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.::DICEMBRE 2008::. |
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L’ISTITUTO ITALIANO DI NEW YORK INGRANA LA QUARTA di Silvana Mangione
In un’intervista rilasciataci recentemente, Renato Miracco – il direttore di “chiara fama” dell’Istituto Italiano di Cultura di New York, un uomo creativo, fattivo, tenace, profondamente colto con un curriculum vitae che si legge come il “what’s what” delle mostre e delle monografie d’arte contemporanea – ci diceva: «Nel mondo ci sono novanta Istituti italiani di cultura. Ottanta sono affidati a direttori di carriera e dieci a direttori di chiara fama, persone del mondo culturale che possono aiutare a far decollare l’istituto in posti particolarmente importanti. Fortunatamente a me è stata affidato quello di New York, istituzionalmente il luogo più valido per la diffusione della cultura italiana negli USA, dalla classica alla contemporanea, fino al design e a tutte le forme di arte concreta. Un radar straordinario di potenziali identità sia culturali che sociali, una cartina di tornasole anche rispetto alla ricerca di identità dell’americano di origine italiana, per far conoscere le eccellenze italiane non soltanto del passato, ma anche del presente e del futuro. Tanto per fare un solo esempio, quanti sanno che le navette della NASA sono state disegnate da architetti calabresi? In queste eccellenze si deve riconoscere anche la comunità americana di origine italiana, che deve cominciare a collegarsi con l’eccellenza italiana contemporanea che le vive accanto e va promossa nella realtà americana. Per non perdere una ricchezza enorme, insieme al Consolato stiamo cercando di unire questi due mondi che sembrano contrapposti – da una parte la cultura delle tradizioni, ferma nel migliore dei casi al secondo dopoguerra, dall’altra la nuova eccellenza che guarda con distacco la comunità “passata” ». È un fiume in piena, il Direttore Miracco, inarrestabile: «Abbiamo messo in moto una macchina di eventi culturali, già adesso tremenda. Dal primo settembre fino alla fine di dicembre 2008 quasi tutti i giorni c’è un evento diverso, a partire dalla grande mostra di Giorgio Morandi al Museo del Metropolitan, della quale sono curatore, inaugurata il 15 settembre. I disegni di Morandi, pubblicati nel secondo Quaderno dell’IIC di New York, sono stati presentati il 22 settembre in Istituto. Abbiamo celebrato una “Settimana della Lingua Italiana” intitolata al tema della “Piazza”, su cui abbiamo costruito una serie di programmi senza precedenti. Ad esempio, la mostra “Reinventing Baroque”, dedicata a studenti di architettura di tutto il mondo, dai 25 ai 32 anni, che sono andati a Roma per sei mesi ed hanno studiato e reinventato il Barocco romano in maniera contemporanea. Una giornata è riservata, insieme ai ragazzi della Scuola d’Italia, agli studenti di italiano dell’Italian American Committee on Education – IACE – che si sono guadagnati la partecipazione al programma estivo in Italia con i loro elaborati sulla “Piazza”. Stefano Benni, Umberto Eco, Renzo Piano, sono venuti a conversare sulla Piazza italiana. Per Natale metteremo in mostra all’Istituto un bellissimo Presepe napoletano, alto tre metri, insieme ad un’esposizione di incisioni che hanno come unico soggetto la Natività, da Dürer a Tiepolo» e l’elenco ovviamente non finisce qui, perché include teatro, musica, cicli di conferenze anche al Metropolitan, eventi concordati con le Regioni e così via. Per l’anno prossimo Miracco ci anticipa: «Nel 2009 cade il centenario del futurismo, quindi stiamo programmando sette otto mostre, una sulla fotografia, una sui libri, che cercherò di esportare anche su tutto il territorio americano. Bisogna dare rilievo anche alla musica e al teatro futurista, su cui voglio fare, con Pietro Frassica della Princeton University, uno spettacolo musicale e teatrale futurista a New York».
La legge sugli Istituti di Cultura prevede la creazione di Consigli Consultivi dell’Istituto. Qual’è la situazione? «La giurisdizione dell’Istituto Italiano di Cultura di New York si estende agli Stati di New York, New Jersey, Connecticut, Rhode Island, Massachusetts, New Hampshire, Vermont e Maine. Insieme ai vari Consolati stiamo realizzando una serie di Board of Advisors, che possano funzionare da propaggine dell’Istituto, inserendosi in realtà decentrate rispetto alla progettazione culturale di Manhattan. Questo è stato realizzato per ora a Boston e in New Jersey. Per quanto riguarda New York vorrei fare un Board of Advisors culturali e un Board di Advisor economici. Sarei felicissimo di farne uno formato da rappresentanti della comunità». E per quanto riguarda la lingua? «L’italiano deve diventare la terza lingua a livello mondiale, dopo l’inglese e lo spagnolo. Deve essere la lingua della cultura: il nostro Paese ha il più grande patrimonio culturale del mondo. Questa è una battaglia fantastica, perché va fatta su vari fronti. All’interno delle collettività americane di origine italiana è una battaglia dell’identità. Tantissime persone sono state costrette ad abbandonare l’italiano per questioni di integrazione in un substrato culturale come quello americano, sono state costrette a dimenticare e non hanno potuto trasmettere la lingua a figli e nipoti, magari perché non parlavano l’italiano, ma un dialetto. Anche il recupero del dialetto, la preservazione del dialetto è fondamentale, si tratta di un’altra ricchezza e di un tesoro che non va perso. Le ultime generazioni stanno tornando all’italiano per una questione di identità e per essere molto “cool”, molto “trendy”, quindi noi dobbiamo impegnarci prima di tutto nelle scuole, far scegliere l’italiano e chiedere a tutte famiglie americane con origine italiana che dicano al preside: “vogliamo avere un insegnante d’italiano”. Cominciamo questa piccola rivoluzione dal basso, dall’asilo, dalle elementari, fino alle medie e in su. Questo anche al fine di far aumentare il numero degli studenti che si registrano per sostenere l’esame di italiano previsto dall’Advanced Placement Program, che consente di tesaurizzare credits gratuiti da portare all’Università. Ad un diverso livello, noi come istituzione dobbiamo impegnarci affinché l’italiano entri a far parte della cultura mondiale, molto più di quanto già ne faccia parte, e non soltanto come “Fashion, Food e Ferrari”, ma in generale. Chi ci accusa di fare conferenze in inglese, non in italiano, non vuole comprendere che prima di tutto dobbiamo raggiungere il pubblico americano, dobbiamo far innamorare il pubblico americano della cultura italiana. Come Istituto, la mia prima “missione” è quella. Soltanto in questo modo potremo spingerli a studiare l’italiano ed a parlare in italiano, ma la prima cosa è conquistare il mio pubblico, se no ce la balliamo e ce la cantiamo da soli» e conclude: «Qui desidererei veramente che la comunità americana con origini italiane mi sostenesse di più».
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