|
INTERVISTA
AL REGISTA ANGELO AMOROSO D'ARAGONA
di
PATRIZIA DI FRANCO

“Posso intendermi con una
principessa di sangue reale perché sono monarchico. Sa com’è, una
mano lava l’altra”, recitava così, in “Totò Sceicco”, il
Principe della risata Antonio De Curtis, e, sempre con rara finesse
d’esprit, tra le sue salaci battute figurava pure il provocatorio e
caustico: “Noblesse oblige: la nobiltà è obbligatoria”…
Angelo Amoroso D’Aragona è appassionato di cinema, cinefilo e
cineasta, e discendente di una nota dinastia: questi i motivi conduttori
e le affinità, che per inevitabile associazione d’idee, lo pongono in
relazione con Totò.
Regista e principe, barese, Angelo Amoroso D’Aragona è il vincitore
al New York Short Film Festival, il più importante Festival
mondiale dedicato ai cortometraggi, per il premio miglior regia, con la
sua opera cinematografica “Il Dio della pioggia” (nella versione
americana, “The Lord of the rain”).
L’Idea: “Stesso desiderio” e
“Frammento Orfico” sono i primi lavori che segnano il tuo esordio
come cineasta, avvenuto nel 1993. È così?”
Angelo
Amoroso D’Aragona: “Esatto. Prima avevo un piccolo centro di
produzione, una cooperativa sorta nel 1982 sull’onda della scoperta
dell’elettronica come democratizzazione dei processi produttivi. Io
però ho avuto un rapporto non facile con l’elettronica in generale,
perché ammaliato dalla 'fascinazione' del cinema. Liberatomi da
quest’insostenibile fardello, finalmente nel 1991 andai alla Scuola di
Ermanno Olmi, a Bassano del Grappa. Come primo, traumatico ricordo ho
impressa nella memoria questa frase che fu detta a noi allievi:
“Scordatevi la pellicola, perché Olmi è molto arrabbiato, non vuole
più fare cortometraggi, ognuno di voi vada a procurarsi una videocamera
e cominci a far riprese”. Tornato a casa, mi resi conto che avevo già
molto materiale a mia disposizione, e quindi montai per la prima volta
degli scarti di lavorazione industriale. Questo materiale è stato la
mia prima “postazione per la memoria”, che è il termine utilizzato
da Olmi. La sua formula è molto efficace. A me piace ripeterla. Lui
diceva: “Io getto una monetina in un angolo qualsiasi di strada,
cinque minuti di quella realtà valgono un film, se avete uno sguardo.
Se non avete questo sguardo
tornatevene a casa, il cinema non è per tutti. Questa non è una scuola
accademica… le scuole sono altrove. Il cinema non s’insegna, io
posso farvi solo da maestro”.
Olmi affermava che il cinema si fa in trattoria, non nelle aule.
Condivido pienamente. Così come mi piace il modello americano: “Io vi
insegno la tecnica poi sono fatti vostri”, per certi versi si arriva
allo stesso risultato auspicato da Olmi, forse in un modo più laico,
con pragmatismo americano. “Sì, in maniera pragmatica. Ciò consente
un’istituzionalizzazione. Mentre è molto pericoloso
istituzionalizzare il maestro d’arte, ciò accade in Italia e non
funziona quasi mai e non paga”.
Tornando all’elettronico,
ai miei inizi, per rispondere in maniera esaustiva alla domanda, ho
successivamente elaborato i miei trascorsi e capito che l’elettronica
richiede riflessioni sul processo mnemonico che in qualche modo
l’elettronica richiama, il flusso d’informazioni poste su nastro non
è più il cinema del montaggio, è un cinema basato sulla lunghezza, più
discorsivo per così dire. Per la prima volta presentai un corto a
Torino, città cui sono molto legato perché ha segnato tale esordio.
Sono stato presente, per tre anni, in concorso, e nel 1995 ho vinto il
Primo Premio del Film Festival di Torino, con una videomemoria, “Un
sabato di maggio” (1994). È
stato un lavoro prodotto dentro l’esperienza della scuola di Olmi ed
è il lavoro a cui sono più legato. Io mi recai da Olmi perché in
qualche modo sentivo che in Italia mancava un fil rouge che portava
l’esperienza italiana più significativa che era stato Rossellini, e
da cui nacque la nouvelle vague e tutte le novelle vague del mondo sono
debitrici a questa formula. Però in Italia tutto ciò non aveva
germinato. “L’unico figlio riconosciuto”di quest’esperienza era
Ermanno Olmi, e io volli ricollegarmi a questo filone del neorealismo ma
inteso in chiave di nouvelle vague per l’appunto, non di neorealismo
sociale. Io amo il buon Cinema, adoro Rossellini, Antonioni, e mi
piacciono anche Linch e Wenders nel loro universo onirico.
L’Idea:
“Hai vinto il premio per la miglior regia, con “Il Dio della
pioggia”, al New York Short Film Festival, un riconoscimento
prestigioso. Un tuo
commento a riguardo”?
D’Aragona:
“Naturalmente sono stato molto contento. Sorpresa, gioia…
orgoglio, perché il lavoro si è affermato da solo. So che il lavoro 'autoriale'
è difficile e vincere in America è arduo, sono molto critici e
selettivi, giustamente. Per essere apprezzato negli Usa, vuol dire che
è il cinema autoriale è davvero di gran qualità”.
L’Idea:
“Per la trama di tale cortometraggio hai tratto ispirazione da un
racconto indigeno dell’America centrale, ma il Vesuvio e Napoli sono i
protagonisti in toto. Perché questa scelta?”
