Saturday, May. 27, 2017

I macachi comprendono le relazioni di parentela

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3 March 2017

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I macachi comprendono le relazioni di parentela

Questi primati hanno una visione oggettiva delle relazioni sociali che legano i loro simili e sono in grado di riconoscere rango sociale e relazioni famigliari. Una ricerca dell’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr e del Deutsches Primatenzentrum di Gottinga mostra come acquisiscano queste competenze e i vantaggi che ne traggono. Lo studio è pubblicato su Royal Society Open Science

L’osservazione di un gruppo di macachi evidenzia che i due cardini della loro organizzazione sociale sono la gerarchia di dominanza e le relazioni di parentela. Queste ultime, in particolare, determinano in larga parte la rete delle interazioni sociali, sia amichevoli, sia aggressive. Essere in grado di riconoscere le relazioni di parentela che legano altri individui, potrebbe quindi aiutare questi primati ad affrontare con successo il loro complesso mondo sociale.

Osservando un gruppo di macachi ospitati al Bioparco di Roma, un gruppo di ricercatori dell’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche (Istc-Cnr) e del Deutsches Primatenzentrum di Gottinga (Germania), ha spiegato come essi riescano a identificare le relazioni di parentela e quale sia il loro vantaggio nel farlo.

“Sappiamo da trent’anni, grazie a precedenti studi, che i macachi sono capaci di riconoscere le relazioni di parentela che legano altri individui. Quest’ultima ricerca, però, contiene due novità”, afferma Gabriele Schino dell’Istc-Cnr, autore dello studio. “Primo, chiarisce come i macachi, quindi i primati, acquisiscano questa comprensione della loro propria struttura sociale, delle regole del gruppo in cui vivono; secondo, identifica un vantaggio selettivo da questa loro capacità, e quindi contribuisce a spiegarne l’evoluzione. Gli esseri umani riconoscono le relazioni di parentela soprattutto sulla base delle informazioni verbali: qualcuno, ad esempio, ci dice che un individuo è il figlio di un altro. Questo è ovviamente impossibile per i primati non umani, i quali devono quindi basarsi sull’osservazione diretta”.

Macachi giapponesi che si tengono stretti stretti per scaldarsi durante lo scorso inverno presso il Centro dei macachi presso l’isola Awaji in Giappone. In natura vivono nelle montagne del nord giapponesi e sono spesso soprannominate “scimmie delle nevi”. Oltre a starsene stretti, per sopportare il freddo invernale questi macachi fanno di solito lunghi bagni nelle sorgenti di acqua calda tipiche della zona. Un macaco giapponese vive fino a 30 anni circa. (Buddhika Weerasinghe/Getty Images)

Macachi giapponesi che si tengono stretti stretti per scaldarsi durante lo scorso inverno presso il Centro dei macachi presso l’isola Awaji in Giappone. In natura vivono nelle montagne del nord giapponesi e sono spesso soprannominate “scimmie delle nevi”. Oltre a starsene stretti, per sopportare il freddo invernale questi macachi fanno di solito lunghi bagni nelle sorgenti di acqua calda tipiche della zona. Un macaco giapponese vive fino a 30 anni circa.
(Buddhika Weerasinghe/Getty Images)

In merito a come traggano le informazioni dall’osservazione, il team di ricercatori ha formulato due ipotesi. “Secondo la prima, la conoscenza del grado di parentela deriverebbe dall’osservazione di comportamenti caratteristici delle interazioni fra parenti, come l’allattamento, che verrebbero successivamente ricordate”, prosegue il ricercatore dell’Istc-Cnr. “In base a una seconda ipotesi, i macachi registrerebbero più ampiamente tutte le interazioni amichevoli che osservano fra i compagni di gruppo, considerando come ‘parenti’ i membri che si scambiano più frequentemente interazioni amichevoli. Lo studio ha mostrato che l’ipotesi più corretta è proprio quest’ultima. I macachi, quindi, applicano la logica: se due individui si frequentano, sono parenti. Una deduzione in parte errata, cosicché, pur riuscendo con successo a identificare alcuni parenti dei loro compagni

di gruppo, i macachi a volte non sono in grado di distinguerli da coloro che sono semplicemente ‘amici’”.

A questo risultato i ricercatori sono giunti studiando il fenomeno della cosiddetta aggressione ridiretta, per il quale la vittima di un’aggressione scarica la tensione attaccando un terzo individuo. “Molto spesso il terzo individuo è un parente dell’aggressore originale, il che dimostra come la vittima sia in grado di riconoscere i parenti del suo avversario”, spiega Schino. Da qui prende il via la seconda parte dello studio, rivolta ad analizzare i vantaggi derivanti da questo riconoscimento. “È stato dimostrato che i macachi tendono a evitare di aggredire gli individui che sono particolarmente bravi a identificare i parenti dei loro aggressori e che più spesso si vendicano aggredendoli a loro volta: questa capacità di identificazione, pertanto, consente di subire meno aggressioni”.

Grazie a questo studio, per la prima volta è stato dimostrato un vantaggio della competenza sociale, da intendersi come modo attraverso cui la selezione naturale può favorire l’evoluzione di capacità cognitive complesse in ambito sociale.

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