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MICHELE GENOVESE, IN
ARTE PIRIPICCHIO...
IL NOSTRANO CHARLOT DI
PUGLIA.
di Tiziano T. Dossena

La comica italiana si
è sempre distinta da quella di altri paesi per una sua impronta
particolare che si fonda sui giochi di parole, sull'ambivalenza delle
situazioni, sulla mimica, che a volte può anche raggiungere il limite
dell'offensivo ma che sempre riesce a far divertire. Indubbiamente, ci
sono stati comici italiani che hanno lasciato un segno indelebile nella
loro epoca, ma che possono essere stati dimenticati perché il senso della
comicità è cambiato e rivederli nelle loro vignette, risentire le loro
battute o rileggere i loro testi può anche non ricreare quella magia che
determinò il successo nel periodo in cui il comico operava. Abituati come
siamo negli ultimi anni a giudicare la comicità di un individuo
attraverso il filtro del cinema o della TV, è difficile giudicare la vena
comica di un soggetto come Michele Genovese, che di cinema non ebbe alcuna
esperienza e che della televisione se ne servì negli ultimi anni di vita
ed esclusivamente con apparizioni nelle trasmittenti locali, e forse
solamente per ovviare alla precarietà della salute fisica e della
situazione finanziaria.
Il Piripicchio che le persone
incontravano e ammiravano nelle sagre patronali della Puglia del
dopoguerra, e che s'identifica con Michele Genovese più che con altri
commedianti, era un'interpretazione popolare, adattata al pubblico che
frequentava tali feste, di concetti già ampiamente presentati al largo
pubblico da altri più noti personaggi dello spettacolo, quali Totò e
Charlie Chaplin, ma rielaborati da Genovese per renderli appetibili anche
ai più giovani e agli anziani, che molto spesso non afferravano appieno
la comicità di certi giochi di parole o l’allusione ai politici ed
eventi contemporanei. Questa sua semplificazione di concezioni già per sé
semplici potrebbe apparire come un riflesso d’incapacità da parte del
comico pugliese di riprodurre fedelmente le gag, le battute, le condizioni
create da altri istrioni. In realtà, Genovese, anzi Piripicchio, riuscì
a far nascere da queste apparenti imitazioni un nuovo personaggio, che
faceva ridere con la battuta dialettale, che dopo tutto non era neanche
tanto umoristica quanto buffa, così come i ritornelli dei bambini della
conta al “nascondino”, oppure con la “mossa”, che doveva essere
impudica, ma lo era solo in referenza alla percezione moralista del tempo,
quando un bikini o una parola sconcia potevano scandalizzare buona parte
della popolazione, e quando il primo seno apparso per una frazione di
secondo nella scena di un film, faceva parlare di più della scalata
dell’Everest.
Piripicchio era, quindi, il
classico prodotto del suo tempo, con le sue pecche e i suoi pregi, e
certamente nel contesto della società odierna potrebbe anche essere
difficile comprendere appieno l’effetto umoristico di certe
“trovate” che caratterizzavano i suoi spettacoli. Come avviene molto
spesso, sia nell’arte sia nello spettacolo, la validità di un artista
è legata intimamente al suo tempo, e se si volesse estrapolare da questo,
gli si farebbe certamente uno sfavore. Ciononostante, certi artisti sono
riusciti a oltrepassare questa quasi invalicabile barriera, mantenendo una
validità anche nell’ottica d’oggi, ma il loro impatto creativo è
indubbiamente più apprezzabile quando collocati nell’ambito della
propria epoca.
Ecco perché anche l’arte
“povera” di Piripicchio, quel suo saper strappare il sorriso dalle
comari e dai vecchietti e le risate dai bambini, si rivela non tanto
povera quando giudicata nel suo contesto, sia geografico sia d’epoca,
anzi assume un’importanza quasi di novella maschera pugliese, senza
luogo fisso o campanile al quale far riferimento e senza alcune delle
caratteristiche tradizionali che distinguono le altre maschere regionali,
ma con l'evidenziamento dell’aspetto fisico (la bombetta, il frac, il
bastone di canna, i baffetti alla Hitler) che lo rendeva sempre
riconoscibile alla massa, alla stessa stregua di un Pantalone o un
Arlecchino. Si dilettava a far la parte del buffone di corte, dove invece
dei cortigiani troviamo il popolino che lui tanto amava e che godeva della
sua presenza più che delle sue battute, o quella di moderno menestrello,
le cui canzoni erano richieste dal pubblico proprio come le canzoni di
“Un disco per l’estate” erano allora gettonate nei juke-box. Una
moneta, a volte una generosa banconota, e via che Piripicchio partiva con
il suo “Oh zighibè...zighibù”.
Piripicchio era dunque uno dei
punti di riferimento, direi quasi essenziale, di questo palco naturale che
sono le sagre popolari, e la sua presenza confermava la buona riuscita
della festa, portando con sé quella finta spensieratezza che riusciva a
convertire anche i più musoni all’allegria, con naturalezza, proprio
come un alito di vento tiepido e un raggio di sole fanno sperare
immancabilmente nell’arrivo della primavera.
Lo
scopo della sua esistenza era di fa divertire i propri conterranei e
Michele Genovese, figlio della terra di Puglia, fece proprio questo, fino
all’ultimo, senza rimpianti e senza pretese. Grazie, Piripicchio.
IDEA
MARZO 2009

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