SPECIALE
“ROMEFILMFEST”
PRIMA
EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE
DEL
CINEMA DI ROMA
SERVIZIO SUL
“ ROMEFILMFEST”
FESTIVAL INTERNAZIONALE
DEL CINEMA DI
ROMA
13-21
OTTOBRE
2006
di
Patrizia Di franco
“…T’invidio
turista che arrivi,
t’imbevi
de fori e de scavi,
poi
tutto d’un colpo te trovi
Fontana
de Trevi ch’è tutta pe’ te!
Ce
sta ‘na leggenda romana
legata
a ‘sta vecchia fontana
per
cui se ce butti un soldino,
costringi
er destino a fatte tornà.
E
mentre er soldo bacia er fontanone,
la
tua canzone in fondo è questa
qua!
Arrivederci,
Roma…
Good
bye…
Au
revoir…”
La
dolcissima canzone di Garinei, Giovannini e Renato Rascel, è una delle icone
musicali che decantano lo
splendore di Roma, assieme:agli stornelli e alle canzoni del “Reuccio”, er
core de Roma, Claudio Villa, ineguagliabile ugola d’oro;e alla voce
inconfondibile di Lando Fiorini;nonché al
talento e alla passione di Gabriella Ferri, l’altra vera Anima della
città eterna. Ma Roma oltre a
essere musica, storia, arte, cultura, è anche poesia, nei
sonetti in romanesco, di:Giuseppe Gioachino Belli, ne scrisse ben
duemila in soli sette anni; e nei sonetti sempre in vernacolo di Cesare
Pascarella, attraverso cui raccontò la “Storia
d’Italia”, e gran successo riscosse anche la sua opera più
conosciuta:”La scoperta dell’America”. E come non ricordare Carlo
Alberto Salustri, nom de plume:Trilussa?Giornalista, poeta, che ha descritto
in versi e in prosa vizi e virtù, usi e costumi, vicende della vita, con
sagacia, caustica ma divertente e mai cattiva arguzia, regalando anche alla
fine, talvolta con bonario cinismo e realismo, spesso con intensa dolcezza,
“vademecum”, linee guida e precetti, filosofia e lezioni di vita, saggezza
e morale alla stessa stregua delle favole di Esopo. Come ne”Le lucciole e lo
scorpione”, in cui dodici lucciolette con le
lanterne accese, destano attenzione e preoccupazione in uno scorpione che le
inonda di domande, “perché
so’brutti tempi”…e vuole sapere a tutti i costi che ci fanno quelle
strane creaturine intorno ai broccoli
di un orto, chiede loro se cercano un baco”camorista ch’ha filato la seta
a tradimento”, o se hanno preso di mira una mosca. Ed esse, con semplicità
e tenerezza, dilettano e allietano il lettore con la loro risposta:”No, nun
avè paura- je rispose una Lucciola- per voi nun c’è nessun mandato de
cattura.
Unitamente
a le sorelle mie, faccio la luce su le cose belle, ma nu’ la faccio su le
porcherie. Nojantre semo un po’ come le stelle che mandeno quer
tanto de chiarore giusto pe’ fa’ l’amore. Infatti stamo qui pe’
regge er moccolo ar Vermine che bacia la farfalla tra le foje d’un
broccolo”(noi altre siamo un po’ come le stelle che
mandano quel tanto di chiarore giusto per fare l’amore. Infatti stiamo qui a
reggere il moccolo al Verme che
bacia la Farfalla tra le foglie di un cavolo)…Roma è anche un cielo
stellato che pare un dipinto, è er ponentino, quel venticello che ti
accarezza i capelli, è poesia ma è pure Cinecittà, quindi Cinema. Basti
citare”La Dolce Vita”di Fellini “cult movie”nell’immaginario
collettivo, non solo per cinefili, come lo è”Roma città aperta”(nastro
d’argento alla bravissima Anna Magnani, premiata poi nel 1955 con
l’ambìto Oscar, per”La Rosa
Tatuata”di Daniel Mann, dal dramma di Tennesee Williams, sceneggiatura di
John Michael Hayes e suggestiva fotografia del grande James Wong Howe, con
l’eccellente co-protagonista Burt Lancaster )di Roberto Rossellini.
