Tuesday, Nov. 21, 2017

L’occhio supremo della macchina fotografica. Intervista a Raffaele De Vivo

L’occhio supremo della macchina fotografica. Intervista a Raffaele De Vivo

Raffaele De Vivo, alias Rufio, è uno di quei giovani barbuti che si confondono tra le streets newyorkesi con una macchina fotografica al collo, che salgono e scendono dai treni carichi di milioni di etnie, uno di quelli che, tuttavia, abbandonano l’Italia per esistere anziché resistere.

Ma la sua Ricoh GR II non è tanto un giocattolo da mostrare ai passanti e le sue corse in treno non sono semplici transiti feriali. Rufio ha fatto della fotografia di strada un credo quotidiano, un ideale delle radici ben strutturate, lontane dall’improvvisazione dell’atto artistico stesso. Ed infatti…devivo1

Quando ti sei avvicinato all’arte? E alla fotografia?
L’arte in generale è sempre stata una mia passione sin da piccolo. Passavo ore e ore a disegnare. Ho portato avanti questa voglia fino alle superiori frequentando l’istituto d’arte dove mi sono avvicinato alla fotografia ed ho iniziato a fare i primi  passi nel mondo delle arti visive. Ho continuato gli studi all’Accademia di Belle Arti di Napoli per poi non terminali. Mi mancavano solo due esami ma si era presentata l’opportunità di trasferirmi qui a New York e sfruttare tutte le opportunità che questa città offre nel campo artistico. Ho deciso d intraprendere la strada più avventurosa e giocarmi le mie chance qui rispetto a quella più comune e sicura del “Vabbè almeno hai il pezzo di carta”. Ed a pari passo con gli studi accademici ho iniziato a lavorare come fotografo cerimoniale con il mio amico e mentore Paolo che mi ha a insegnato tante cose in questo settore.

Pertanto, la fotografia da cerimonia, tanto rinnegata dal mondo accademico, può essere  considerata uno spartiacque nella tua vita?
Certamente. Lavoravo come reportagista e in questo tipo di lavoro hai a che fare con tante persone e con le loro emozioni: bisogna essere abili e saper coglierle e documentarle al momento giusto. Oggi faccio le stesse cose ma a le faccio per strada!

Qual è oggi la tua sfida?
Fare sempre meglio! E poi fare una mostra personale, ma c’è tempo per quella. Per ora tre delle mie foto sono esposte alla Corridor Gallery in Brooklyn fino al 20 Novembre e una di esse è stata scelta come manifesto dell’evento. La mostra è intitolata “Well Traveled” dove io con altri 12 rinomati artisti cerchiamo di rappresentare tramite la fotografia e la pittura le sensazioni che si provano quando si viaggia e si scoprono nuovi posti.devivo2

Progetti futuri?
Beh, spero di fare più mostre possibili e pubblicare un photobook: raccogliere le immagini più significative scattate tra le strade di New York cercando di rappresentare  quei momenti unici presenti nell’ordinary life quotidiana. New York è un continuo stimolo, qui senti che se ci credi puoi realizzare tutto. Ovviamente in Italia non è lo stesso.

Capisco. Un’ultima domanda. A parte le ovvie difficoltà, credi di ritornare a scattare nei vicoli strit della tua terra?
Assolutamente sì, Napoli è una città vibrante e piena di vita. Ritornarci dopo l’esperienza della street photography newyorkese può solo aiutarmi a farmela guardare con occhi diversi dal punto di vista artistico. Sarebbe bellissimo!devivo3

Raffaele De Vivo è l’emblema di quell’Italia giovane lontana dall’Italia stessa, fisicamente, socialmente e culturalmente. È un’artista di strada che è sfuggito da quella cerchia culturale tricolore che trasuda di giudizi accademici dettati dalle caste, dagli amici e dai parenti di.
Rufio da guagliungiello era un fotografo di cerimonia, di quelli che si muovevano tra i tavoli imbanditi a caccia della fotogenia dei giorni speciali.  Rufio lo è ancora, adesso, a New York, dove gli dedicano il manifesto di una mostra fotografica importante alla Corridor Gallery. Cambia il banchetto, cambiano i colori, cambia l’aura dei soggetti. Le chiese del ‘500 diventano cattedrali moderne a cinquanta piani. Ma rimane lui, pronto a cogliere le emozioni primordiali che gli individui possono sì nascondere ai dirimpettai delle carrozze, ma non all’occhio supremo della macchina fotografica.

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Stefano Cominale

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