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.::DICEMBRE 2008::. |
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INTERVISTA AL MAESTRO VITO CLEMENTE Intervista realizzata da Beppe Granieri
È un onore per me poter intervistare il maestro Vito Clemente, perché concittadino famoso in buona parte del globo e, soprattutto, perché amico da decenni. Conosco Vito dai tempi della scuola media, quando finiti i compiti si passava a fantasticare sulle aspirazioni e sui propri hobby. Qualcuno preferiva lo sport, Vito ed io parlavamo sempre di musica. La musica, già da allora, era tutto per noi: una passione irrompente, una linfa vitale. L’unica differenza tra noi era il genere musicale: io amavo la musica leggera, Vito prediligeva la musica classica; io cantavo accompagnandomi con la chitarra, Vito suonava ore ed ore il suo pianoforte e studiava per diplomarsi (anche) al Conservatorio N. Piccini di Bari. Dopo le scuole medie, ci siamo persi di vista per un po’, ma dopo qualche anno ho incominciato a leggere sui giornali dei primi successi di Vito Clemente, che si affacciava al panorama musicale anche come Direttore d’Orchestra. È inutile nascondere l’orgoglio che provo nel conoscere un artista poliedrico quale è Vito; ed è con lo stesso orgoglio e onore che ho accettato l’invito dei direttori Campanile e Dossena di intervistare il maestro Clemente, affinché tutta la comunità italiana in America possa conoscere ed apprezzare il suo talento. Quest'anno si celebra il centocinquantesimo anniversario della nascita di Giacomo Puccini. Noto dal tuo curriculum che hai vinto il Concorso Internazionale "Franco Capuana" per direttori d'orchestra dellla Comunità Europea 2002 proprio con l'opera "Manon Lescaut" di questo celebre compositore. Potresti parlarci di questa tua esperienza? L’affermazione al concorso “Capuana” ha costituito una tappa fondamentale per la mia carriera. È stato l’unico concorso per direttori al quale ho partecipato. Ricordo la ricerca della concentrazione a prescindere dalle sollecitazioni esterne, la complicità empatica con gli interpreti, la gioia liberatoria per la vittoria. Anche le mie credenziali si sono inevitabilmente potenziate. Ricordo che la musica l'hai sempre avuta nel sangue. Quando ti sei reso conto che avresti voluto diventare direttore d'orchestra e quali sono state le persone che ti hanno ispirato e sostenuto in tale decisione? Credo, kantianamente, nel talento che si forma con la disciplina. Nasco come pianista ma l’aver iniziato gli studi di composizione a 11 anni mi ha portato a sviluppare una visione verticale ed un interesse alla timbrica. Anche gli studi umanistici hanno avuto il loro peso. L’avvicinarsi alla direzione è stato naturale. Pur non avendo esempi di musicisti in famiglia sono vissuto in un ambiente familiare molto attento e partecipe attivamente, moralmente e materialmente, alle esigenze che gli studi comportano. Mia madre, mio padre e mio fratello mi hanno sempre sostenuto ed aiutato. Una persona importantissima alla quale devo sicuramente l’aver intrapreso la strada della musica è stata mia nonna, che non c’è più. E più tardi ho sposato mia moglie, violinista e violista di gran talento, che ora mi supporta e mi sopporta… Se poi devo citare qualche direttore: senz’altro Roberto Duarte, il mio primo insegnante di direzione del quale ho una stima assoluta. Hai fatto tournèe in molte nazioni. Quale l'esperienza all'estero più eclatante, e perchè? La mia prima esperienza in Giappone: 14 recite (più prove) de“La Traviata” in meno di 20 giorni nei più importanti teatri, e ogni giorno con un cast diverso in un posto diverso. In pratica una performance al giorno. Notevole palestra: mi sono sentito quasi uno sportivo, ed io sono il prototipo del sedentario! Comunque, sempre in Giappone, ho “battuto” successivamente con “Il Barbiere di Siviglia” e “Alcina” contemporaneamente questo mio piccolo record. Le sfide mi sono sempre piaciute. Dicono che i giapponesi, dopo gli italiani, siano i migliori ammiratori dell'opera. Secondo te, è proprio così o è un mito? Non so se sia vero. Ma certamente i giapponesi sono emozionanti e commoventi con le loro standing ovations o la pazienza con la quale, in file interminabili, aspettano il turno per un autografo. Ho un rapporto ormai di collaborazione reiterata con Tokyo Chamber Opera Theatre e lavoro con cast totalmente giapponesi. È davvero una situazione fantastica per livello artistico, capacità, dedizione e , non per ultimo, squisitezza umana. Ogni volta che torno lì è una festa. Preferisci dirigere l'opera o la musica sinfonica? Nasco con il ‘700 napoletano (Tommaso Traetta, genio e riformatore del melodramma è di Bitonto come me) e la musica contemporanea. Poi mi sono dedicato al repertorio sinfonico e a quello operistico. Penso comunque che la figura del direttore d’opera sia effettivamente la più complessa: è un demiurgo che deve tenere le fila di un meccanismo assai delicato. Quali sono i compositori che senti più vicini a te ed alla tua visione della musica? Amo sempre l’ultima composizione che ho studiato. Qualche anno fa hai inciso "Doña Flor" di van Westerhout. La nostra rivista è stata sempre interessata al recupero della fama di questo sfortunato compositore molese, ed è stata uno degli elementi essenziali che hanno permesso il ritorno delle ossa di tale compositore a Mola di Bari. Vorremmo sapere da te cosa ne pensi di quest'opera e quali sono state le difficoltà che hai incontrato nel dirigerla. Complimenti innanzitutto per ciò che avete fatto per quello che, in futuro, potrebbe diventare un “fortunato” compositore, seppure post mortem. “Doña Flor” è un atto unico di grande intensità emotiva e passionalità. Anche la trama concorre a questo risultato. Credo che l’essere “uomo del sud” e quindi, direi per definizione, temperamentale sia un vantaggio. Appartiene poi ad un periodo storico-compositivo che sento molto vicino alla mia sensibilità. Hai intenzione di dirigere in un prossimo futuro altre composizioni di questo autore? Sicuramente. Ho già eseguito ed inciso in passato brani per orchestra da camera: “Orando”, “Serenata”, “Preludio sul Quando Corpus Morietur”. Sono molto interessato alle due sinfonie in do minore e la minore. Quest’ultima, incompiuta, è stata completata da Raffaele Gervasio, importantissimo autore del ‘900 italiano e mio primo insegnante di composizione. Pensi che il pubblico italiano in America apprezzerebbe un'esecuzione di tale opera negli USA? Saresti disposto, se ce ne fosse l'occasione, a prenderti questa grossa responsabilità di far ascoltare "Doña Flor" per la prima volta al pubblico statunitense? Ritengo che potrebbe essere un grande successo e non aspetto altro! Van Westerhout è un autore affascinante e “Doña Flor” è un lavoro importante nella storia del melodramma. Penso che un’esecuzione in U.S.A. aprirebbe la strada ad una van Westerhout renaissance. Grazie per la tua disponibilità, Vito. Tutta la redazione de “L’IDEA Magazine” ti augura un grande “in bocca al lupo” per la tua carriera, nella speranza di poterti incontrare al più presto nella Grande Mela.
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