Opera di notevole spessore, la cui versione restaurata da
CSC-Cineteca Nazionale, é stata proiettata, sabato 14 ottobre, nell’àmbito
del” RomeFilmFest”, la prima edizione della Festa internazionale di Roma.
Eh già, perché adesso, ed era ora, l’Urbe, caput mundi anche della cultura
italiana, è culla di talenti emergenti della cinematografia, è la sede ad
hoc degli eventi internazionali e
delle anteprime, delle proiezioni delle pellicole cinematografiche più
interessanti del panorama
nazionale ed estero. Un richiamo non soltanto per giovanissimi, per
appassionati del bel cinema, ma anche una grande Festa per tutti,
autoctoni,stranieri,connazionali. Un’occasione di lavoro anche per molti
ragazzi e anche, in toto, un
business, per albergatori, ristoratori, un volano per l’indotto,
un’opportunità per tanti con ripercussioni positive sulla città, con un
ritorno d’immagine e con incassi non irrilevanti. Ma soprattutto è indice
di pluralismo, ed è anche la risposta a un Cacciari, sindaco di Venezia,”imbufalito”
che prometteva “ ritorsioni” qualora lo Stato avesse sganciato anche un
solo euro per finanziare questo neoevento. Qualcuno, anche Cacciari, lo ha
definito il Festival delle Banche(uno dei maggiori istituti bancari ne è
stato lo sponsor principale)e lo stoico Veltroni,, sindaco di Roma,
spiritosamente ha risposto:”Non allo Stato, ma a qualcuno dovevamo pur
chiedere i soldi”e ha aggiunto con un velo di amarezza:”Il nostro Paese
purtroppo ha paura del nuovo”. Il Premio Nobel, attore e autore valente,
Dario Fo, ha affermato a riguardo:”Non è mai successo che una festa ammazzi
l’altra, al contrario. Più offerta di spettacolo c’è, meglio è per la
cultura!”, gli dà manforte il pluripremiato, premio Oscar, il regista
Bernardo Bertolucci:”Tra Roma e Venezia non c’è competizione. Sono due
manifestazioni talmente diverse!”.
Il
giornalista Curzio Maltese ha scritto su”Il Venerdì”:”Il successo
popolare e naturale della Festa del Cinema ha dimostrato quanto fosse
provinciale e ridicola la guerra fra le repubbliche cinematografiche di
Venezia e Roma. La capitale del cinema mondiale ha finalmente la sua festa e
nessuno gliela toglierà. Come ha detto però il grande Mario Monicelli:”Ora
che la festa funziona, bisogna vedere se funziona anche il cinema”. In
Italia ci sono buoni registi e
bravi attori, una sapienza artigianale magnifica e diffusa, musicisti e
scenografi da Oscar”. Condividiamo in toto, soprattutto le ultime frasi di
Maltese.
Largo
quindi alle novità, a più proposte diversificate, di qualità, e continuiamo
pertanto il nostro excursus.
Non
vi faremo un’asettica cronistoria, tipo planning quotidiano, del Festival
a cui Roma ha dato i natali il
13
ottobre, ma vi coinvolgeremo nell’atmosfera di quei meravigliosi giorni
illuminati da un sole radioso,
calorosamente
estivo, malgrado fosse già autunno inoltrato. Pareva quasi che Roma avesse
voluto accoglierci
e
darci il benvenuto in tal guisa, regalandoci giornate e serate”estive”,
caldissime e memorabili, e anche il clima splendido ha favorito un afflusso
considerevole di cinefili,
scolaresche, giovani, turisti e non solo stranieri.,
curiosi,
oltre che degli addetti ai lavori, degli operatori e di tantissimi giornalisti
provenienti da tutto il mondo.
