.::MARZO 2009::.

MICHELE GENOVESE, IN ARTE PIRIPICCHIO...

IL NOSTRANO CHARLOT DI PUGLIA.

di Tiziano T. Dossena

La comica italiana si è sempre distinta da quella di altri paesi per una sua impronta particolare che si fonda sui giochi di parole, sull'ambivalenza delle situazioni, sulla mimica, che a volte può anche raggiungere il limite dell'offensivo ma che sempre riesce a far divertire. Indubbiamente, ci sono stati comici italiani che hanno lasciato un segno indelebile nella loro epoca, ma che possono essere stati dimenticati perché il senso della comicità è cambiato e rivederli nelle loro vignette, risentire le loro battute o rileggere i loro testi può anche non ricreare quella magia che determinò il successo nel periodo in cui il comico operava. Abituati come siamo negli ultimi anni a giudicare la comicità di un individuo attraverso il filtro del cinema o della TV, è difficile giudicare la vena comica di un soggetto come Michele Genovese, che di cinema non ebbe alcuna esperienza e che della televisione se ne servì negli ultimi anni di vita ed esclusivamente con apparizioni nelle trasmittenti locali, e forse solamente per ovviare alla precarietà della salute fisica e della situazione finanziaria. Il Piripicchio che le persone incontravano e ammiravano nelle sagre patronali della Puglia del dopoguerra, e che s'identifica con Michele Genovese più che con altri commedianti, era un'interpretazione popolare, adattata al pubblico che frequentava tali feste, di concetti già ampiamente presentati al largo pubblico da altri più noti personaggi dello spettacolo, quali Totò e Charlie Chaplin, ma rielaborati da Genovese per renderli appetibili anche ai più giovani e agli anziani, che molto spesso non afferravano appieno la comicità di certi giochi di parole o l’allusione ai politici ed eventi contemporanei. Questa sua semplificazione di concezioni già per sé semplici potrebbe apparire come un riflesso d’incapacità da parte del comico pugliese di riprodurre fedelmente le gag, le battute, le condizioni create da altri istrioni. In realtà, Genovese, anzi Piripicchio, riuscì a far nascere da queste apparenti imitazioni un nuovo personaggio, che faceva ridere con la battuta dialettale, che dopo tutto non era neanche tanto umoristica quanto buffa, così come i ritornelli dei bambini della conta al “nascondino”, oppure con la “mossa”, che doveva essere impudica, ma lo era solo in referenza alla percezione moralista del tempo, quando un bikini o una parola sconcia potevano scandalizzare buona parte della popolazione, e quando il primo seno apparso per una frazione di secondo nella scena di un film, faceva parlare di più della scalata dell’Everest. Piripicchio era, quindi, il classico prodotto del suo tempo, con le sue pecche e i suoi pregi, e certamente nel contesto della società odierna potrebbe anche essere difficile comprendere appieno l’effetto umoristico di certe “trovate” che caratterizzavano i suoi spettacoli. Come avviene molto spesso, sia nell’arte sia nello spettacolo, la validità di un artista è legata intimamente al suo tempo, e se si volesse estrapolare da questo, gli si farebbe certamente uno sfavore. Ciononostante, certi artisti sono riusciti a oltrepassare questa quasi invalicabile barriera, mantenendo una validità anche nell’ottica d’oggi, ma il loro impatto creativo è indubbiamente più apprezzabile quando collocati nell’ambito della propria epoca. Ecco perché anche l’arte “povera” di Piripicchio, quel suo saper strappare il sorriso dalle comari e dai vecchietti e le risate dai bambini, si rivela non tanto povera quando giudicata nel suo contesto, sia geografico sia d’epoca, anzi assume un’importanza quasi di novella maschera pugliese, senza luogo fisso o campanile al quale far riferimento e senza alcune delle caratteristiche tradizionali che distinguono le altre maschere regionali, ma con l'evidenziamento dell’aspetto fisico (la bombetta, il frac, il bastone di canna, i baffetti alla Hitler) che lo rendeva sempre riconoscibile alla massa, alla stessa stregua di un Pantalone o un Arlecchino. Si dilettava a far la parte del buffone di corte, dove invece dei cortigiani troviamo il popolino che lui tanto amava e che godeva della sua presenza più che delle sue battute, o quella di moderno menestrello, le cui canzoni erano richieste dal pubblico proprio come le canzoni di “Un disco per l’estate” erano allora gettonate nei juke-box. Una moneta, a volte una generosa banconota, e via che Piripicchio partiva con il suo “Oh zighibè...zighibù”. Piripicchio era dunque uno dei punti di riferimento, direi quasi essenziale, di questo palco naturale che sono le sagre popolari, e la sua presenza confermava la buona riuscita della festa, portando con sé quella finta spensieratezza che riusciva a convertire anche i più musoni all’allegria, con naturalezza, proprio come un alito di vento tiepido e un raggio di sole fanno sperare immancabilmente nell’arrivo della primavera. Lo scopo della sua esistenza era di fa divertire i propri conterranei e Michele Genovese, figlio della terra di Puglia, fece proprio questo, fino all’ultimo, senza rimpianti e senza pretese. Grazie, Piripicchio.

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