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.::GIUGNO 2006::. |
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E ADESSO IL REFERENDUM... di Silvana Mangione Abbiamo appena finito di riempire – con fatica, data la complicazione dei meccanismi di voto – le schede per la storica elezione dei nostri rappresentanti diretti al Parlamento, che ci tocca impugnare di nuovo la penna, per compiere il prossimo passo del cammino della democrazia italiana all’estero: il referendum del 24 – 25 giugno. Anche questo referendum è un fatto storico. Finora, infatti, abbiamo partecipato soltanto a referendum «abrogativi», previsti dall’art. 75 della Costituzione, mediante i quali il popolo italiano è chiamato a deliberare sulla cancellazione: «totale o parziale di una legge... quando lo richiedano cinquecentomila cittadini o cinque consigli regionali». Stavolta si tratta invece di un referendum «confermativo», sancito all’art. 138 della Costituzione, in virtù del quale le leggi costituzionali, non approvate nella seconda votazione da ciascuna delle Camere con la maggioranza dei due terzi dei loro componenti: «sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi». Per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana il referendum confermativo è stato chiesto da tutti e tre gli «attori» indicati dalla suprema legge dello Stato: parlamentari, cittadini e consigli regionali. Questo la dice lunga sulla valutazione generale della riforma che introduce la cosiddetta devolution, fortemente propugnata dalla Lega Nord e approvata in seconda lettura a botte di maggioranza il 20 ottobre 2005 alla Camera e il 16 novembre 2005 al Senato. Perfino la Chiesa cattolica è scesa in campo con la CEI (Conferenza Episcopale Italiana), dichiarando che la riforma è «molto controversa» e produce cambiamenti «poco chiari» e suggerendo che il referendum darà l’ultima parola agli elettori. Stavolta non si tratta di votare secondo linee politiche, si tratta di capire che una riforma è necessaria, ma quella che è stata passata in tutta fretta non risponde alle esigenze di rinnovamento dell’Italia e delle Regioni, anche perché penalizza in particolare il Mezzogiorno. L’allora senatore a vita, oggi Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel novembre 2005 parlando al Senato auspicò «la ripresa di un cammino costruttivo sul terreno costituzionale..., nell'interesse di una moderna e responsabile evoluzione del nostro sistema democratico..., una volta che si sia con il referendum sgombrato il campo dalla legge che ha provocato un così radicale conflitto». Noi possiamo dare il nostro contributo nel senso indicato dal Presidente, votando NO al referendum, per favorire l’apertura di un dialogo approfondito su una seria riforma futura, che vada a favore di tutti gli italiani e lanci l’Italia nel terzo millennio.
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