.::DICEMBRE 2009::.

Intervista:

Dan Montez

Direttore Generale della Taconic Opera

 by Tiziano T. Dossena

Il prossimo aprile, la Taconic Opera, in collaborazione con il Circolo Culturale di Mola di Bari, offrirà al pubblico del Westchester una prima assoluta americana dell’opera Doña Flor di Niccolò van Westerhout.  Lo scorso ottobre ebbi l’occasione di assistere alla loro produzione del Macbeth di Verdi, e devo confessare che superò tutte le mie aspettative. La musica era irreprensibile, i cantanti competenti e gradevoli, la regia avvincente e originale. Cogliamo l’occasione quindi per farvi conoscere il direttore generale di questa stimata compagnia operistica. Informazioni supplementari su Dan Montez e sulla sua compagnia si possono trovare sul sito Internet www.taconicopera.org.

L’Idea: Dan Montez, Direttore generale della Taconic Opera, tenore, pianista, compositore, scrittore, e l’elenco continua… Ma esiste qualche ramo dell’arte che lei non ha esplorato?

Dan Montez: I miei genitori erano artisti e così posso dire che l’arte è nei miei cromosomi. Mia madre incominciò a insegnarmi il piano quando avevo sei anni. A quattordici anni diventai organista della mia chiesa e cominciai a suonare con un’orchestra locale. Il direttore m’incoraggiò a comporre. Amavo altresì recitare ed ho studiato tecnica teatrale al liceo. All’università ebbi la borsa di studio sia per il piano sia per il canto, ma fu il secondo quello che mi eccitò di più. Trovavo che la voce era lo strumento più espressivo, e anche se lo ritenevo per me anche il più difficile, decisi che avrei imparato a cantare. Divenni un cantante d’opera e scoprii che i migliori cantanti erano spesso dei musicisti provetti e molti anche ottimi pianisti. Cantare al Lincoln Center era sempre stato il mio sogno e ci arrivai, nel corso della mia carriera di quattordici anni come tenore. In quegli anni ebbi anche l’opportunità di dirigere alcune opere. Quando fondai la Taconic Opera, dodici anni fa, e devo confessare che lo feci anche per passare più tempo con la mia famiglia, decisi di dedicarmi alla direzione invece che al canto.

L’Idea: Lei riesce a bilanciare una vita estremamente indaffarata mantenendo un atteggiamento positivo. È sempre stato così o c’è stato un momento della sua vita che l’ha fatta cambiare?

Dan Montez: Da giovane, io lavoravo per la Zi Ziglar, un’azienda che produceva libri e nastri motivazionali. Per motivarmi a raggiungere i miei sogni, ascoltai molti di questi programmi, ai quali avevo accesso. Non ho di certo un impulso istintivo sufficiente, quindi mi resi conto che avrei fruito di un aiuto esterno in questo campo. Incominciai a pubblicare una rivista, Positive Life, e scrissi articoli sull’atteggiamento positivo e sulla maniera di debellare la negatività che ci circonda. Scrissi inoltre un articolo per la rivista di Norman Vincent Peale. Più avanti, scrissi anche dei libri, come per esempio Non Crederci (Don’t Believe It), mirati a ispirare altri a raggiungere le proprie aspirazioni. Ho sempre creduto che creare una vita bilanciata, nella quale la famiglia viene per prima, mi avrebbe tenuto con i piedi a terra e positivo.

L’Idea: Signor Montez, lei ha fondato la Taconic Opera come compagnia operistica locale. Questo modello iniziale ha funzionato proprio come se lo aspettava? Cosa la ispirò a creare questa premessa?

Dan Montez: La Taconic Opera ha sempre utilizzato artisti locali nelle proprie produzioni, e questo ha funzionato molto bene. La comunità si compiace di vedere in scena dei cantanti locali che sono parte integrale di essa, ed è orgogliosa di poter sostenere i propri artisti. I cantanti, a loro volta, hanno l’opportunità di conoscersi l’un l’altro sul palcoscenico, nelle diverse produzioni, e imparano a reagire allo stile recitativo dei loro colleghi. Questo offre una condizione favorevole per una realizzazione più coesiva, nella quale i cantanti non cercano di attirare l’attenzione del pubblico su loro, e s’indirizzano, invece, a una produzione di gruppo che mira a presentare la storia e trasmettere le intenzioni del compositore.

L’Idea: Che cosa le fece scegliere la contea del Westchester, e in particolare la storica Yorktown, come sede della sua compagnia?

Dan Montez: Il Westchester non aveva una compagnia operistica professionale, ed essendo solo a un’ora da New York City, mi parve che fosse un vero peccato non impiegare il talento che risiede nella zona. D’altra parte, io vivo proprio qui e volevo vedere la crescita delle Arti in quest’area, Del resto, Yorktown è solo una delle sedi teatrali che adoperiamo nella contea (la Taconic è apparsa anche nelle città di Purchase, Harrison e Peekskill).

L’Idea: La Taconic Opera svolge attività anche nelle scuole locali. Può elaborare su questo soggetto?