Non
scriveremo di vippaio-vespaio, mondanità, “vip”(non ci si è ancora messi
in testa che sono comuni mortali
come
noi?Né migliori né peggiori, talvolta anzi peggio…Absit
iniuria verbo!E’ mera constatazione…), divette,
“star”o
nobili(decaduti…e non)presenzialisti e onnipresenti, non vi tedieremo con
gossip di infimo livello, non
ci caleremo nei panni di
commentatori di sfilate per descrivervi le mise delle attrici o per scrivere
fiumi,
sterili,
di parole, sul red carpet, sulle passerelle dei divi hollywoodiani e nostrani.
Il
Festival del Cinema è per l’appunto il tributo al Festival, mica è la
“sagra de noialtri, o della porchetta”, o l’assemblea
dei “personaggi famosi”o in cerca di notorietà!Alla sottoscritta e a voi,
cui prodest?E, soprattutto, a chi importa tutto ciò?Non è la fiera delle
vanità che ci interessa,bensì la cultura, il cinema, l’arte!
Infine,
non saremo buonisti o euforici ed
entusiasti fino al parossismo, né schiavi di:servilismo, deferenze,
sudditanze psicologiche, simpatie personali e orientamenti ideologici, ma
neppure perfidi, quando ci saranno critiche da fare saranno costruttive
semmai, e non malevole e
gratuitamente crudeli e offensive tout court, cercheremo di essere obiettivi,
fatto che ogni giornalista che si rispetti dovrebbe sempre fare. Insomma il
tutto all’insegna del politically correct
e del fair play. In medio stat virtus e soprattutto:la verità e l’umiltà
sono madri di tutte le qualità.
Dopo
aver detto ciò che non faremo, siete pronti a immergervi nelle atmosfere del
RomeFilmFest?
Ma
prima, un po’ di suspense e pazienza ancora…eccovi, tutto per voi, un
doveroso prologo, un résumé introduttivo,
così, successivamente, potrò farvi da cicerone.
LA
CRONACA DI QUEI GIORNI
All’insegna
delle polemiche non volute e quanto mai inopportune si è aperta la prima
edizione del Festival del Cinema
di
Roma, svoltosi dal 13 al 21 ottobre nell’Auditorium in via Pietro De
Coubertin, il”papà”dell’arci famoso motto:”L’importante è
partecipare”. La Biennale di Venezia si sentiva minacciata, offuscata, dalla
prima edizione della
Festa
del Cinema di Roma, e in campo sono scesi per portare l’acqua al proprio
mulino, e per difendere a spada tratta
la
propria mostra del Cinema, perfino cariche istituzionali importanti, dai
sindaci, ai ministri, ai presidenti dei
rispettivi
Festival cinematografici. Ma a che pro, tante polemiche?Se oltre a Venezia,
adesso figurano anche Torino(con
il
seguitissimo Festival del corto, con l’imperdibile, assolutamente da
visitare, Museo del Cinema)e Roma, non è meglio
per
la cultura italiana?Per tutti noi?Fruitori, giornalisti, visitatori, turisti,
esteti assetati di cultura, arte,
cinema, musica,
fotografia,
poesia. Mala tempora currunt come diceva anche in tono scherzoso, realistico
ma gaudente, Trilussa, e quindi ben vengano iniziative di questo genere, che
anzi si moltiplichino a dismisura! Lo stato di salute di una nazione
si
evince anche dai teatri, dagli auditorium, dalle mostre, insomma dalla cultura
e dalla storia che vi si respirano, e non
l’ho
detto io anche se lo condivido pienamente!Lasciamo quindi le polemiche che
sanno di stantio e non portano da nessuna parte(meglio essere propositivi!)e”tuffiamoci”nella cronaca di quei giorni che ha registrato
purtroppo anche
accadimenti
luttuosi. In concomitanza all’inaugurazione del Festival infatti c’è
stata sofferenza e commozione in ricordo alla scomparsa, quasi in sincrono con
l’inizio della manifestazione capitolina, di Gillo Pontecorvo, “pioniere
della colonia cinematografica”che comprendeva Alessandro Blasetti, Pietro
Germi, Vittorio De Sica. Gilberto, detto Gillo, pisano, fu regista del
bellissimo film”La battaglia di Algeri”, un regalo d’amore al popolo
algerino e vessillo della libertà, e, tra gli altri film, di ”Kapò”. Ex
partigiano e giovane dirigente politico di sinistra, anche attore, ed ex
direttore della Mostra del Cinema di Venezia. Il Presidente della Repubblica
italiana, Giorgio Napolitano, l’ex ministro della cultura francese Jack Lang,
il Presidente del Festival di Cannes, Gilles Jacob, il presidente della
Biennale di Venezia, Davide Croff, il sindaco di Roma Walter Veltroni,
ministri, politici di sinistra e non solo, cineasti, registi, attori, numerosi
amici, lo hanno ricordato con elogi, complimenti, emozionanti frasi di affetto
e stima, ed Ennio Morricone gli ha dedicato il suo splendido concerto,
svoltosi sabato 14, in cui il maestro ha diretto l’Acccademia di Santa
Cecilia.
