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.::GIUGNO 2006::. |
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LA NAVE di Tiziano Dossena
La
nave era un mondo nuovo, pieno d’avventure. Tomaso gironzolava per i
corridoi come se fosse sempre vissuto a bordo.
In coperta aveva scoperto altri mondi, ancor più interessanti. I
vari giochi, che ad altri parevano cose noiose, erano per lui delle vere
novità e lo stimolavano a tal punto che gli pareva di essere tornato
bambino, quando giocava ore ed ore a cowboy e indiani, oppure a
nascondino, e le ore passavano come minuti ed il papà lo veniva a
cercare irritato, quando ormai le tenebre erano calate, e gli prometteva
busse a volontà, promessa quasi mai mantenuta. La
nave, anzi il transatlantico, lo aveva ingoiato nelle sue viscere il
primo giorno, per poi lasciarlo libero dopo qualche minuto, e da allora
viveva un sogno ad occhi aperti, vagando da un punto all’altro di
quest’immensa città galleggiante come un vagabondo in cerca di una
dimora, ipnotizzato dalla musica, i giochi, il tiro a piattello e tutte
le altre attività che continuamente erano offerte ai passeggeri. Il
penultimo giorno aveva scoperto il cinema, nel quale poté vedere due
volte lo stesso film senza che alcun altro si fosse seduto in teatro.
Gli sembrò quasi di essere il padrone del locale, ma gli fece anche un
po’ d’impressione, procurandogli un senso di solitudine profondo,
come poteva aver provato un uomo naufragato in un’isola deserta. I
ristoranti, a bordo, nel corso della cena erano quasi completamente
vuoti, siccome il mare mosso aveva decimato i passeggeri, lasciando solo
pochi superstiti che riuscivano ancora ad ingoiare del cibo senza grossi
drammi. Stranamente, però, a colazione ed a pranzo non mancavano che
poche vittime degli umori marini, come se solo le ore della serata
fossero legate al mal di mare. I vari ponti, inoltre, mentre durante la
giornata brulicavano di volti sorridenti, ed erano riempiti dal suono
delle varie voci che sembravano cercare di coprirsi a vicenda, nel tardo
pomeriggio si mutavano gradualmente in veri cimiteri, silenziosi
all'infuori del continuo riflusso del mare, che andava a sbattere
violentemente contro i fianchi di questo mostro metallico colpevole di
averlo sfidato. Questo
continuo deflusso della popolazione visibile gli permetteva ancor più
libertà di movimento. Papà, inoltre, non lo cercava per nulla… Non
avevano parlato mai a lungo tra loro. Quarantanove anni di differenza
possono essere un ostacolo quasi insormontabile, quando si cerca di
conversare; oppure era solo perché lui era sempre assorto nei suoi
pensieri, nella sua arte. Tomaso
non sapeva veramente il perché, era consapevole solamente che, ora più
che mai, suo padre era diventato taciturno e passava ore ed ore nel
baluardo del suo silenzio. Emigrare a sessantacinque anni non deve certo
essere una cosa facile, sia psicologicamente sia fisicamente... Dover
lasciare alle spalle tutti i ricordi di una vita per affrontare
l’ignoto di una nazione straniera dopo aver studiato, lavorato e fatti
crescere sei figli nella propria terra, pareva quasi un insulto, ma suo
padre aveva una possente forza interiore che gli proveniva dalla sua
devozione alla famiglia ed all’arte. Orfano di padre a dodici anni,
all’inizio della Grande Guerra, aveva imparato a proprie spese quanti
sacrifici sarebbero stati necessari per ottenere una stabilità
finanziaria sufficiente ad una vita serena. Aveva appreso inoltre che
quelli che gli altri chiamavano sacrifici potevano non esserlo, se si
aveva uno scopo importante che giustificasse le proprie azioni. Lui, di
certo, non era a corto di punti di riferimento ideologici, quindi la sua
esistenza, puntellata sia di sacrifici sia di grandi soddisfazioni, era
in realtà una vita “normale” nella quale non si potevano accettare
possibilità di “rovesci finanziari” o di “sfortune”, ma solo
vivere i giorni uno dopo l’altro, nella speranza che domani si riveli
un giorno migliore. Questa
volta, però, l’incendio che gli aveva distrutto lo studio a Milano
aveva lasciato danni che andavano ben oltre alla distruzione dei suoi
quadri. Tutti gli affreschi da lui restaurati, pronti per essere
consegnati ad un ricco collezionista d’arte, erano stati bruciati
irrimediabilmente. La perdita finanziaria legata all’incendio aveva,
di conseguenza, creato un deficit enorme nel bilancio famigliare che non
poteva più essere ignorato, anche da un ottimista come lui. Emigrare
non era stata una sua idea. Era già emigrato una volta, nel 1920,
lasciando il paese natale per la metropoli lombarda, che lo aveva
accolto a braccia aperte. Alle spalle aveva lasciato i ricordi di
un’infanzia felice ma sofferta, passata in un villaggio noto per
l’ansa morta dell’Adda, il suo artigianato e poco più d’altro.
Del resto, le zanzare, ospiti informali di questa malsana zona
geografica, furono le uniche abitanti del posto che sentirono la
necessità di fargli un regalo, donandogli una magnifica malaria che lo
accompagnò per molti anni a venire. L’emigrazione
forzata della sua gioventù aveva rafforzato in lui la necessità di
piantare profondamente le radici, e per altri quarantotto anni la
tentazione non si era fatta più sentire. Mamma, comprendendo che
l’incendio aveva messo in ginocchio le capacità della famiglia di
sopravvivere ed aveva portato la loro situazione al punto di partenza
della loro unione, quando tutto era da costruire, si era interessata con
degli amici siciliani, conosciuti a Milano per ragioni di lavoro e con i
quali si era stretti una profonda amicizia che sarebbe durata tutta la
loro vita. Si erano trasferiti a New York, anzi a Brooklyn, e con il
loro aiuto l’emigrazione sarebbe stata fattibile. Mamma poteva trovare
un lavoro di cucito e papà poteva restaurare, oltre a vendere i propri
quadri. Tomaso aveva sedici anni, quindi avrebbe continuato i suoi studi
presso un liceo locale. L’altro figlio era a militare e sarebbe
tornato a mesi. Li avrebbe raggiunti dopo il suo congedo ed avrebbe
aiutato anche lui a ricostruire il tessuto economico di questa famiglia.
Così mamma era partita per l’America ed ora li stava aspettando,
ansiosa. Tomaso
viveva i suoi dubbi e quelli dei genitori allo stesso tempo. Capiva
molto, forse troppo per la sua età, eppure era molto giovane in altri
sensi e fortunatamente non aveva mai provato l’angoscia di essere
realmente indigente. La sua famiglia non era mai stata ricca, ma a
tavola non era mai mancato nulla. La loro appartenenza ad una classe
media, incuneata geograficamente tra borghesi ed arricchiti, lo aveva
sempre frustrato. Lui era quello fra gli amici che non aveva mai
posseduto una bicicletta nuova o un registratore a nastro. Quando usciva
in compagnia, molto spesso non aveva le trentacinque lire per i due film
di terza visione o i soldi per il gelato e l’amico Franco, molto più
agiato, lo aiutava con un prestito a fondo perso. Questa sua precaria
situazione finanziaria nell’ambito della combriccola di adolescenti
milanesi degli anni sessanta lo avrebbe aiutato in seguito ad essere
parco ed avveduto nelle proprie spese, ma nel frattempo gli aveva creato
un senso d’inferiorità che in realtà non sarebbe dovuto esistere.
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