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.::DICEMBRE 2006::. |
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Una Voce di Maria Teresa Russo Forse l’amore è nell’aria o forse è solo che sono all’età
in cui s’incomincia a dividere la vita con i propri compagni, però ho
notato che è la stagione dei matrimoni. Negli ultimi tre mesi sono
andata a tre matrimoni italoamericani. Tutti e tre erano avvenimenti
spettacolari con la presenza delle famiglie, degli amici e, più
importante, dell’amore. Ognuno di questi matrimoni aveva uno stile
unico che rifletteva la personalità delle coppie individuali. Al
matrimonio dei tifosi Yankees c’era una torta nella forma di una palla
da baseball; per la coppia che ama la spiaggia, la festa era sul mare, e
per il matrimonio d’ottobre le decorazioni hanno uguagliato i colori
brillanti del fogliame d’autunno. Riflettendo su questi matrimoni e le
loro diversità, ho notato un modello interessante in comune: è
semplicemente il modo in cui la cultura italiana e il patrimonio dei
nostri antenati era incorporato nelle feste. In tutti e tre i
matrimoni c’erano gli elementi tradizionali, dalla chiesa fino alla
fine della serata. Però
alle feste c’erano tempi distinti in cui la cultura italiana era
festeggiata. Per esempio, ad
un certo punto della festa tutti si erano riuniti nella pista di ballo e
ballavano la Tarantella, mentre il DJ parlava e cantava in italiano,
unendo tutti idealmente. Si poteva leggere l’orgoglio sulla faccia di
tutti, la gioia d’esser parte di una collettività. Dopo tre o quattro
canzoni, la musica americana ricominciò e tutti furono trasportati
ancora una volta a New York. Dopo aver assaporato
questa mezz’ora di ballo e musica italiana ben tre volte, mi ritrovai
a pensare: forse ci sforziamo troppo di creare un senso della cultura in
questa società? Possiamo
veramente creare dei parametri per la cultura?
È nuova quest’usanza di ricongiungersi con il patrimonio
etnico-culturale che molti hanno dimenticato negli ultimi anni?
Vorrei che tutti capiscano che non sto obbiettando al fatto che
noi celebriamo la nostra cultura ad ogni opportunità che si presenta,
per esempio con la musica e i balli, anzi esattamente il contrario.
Vorrei vivere in un paese in cui non dobbiamo inventarci un
momento determinato per la cultura italiana, ma che, invece, la
vivessimo naturalmente. Per noi qui negli Stati
Uniti che non abbiamo che la RAI alla televisione, e solo in forma
ridotta, mi sembrava che la mezz’ora al matrimonio in cui ballavamo
fosse come i trenta minuti alla serata in cui possiamo guardare la
notizia italiana da Roma, una finestra d’opportunità di far parte di
una collettività. Si può guardare non solo una parte limitata della
televisione italiana, ma anche francese, giapponese, cinese, indiana,
ecc, ecc. Ancora una volta,
io mi domando se noi americani ci sforziamo troppo di far parte di
qualcosa che crediamo che ci manchi? Secondo me, il
problema, se possiamo chiamarlo così, è con la società americana in
generale. In questo mondo
postmoderno, credo che noi cerchiamo qualcosa di tangibile a cui
possiamo attaccarci e sentirci accettati.
Viviamo di solito in un mondo surreale in cui tutto è fatto
sempre facile per noi, un mondo in cui la tecnologia e i valori
materialistici che abbiamo tenuto per gli ultimi anni hanno forse più
importanza di quello che meritano, e poi ci rivolgiamo al nostro
patrimonio per il conforto che non possiamo trovare in una società in
cui la produttività ha di solito sostituito la cultura. Dobbiamo esser
consapevoli che la cultura non è qualcosa che possiamo metter in un
elenco delle cose che dobbiamo fare, qualcosa da cancellare alla fine
del giorno. La produttività e la diversità hanno definito gli Americani per
anni e ci aiutano ad essere quello che scegliamo. Dobbiamo prestare
attenzione al fatto che forse c’è qualcosa importante che manca in
questo modo di vivere. Io celebro la mia cultura italiana felicemente e
amo promuovere la cultura della mia famiglia a cui vuole conoscerla. Però
penso che sia anche la mia responsabilità distinguere la differenza fra
la celebrazione di una cultura e l’uso del proprio retaggio per
riempire un vuoto della società. Come americani prima di tutto,
soprattutto quelli di noi le cui famiglie sono in America da
generazioni, forse dovremmo creare una realtà americana, una
collettività fra di noi al di fuori del lavoro e della produttività,
una realtà che può esser la nostra. Esiste una linea sottile fra conservare il patrimonio d’Italia qui negli Stati Uniti e utilizzare il termine “italoamericano” per tutto quello che viene con questo nome esclusivamente per farci sentirsi che apparteniamo a qualcosa, semplicemente per un bisogno personale. Penso che sia nostra responsabilità, come gente che lavora nella cultura, educare quelli nella nostra comunità affinchè capiscano che la cultura può esser parte delle loro vite, ogni giorno, non solo per un ballo forzato ad un matrimonio. Siete d’accordo?
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