Il
primo giorno, venerdì 13, c’è stata la manifestazione di protesta del
movimento”Lotta per la casa”davanti al bookshop dell’Auditorium. Sugli
striscioni slogan del tipo:”Casa subito”, “Vergogna!”in
merito”all’ingente investimento di risorse per il Festival”. Momenti di
tensione, qualche”tafferuglio”, la carica della polizia. Il blocco
all’ingresso della rassegna è stato tolto soltanto dopo la promessa del
sindaco Veltroni di incontrare quanto prima i manifestanti. L’emergenza
abitativa è uno dei problemi annosi e più gravi della capitale, assieme alla
prostituzione(clienti e prostitute dal primo mattino affollano il grande
raccordo anulare, e le strade non solo periferiche ed extraurbane,
specialmente la Salaria né è oltremisura zeppa dall’alba a notte fonda,
senza sosta). Eh sì, perché Roma è anche questo:la difficile realtà delle
borgate;gli accampamenti rom che talvolta vanno a fuoco e”ci scappa”il
morto;i moltissimi senzatetto;i bambini di strada costretti a chiedere
l’elemosina, a rubare o a prostituirsi per il mercato sempre crescente della
pedopornografia e pedofilia;prostituzione e traffici illeciti à gogo, a
profusione;evasione fiscale spesso effettuata da immobiliaristi e padroni di
casa senza scrupoli, sono loro i nuovi”usurai”che si fanno pagare
esorbitanti affitti per una camera squallida e microscopica , in genere in
nero, senza registrazione di contratto;affitti alle stelle per le abitazioni e
mutui proibitivi;extracomunitari ma anche tanti italiani e romani oltre la
soglia di povertà, senzatetto, costretti a vivere all’addiaccio e accuditi
solo dai nuovi”eroi”metropolitani, gli encomiabili volontari di
organizzazioni Onlus, come “Terre di Mezzo”di cui responsabile e
coordinatrice è Tania Rossi, “City Angels”di Mario Furlan, e da altre
associazioni laiche o religiose, non a scopo di lucro. Non a caso abbiamo
rimarcato che la casa è forse il problema numero uno di Roma;e inoltre:troppo
traffico e congestionato;troppo smog e inquinamento acustico oltre che
atmosferico. Roma, sebbene sia una delle città più belle del mondo,
adorabile, cosmopolìta, affascinante e carismatica,
non è l’ ”Eldorado” come molti dicono e pubblicizzano, e
vorrebbero far credere agli sprovveduti o a chi non la conosce bene. Infine,
un altro evento tragico di quei giorni è stata la morte di una ragazza,
Alessandra Lisi, una ricercatrice universitaria, rimasta uccisa tra le lamiere
del convoglio a seguito dello scontro tra due metro, il 17 ottobre. Il treno
Rcp
311, quella drammatica mattina, è piombato sulle vetture ferme nella
stazione, della Metropolitana(linea A), di piazza Vittorio, causando il
decesso della giovane donna e ben 236 feriti. All’inizio si era anche
pensato a un attentato di matrice terroristica, per poi lasciar posto alla
pista e alle perizie riconducibili all’errore umano(e non si può neppure
