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.::DICEMBRE 2009::. |
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Istituto
Italiano di Cultura Presenta: Importato
Dall’Italia (Fred Gardaphe`) di Tiziano T. Dossena
Nell’elegante
sede dell’Istituto Italiano di Cultura di Chicago è stata presentata
per la prima volta al pubblico americano la raccolta di racconti
“Importato dall’Italia” di Fred Gardaphè. Il libro è il primo
volume della casa editrice Idea
Publications apparso nella novella collana dedicata agli autori di
origine italiana che scrivono all’estero, con un’enfasi particolare
agli italoamericani. Tradotto con una straordinaria sensibilità e
rispetto della struttura idiomatica originale dalla dottoressa Silvana
Mangione, “Importato dall’Italia” è composto da varie novelle che
la traduttrice stessa ha definito “storie che sono cuore e sangue,
emozioni e ritorni della nostra gente che vive in America”.
Al termine dell’incantevole serata, l’autore ci concesse gentilmente un’intervista. L’IDEA:
Ho letto le sue novelle ed ho notato che c’è un personaggio che vi
ricorre: Frankie. Sono curioso di sapere se è una persona esistita, una
realizzazione autobiografica, oppure è un personaggio completamente di
fantasia. Gardaphè:
Frankie sono io, con la possibilità di poter dire tutto quello che posso
dire. L’IDEA:
E gli altri personaggi? Gardaphè:
Alcuni sono fondati su gente conosciuta, ma molti sono un impasto di varie
persone con le quali io ho creato un personaggio unico. Sono basati su
gente esistita, ma a volte… quando ero giovane, sentivo raccontare
storie da tutti e più avanti con gli anni, è ciò che è rimasto di
quelle storie che mi ha attratto. Posso anche non essermi ricordato tutti
i dettagli, ma mi rammento quando entravo da Rocky’, sulla 5° Avenue di
Baywood, nello Stato dell’Illinois, e non conoscevo nulla di lui (del
proprietario), ma avevo sentito la storia che parlava di lui. La novella
“Con Amore” è completamente frutto della mia immaginazione, non c’è
mai stato nessuno che ha perso le dita di una mano a causa della morra, ma
quando ero bimbo, avevamo un detto che affermava “Sei così duro, eh? E
via con le dita!”, ed io ho cercato di spiegare cosa volesse dire. Un
altro racconto, invece, è impostato su vari eventi da me appresi nel
corso degli anni. La maggior parte dei racconti fu scritta tra i ventisei
e i trentacinque anni, e in quel particolare periodo ero preoccupato di
tutto ciò che fosse italiano nella mia esistenza. In precedenza, non ci
avevo prestato attenzione e cercai disperatamente di catturare tutte le
esperienze prima di perder l’occasione, prima di avere figli. Erano
proprio gli inizi. Alcune di quelle storie le scrissi in dialetto, affinché
i miei figli le avessero potute comprendere appieno e fossero spronati a
ricercare il loro passato. L’IDEA:
In questa raccolta di racconti, qual è quello con il quale s’identifica
di più come autore e perché? Gardaphè:
Io penso che riflettono tutti la mia presenza di scrittore, ma mi sento più
legato con la novella che dà il titolo al libro, “Importato
dall’Italia”, perché crebbi con quella storia e vinse il premio
letterario nazionale UNICO, del quale Pietro Di donato era uno dei
giudici, uno scrittore che ho cercato di emulare. Oltre a ciò, con quel
racconto ho cercato di trascendere la realtà per creare qualcosa di
mitico. Avevo un messaggio per le generazioni future: che forse era
opportuno conservare quella lattina di tonno, perché potrebbe essere
tutto ciò che rimane loro per creare un’identità. L’IDEA:
“Olio e aceto” e “Importato dall’Italia”, due racconti che sono
anche due opere teatrali. Quale nacque prima, il racconto o la commedia? Gardaphè:
Una volta lessi la novella “Olio e aceto” nel corso di una
manifestazione, e uno degli ascoltatori mi disse: “Ma questa è una
commedia! Perché non la riscrive come commedia?” E così feci. La
produssi a Chicago e fu un grande successo. Il mio problema più grosso è
che avrei voluto scrivere in Italiano, ma le persone di cui parlo, quelle
che sono parte essenziale di questi racconti, l’italiano non lo leggono
più, e così mi trovai a scriverle in inglese. Questo libro, per me,
serve a provare ciò che mio nonno sentì quando arrivò negli USA. Avendo
imparato l’italiano solo negli ultimi anni e conoscendo il dialetto
minimamente, posso comprendere alcune di quelle sensazioni, che io stesso
sperimentai quando visitai l’Italia la prima volta. L’IDEA:
Secondo lei, vi è una carenza di racconti che trattano l’esperienza
italoamericana? Gardaphè:
No, non penso proprio che vi sia una carenza di racconti, ma solo poca
consapevolezza della loro esistenza. Ci sono molti scrittori che scrivono
su argomenti italoamericani, ma nessuno presta loro attenzione. Non
scrivono sulla Mafia oppure di sesso e violenza, e forse questo li esclude
dall’attenzione dei critici. Io ho sempre predetto che ci sarà un
rinascimento della cultura italoamericana. Penso che la serie televisiva
“I Soprano” sia stata la fine di un genere, poiché dopo di questa,
non si è parlato più di Mafia nel cinema americano. Non voglio
annunciarne ufficialmente la morte, perché ho paura che
ritornino come dei vampiri e ci
succhino il sangue un’altra volta. Ne hanno succhiato già tanto e per
troppo tempo dalla cultura italoamericana. L’IDEA:
Fred, lei è il coeditore di Fra Noi,
una rivista bilingue di largo pubblico, e editore di Voices
in Italian Americana, una rivista che definirei accademica. Come
riesce a trovare un equilibrio nel collaborare come editore a due riviste
così differenti? Gardaphè:
Io mi sono sempre sentito a mio agio sia fra la gente comune sia nel mondo
accademico. Quando frequentavo la Sedgewick High School, una "college
preparatory school" che è simile al liceo classico italiano, io
studiavo greco e latino, e poi ritornavo nel mio quartiere, nel quale il
greco e il latino non avevano alcun valore per me. Devo confessare che,
perlomeno, il latino mi servì a diventare un ottimo chierichetto. Ad
ogni modo, alla gente del quartiere non interessava che io avessi tutta
questa istruzione. Mi chiedevano: cosa sai fare, con le tue mani? Io
volevo connettere questi due mondi che mi appartenevano entrambi, e oggi
ci riesco, veramente, io riesco a raccogliere fondi per i miei programmi
proprio perché so parlare alla gente… e poi, io ho conseguito il mio
PhD (dottorato) dopo i quarant’anni. Non diventai un accademico… ecco,
ero sempre un accademico riluttante, anzi, lo sono ancora, e questo è il
punto risolutivo. L’Idea:
Proprio come Mario Soldati, che odiava il mondo accademico… Gardaphè:
Io amo insegnare, odio la politica del sistema. L’Idea:
Ha dei progetti per il futuro che possano interessare i nostri lettori?
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