D’Aragona:
“Nessuna filologia in tutto ciò. Questa storia l’ho scritta venti
anni fa. Io ho i cassetti pieni di sceneggiature, tra cui questa. Mi
colpì un concorso a suo tempo, indetto dalla Medusa, concorso che poi
non si è mai fatto, e quindi mi appassionai di certe letture e lessi di
tale mitologia azteca. Mentre lo scrivevo mi venne di associarlo a degli
elementi simbolici che mi riconducevano alla mafia. Nel mito azteco c’è
un Dio tuono, bambino, che rompe un’anfora sulla dea Terra fanciulla
che ancora non sa d’essere donna, femmina. E la terra non è fertile;
la dea è, infatti, adolescente. Per dispetto il dio bambino rompe
l’anfora, l’acqua contenuta in essa bagna la terra, grazie alla
pioggia la terra diventa fertile e la ragazza si scopre donna. Pensavo
di girare il corto a Stromboli e che quindi la città della mafia fosse
Palermo, con un paesaggio arso dal sole. Il tema dell’acqua e della
mafia si legano, perché il dominio della mafia adesso è sulla gestione
dell’acqua in Sicilia. Sapevo d’essere molto provocatorio, quasi
un’apologia di reato.
Volevo mettere in
scena un archetipo mediterraneo della mafia, dire che la mafia ci
appartiene come retaggio culturale e non possiamo negarlo. Poi ci furono
problemi vari, la produzione che era napoletana mi chiese di filmare a
Napoli. Siccome io credo poco nel cinema d’identità, credo molto
nelle diaspore, scoprire Napoli, stando lì per lavoro, per me fu una
fonte continua d’ispirazione. Una sfida che io accettati volentieri.
Però Napoli è un tale affastellamento di segni…
L’Idea:
“Sicuramente non minimalista”
D’Aragona:
Infatti, hai detto bene, tutt’altro che minimalista…insomma era
difficile lavorare in questo nuovo contesto, così ho riscritto un altro
film da girare a Pompei, una storia un po’ fuori dal tempo, ma quando
tutto era pronto è arrivata la negazione da parte del Comune, quindi
abbiamo deciso per Napoli, ma alla fine sono stato felicissimo di tale
scelta. Vesuvio tra l’altro vuol dire figlio del Dio della pioggia.
Ogni anno il rituale si ripete: il Vulcano chiede in sposa la fanciulla.
Un’iscrizione inconscia del mito di Core. Ero sotto il dominio del
mito. Sono molto legato all’orfismo e intendo continuare a lavorare
sul mito.
L’Idea:
“Il Dio Della pioggia”era stato presentato due anni fa alla Mostra
Internazionale dell’Arte cinematografica di Venezia. Cosa pensi da
regista e da cinefilo della Mostra del Cinema di Venezia, del festival
di Cannes, del Film Festival di Torino, e, se c’è, quale rassegna
cinematografica premieresti?”
D’Aragona:
“I registi vorrebbero partecipare e vincere tutti i Festival(ride).
Seriamente, invece, credo che il migliore, il più interessante e
prolifico sia quello di Torino, selettivo, attento, capace di
confrontarsi con i festival internazionali. È un Festival nella città.
Quello di Venezia è un patrimonio simbolico. Temo che il Festival di
Roma possa affossarlo. Per quanti limiti anche organizzativi possa avere
il Festival di Venezia, penso che debba restare l’icona,
la”bandiera” del prestigio cinematografico italiano nel mondo”.
L’Idea:
“Dopo New York sei stato a Istanbul,
grande successo di pubblico, per l’iniziativa patrocinata
dall’Assessorato al Mediterraneo della Regione Puglia e organizzata
dall’Istituto italiano di Cultura e dal Liceo Italiano Imi di
Istanbul, il più prestigioso liceo italiano nel mondo. I ricordi e le
emozioni dell’incontro in Turchia?”
D’Aragona:
“Istanbul mai come quest’ultima volta, c’ero già stato prima,
mi è sembrata così occidentale, nel bene e nel male. Sorpresa positiva
ma anche di sofferenza perché ho visto la realtà giovanile, la loro
amarezza nel non sentirsi parte dell’Europa. Ho avuto a che fare
ovviamente con la Istanbul che conta, sia come addetti ai lavori sia
come pubblico. Per un’ora durante il matinée
ci hanno fatto domande sul film, e un pubblico difficile com’era
all’inizio, si è rivelato piacevolissimo e ricettivo”.
L’Idea:
“Idillio infranto”è una pellicola cinematografica di cui stai
curando il restauro digitale. Si tratta di un film muto, vero?”
D’Aragona:
“Questo
film per certi versi segna per me un punto di svolta. È un film muto
del 1931. In una cassapanca di una masseria di Acquaviva delle Fonti, fu
rinvenuta una pellicola che seppure avesse 60 anni era in ottime
condizioni. Proveniva dalla Germania, pellicola Zeiss, infiammabile, e
per autocombustione poteva prender fuoco da un momento all’altro. La
Mediateca della regione Puglia e il Comune di Acquaviva non hanno voluto
restaurarlo. È il caso di dire…“Idillio infranto”tra cinema e
Puglia… Gli enti pubblici non hanno risposto. Io ho chiesto
autorizzazione all’erede Franco Milella, di poter prendermi cura di
questo suo patrimonio artistico, un patrimonio però collettivo. Tra noi
c’è un’amicizia decennale e mi disse di sì.
Nel corso della serata pugliese, di gala, conclusiva del
Centenario del Cinema, questa pellicola fu “la ciliegina sulla
torta”. Io l’ho restaurata e fatta musicare da Nico Girasole. Adesso
ho ottenuto una sponsorizzazione privata per effettuare il restauro
digitale. E se la Puglia risponde ancora con due di picche, peccato, in
quel caso conto di dare la pellicola a Torino che sicuramente apprezzerà”.
IDEA
SETTEMBRE 2006

|