Dan Montez: La Taconic Opera offre delle produzioni sia nell’ambito scolastico sia  aprendo il proprio palcoscenico alla scolaresca. Noi andiamo nelle scuole della contea, veramente anche nelle contee limitrofe, e presentiamo delle opere brevi per bambini e altri programmi. Oltre a ciò, tre volte l’anno, portiamo le scolaresche ad assistere alle nostre produzioni principali, quali il Macbeth, cui lei ha potuto presenziare in ottobre. I cantanti e l’orchestra prendono un giorno di riposo dal loro datore di lavoro per offrire questo servizio il mattino, affinché i bambini siano esposti all’arte musicale. La nostra compagnia ritiene di avere un obbligo verso la prossima generazione. Esporre i bambini alle art in generale migliora le loro capacità cognitive, il loro quoziente d’intelligenza, e li aiuta a sviluppare il lato del cervello dedicato alla soluzione dei problemi creativi.

L’Idea: In uno dei suoi articoli, lei stipula che “ Che persona è propriamente l’artista è evidente nelle opere che l’artista produce”. Siccome, nell’osservare il mondo artistico in generale, questo non appare così evidente, potrebbe chiarire questo sua affermazione?

Dan Montez: È difficile percepire l’evidenza dal punto di vista dello spettatore, perche il pubblico è isolato dalla vita privata dell’artista, rendendo, quindi, incerto il paragone. Avendo vissuto nel mondo dell’arte per molti anni, io sono giunto alla conclusione che è impossibile separare l’arte dall’artista. Noi siamo limitati nella nostra arte solo dalle mancanze legate al nostro temperamento. Le nostre esperienze accrescono la nostra tavolozza, il nostro stile e le intenzioni che usiamo per la produzione dell’arte. Nonostante l’opinione generale, gli artisti infelici o depressi non producono necessariamente dell’arte migliore. Difatti, quando forziamo gli artisti a viaggiare continuamente, invece che cantare localmente, noi non permettiamo loro di vivere quelle esperienze che il resto di noi vive nell’ambito della famiglia e della comunità, con tutti i sacrifici che ciò comporta. Ironicamente, poi chiediamo a questi stessi artisti di creare una visione di come si possa vivere una vita migliore, mentre l’artista non conosce che cosa voglia dire avere una vita “normale” l’arte pregiata richiede degli artisti bilanciati, altrimenti la società diventa miopica ed egocentrica, proprio come può essere l’artista. Si andrebbe a finire per venerare l’arte come procedimento, trascurando che in realtà è solo uno strumento, un tramite che deve mostrarci qualcosa che è superiore a noi.

L’Idea: Doña Flor sarà la trentesima opera che lei dirigerà con la Taconic Opera, nella primavera del 2010. Dirigere tutte queste opere conosciute l’ha certamente arricchita di una vasta esperienza. Come si sente nel presentare al pubblico americano un musicista che è pressoché sconosciuto in questo continente? Lei pensa che questa possa creare una responsabilità supplementare verso il compositore?

Dan Montez: È indubbiamente più difficile. I compositori celebri hanno molti libri scritti su di loro, oltre a commentari vari che valutano i loro punti forti e le loro debolezze artistiche. I musicisti poco conosciuti richiedono un po’ più d’impegno. Io penso che il pubblico voglia identificare quali siano le caratteristiche che fanno van Westerhout un artista singolare e riconoscibile.

L’Idea: Quest’opera di van Westerhout l’ha interessata fin dalla prima volta che le fu presentata o ci volle del tempo per assuefarsi alla sua musica? Quali sono le caratteristiche musicali di quest’opera che, secondo lei, richiameranno il pubblico? E la narrativa?

Dan Montez: Van Westerhout, come molti altri compositori ai quali non furono offerte molte opportunità di essere ascoltati, differenza di grandi come Puccini, per esempio, ha molto da offrire. L’intensità e la vivacità delle sue composizioni si rivelano nel suonarle. Prima noi risolviamo gli interrogativi legati alla musica, cantando il pezzo. Le interpretazioni e la dizione devono essere esplorate in questo processo iniziale. Dobbiamo prendere decisioni sullo stile senza potere consultarci con il compositore. A volte il periodo storico in cui compose ci può suggerire degli indizi, così come dove il maestro ha vissuto e con chi ha studiato.  Anche il librettista ci può aiutare nell’estrarre informazioni. Poi, ci spostiamo al palcoscenico e creiamo un’interpretazione drammatica. Questo ci può fare ripensare su delle decisioni musicali che avevamo preso in precedenza. Piano piano, il compositore si rivela per quello che è. Tutto questo è un processo dettagliato e spossante. La Doña Flor è interessante per molte ragioni. Se non altro, è una delle poche che un amante uccide il proprio amato per mezzo di una macchinazione.  Il baritono, cioè il ruolo dell’ambasciatore, si rivela una personalità singolare nello scegliere di evitare la violenza diretta, usando la manipolazione dei fatti, come del resto è abituato a fare nella propria posizione politica, per convincere la moglie a commettere il delitto. Questo è notevole in molti modi, a prescindere che quest’opera sia una tragedia. Non trascuriamo poi che è un tenore veneziano a rendere il soprano felice.

IDEA DICEMBRE 2009

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