispirate al mito della Fiat 500, lanciata il 4 luglio 1957 nella mia natìa
Torino. È stata presentata al pubblico lo scorso anno proprio in
occasione del Cinquantenario della nascita. La nuova Fiat è più grande
rispetto al prototipo, al modello originario: è lunga 355 cm, larga 165
cm, alta 149 cm, con un passo di 230 cm. I motori sono a basso impatto
ambientale: il diesel 1.3 Mjet da 75 cv, e i due benzina 1.2 da 69 cv e
1.4 da 100 cv sono rigorosamente EURO 5, cambio meccanico a 5 o 6 marce.
La nuova Fiat 500 può essere
personalizzata con decalcomanie, e interni ed esterni possono, su
richiesta, essere scelti tra una gamma considerevole di colori e
rivestimenti. Dalla Fiat 500 nella mostra di Roma, agli apparecchi
telefonici a batteria centrale per centrali di commutazione automatica, al
cinema di Michelangelo Antonioni con “Blow up”, a Dino Risi con “Il
sorpasso” del 1962, a Luigi Zampa con il film “Il vigile”
interpretato dal grande Alberto Sordi.
E poi i primi telefoni, il
Marconi’s Wireless Telegraph Company, detector magnetico; e il telefono
nero da parete, a batteria centrale automatico, chiamato Siti-Doglio, del
1927; la mitica macchina per scrivere “Valentine” Olivetti, portatile,
color rosso acceso, in plastica, progettata da Ettore Sottsass jr ( i
primi articoli li scrissi con un’Olivetti celeste). Le piccole radio, i
primi televisori piccoli, il popolarissimo”Grillo”, ideato da Marco
Zanuso e Richard Sapper nel 1966, una sorta di cellulare ante
litteram, un precursore dei telefonini, il quale vinse anch’esso,
come la Fiat 500, il Compasso D’oro per il design nel 1967. Ammiriamo le
opere di Depero, dei futuristi, il modellino del treno Arlecchino, la
maglia bianca indossata da fausto Coppi, gli abiti di Emilio Pucci,
Roberta di Camerino, l’arte cinetica di valenti artisti italiani, le
locandine di celebri film come “Totò al giro d’Italia” di Mario
Mattoli, l’informatica in Italia, le fibre ottiche, i primi fax (il link
fax di Michele De Lucchi) e i primi personal computer, la
Calcolatrice elettronica di Mario Bellini, le auto (i vari modelli,
tra cui l’avveniristico Aztec, spider a due posti, due cockpit, due
volanti, due abitacoli, quasi spaziale anche nelle linee e design)
progettate da Giorgetto Giugiaro e la Lamborghini, fondata nel 1963 da
Ferruccio Lamborghini.
Una mostra intensa, ricca, con il fil
rouge della velocità, sviluppo, progresso, evoluzione. Passato,
tradizione, miti, la storia, la memoria, con uno sguardo proiettato verso
il futuro, che si spera sia sempre migliore del passato e del presente,
portatore di benessere non solo economico e di idee, progettualità, genio
italiano.
Una
mostra che fa ricordare, sognare, sorridere, che mette di buon umore, che
dovrebbero vedere i perenni insoddisfatti che sputano nel piatto in cui
han mangiato o mangiano, gli ipercritici che pontificano, criticano, ma
non sanno essere mai né obiettivi né intelligentemente propositivi e
pragmatici. Un evento espositivo di forte impatto scenografico, ma anche
emotivo e psicologico, che ha riscosso meritatamente un gran successo. Una
straordinaria mostra “didattica” che fa bene agli italiani e
all’Italia, non solo in termini di immagine; un’eredità importante
per noi e le nuove generazioni, una mostra che si porta con sé,
nell’anima, per sempre.

IDEA
GIUGNO 2008

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