puntare il dito contro i macchinisti che fanno turni di 6 ore giornaliere, 50
ore di straordinario, talvolta doppi turni, e lavorano in condizioni non
ottimali, scarsità di ossigeno in galleria, spesso perfino il sistema della
sala di controllo va in tilt, i dirigenti devono chiedere via radio-telefono
la posizione dei macchinisti che svolgono un lavoro stressante e di
responsabilità, faticoso e a rischio, per soli 1400 euro al mese…). Roma in
lutto, addolorata, ma anche meravigliosa nella sua umanità, generosità e
solidarietà, il cuore di Roma pulsava più forte che mai. I soccorsi
ufficiali sono stati tempestivi, solleciti:infermieri, forze dell’Ordine,
tutti zelanti, umani, solidali come i singoli cittadini, romani e non,
magnanimi e calorosi, che prestavano soccorso. E la civiltà, lo stato di
salute, di una città, oltre che dalla cultura lo si vede anche da questo,
dalla solidarietà, dalla lotta all’indifferenza, dall’altruismo,
dall’umanità, dal dolore che unisce e genera sostegno, dal mutuo soccorso,
dalla voglia di far del bene. Solidarietà e partecipazione emotiva anche dal
Festival, soppressi molti red
carpet, eventi mondani, niente musica per un giorno, e Corrado Guzzanti
autore, regista, e protagonista del suo divertente, mordace, ”Fascisti su
Marte”, con sensibilità e compartecipazione,
in segno di rispetto e per manifestare il proprio cordoglio, ha fatto
posticipare la proiezione del suo film e quindi il suo incontro con i
giornalisti(previsti proprio il 17 ottobre, giorno della sciagura), al sabato
successivo, nella serata conclusiva del Festival.
DISAGI
E PROBLEMI ORGANIZZATIVI.
Sì
sa, occorre essere clementi quando si tratta di ogni prima volta…Però non
è corretto chiudere tutti e due gli occhi su
intoppi,
disagi, inerenti la macchina organizzativa che non ha funzionato in maniera
impeccabile. Non ci riferiamo solo
ai
commenti degli addetti ai lavori, ma anche del pubblico, si sono lamentati
perfino i componenti della giuria popolare, presieduta dal regista Ettore
Scola(“Dramma della gelosia”,”C’eravamo tanto amati”,”Brutti
sporchi e cattivi”,”La famiglia”, “Che ora è?”, sono solo alcuni
dei titoli dei suoi film di successo)che dovevano, come ci ha detto Giovanna,
una dei giurati, simpatica ragazza che lavora in una videoteca, fare la fila
per ritirare i biglietti per assistere alle proiezioni delle pellicole che
loro stessi dovevano valutare e poi votare. Noi giornalisti poi spesso ci
siamo guardati e ci siamo chiesti all’unisono, tutti insieme mentre facevamo
la coda dal primo mattino:”Ma a che serve il badge se per
molti
appuntamenti dobbiamo venire qui ogni giorno, prestissimo, fare la fila
estenuante, arrivare all’agognata biglietteria per accreditati tra
l’altro, e sentirci magari pure rispondere che c’è il tutto esaurito e
quell’appuntamento non
potremo
seguirlo e non potremo svolgere il nostro lavoro?”.
Nei primi due giorni c’è stato il caos assoluto…Perfino gli
addetti, gentilissimi peraltro, dell’Info point, non erano in grado di
fornirci informazioni e spesso ne sapevamo più noi di loro…. Abbiamo visto
e saputo che, per ignoranza e disinformazione loro, molti uomini sia tra gli
addetti all’accesso nelle sale(coloro che controllano e staccano i
biglietti)che della security hanno messo i bastoni tra le ruote ai
giornalisti,
talvolta
hanno fatto entrare persone senza controllare i biglietti(e qualche furbetto
è entrato con biglietti relativi a un altro evento minore)oppure hanno
osteggiato, fatto”ostruzionismo”, gli stessi operatori dell’Info point
ci hanno detto a riguardo:”Alcuni di loro hanno bloccato e diverse volte,
molti giornalisti che invece di diritto avevano libero accesso ai press
meeting per mezzo del bagde e per cui non occorreva quindi avere alcun
biglietto”.
Ci
siamo persi Nicole Kidman che presentava”Fur”di Steven Shainberg, sulla
controversa figura della fotografa Diane Arbus, per una variazione, ex
abrupto, di programma, un cambio dell’ultimo momento, la presenza della
diafana attrice era prevista per il tardo pomeriggio e invece l’incontro con
la stampa è stato fatto anticipare, non si sa perché, alla mattina, quindi ,
insomma, alal fine, chi c’era c’era…
Spesso
veniva registrato il”tutto esaurito”e poi le sale erano semideserte, come
nel caso della conferenza stampa con Monica Bellucci, protagonista di”Io e
Napoleone”di Paolo Virzì. Del cast del film fa parte anche l’assente,
illustre, ma giustificatissimo, Daniel Auteuil(per un lutto gravissimo, per la
perdita della madre era rimasto a Parigi).
Chapeau
alla bellezza e alle procaci forme dell’attrice umbra(da quando è diventata
mamma è anche più radiosa), però la corona di alloro e la presenza
nell’Olimpo cinematografico delle personalità di spicco, è appannaggio, di
diritto e per meritocrazia, dei veri talenti, di mostri sacri
quali attori, registi, produttori che hanno segnato la storia del
grande schermo. La Bellucci sicuramente è una delle donne italiane più belle
e forse anche nel mondo(anche se ciò perde valore, passa in secondo piano,
quando ostenta, a detta di molti con alterigia e superbia, il suo
essere:bramata icona della mediterraneità, sex symbol, diva internazionale
anche se ormai”francese”di adozione), ma nonostante abbia vinto un Globe,
abbia lavorato con attori del calibro di Gene Hackman, Vincent Cassel(suo
marito), dagli addetti ai lavori, cineasti, giornalisti, ma anche da parte
della gente e dei suoi stessi ammiratori
non è considerata una vera attrice, ma una ex modella, fortunatissima,
bellissima, prestata al cinema, tant’è che non figura neppure nei
prestigiosi dizionari di
Cinema con la C maiuscola. Di certo non lusinghieri i commenti registrati,
ascoltati, da parte non solo dei giornalisti ma anche del pubblico, e non
erano solo donne come qualcuno, malizioso, potrebbe far osservare, anzi molti
uomini hanno pronunciato frasi del tipo:”Ma quanto se la tira!”, “Mica
è Bette Davis”, “E’ così snob e altezzosa da risultare antipatica”,
e, in romanesco: “A ridatece Anna Magnani”, oppure:”Vogliamo Sofia(Sophia
Loren)“, tutto ciò perché probabilmente
in rappresentanza del cinema italiano, quasi tutti, a furor di popolo,
avrebbero gradito un altro simbolo, un’altra attrice. Altre pecche ed
errori:mezz’ora di ritardo, il primo giorno della Festa del Cinema, per la
proiezione del film di Eugenio Cappuccio, “Uno su due”. Motivo del
fastidioso ritardo:la carenza di posti disponibili per la stampa, posti
occupati dal pubblico che è stato fatto alzare. Giornalisti e pubblico hanno
lo stesso diritto al posto
a
sedere, i primi perché non giocano bensì lavorano(soprattutto quelli
seri!Non soffriamo di corporativismo), i secondi come spettatori paganti.
Benché piacevole come professione e non massacrante, alienante, come il
minatore o l’operaio sfruttato e sottopagato alla catena di montaggio, il
nostro è pur sempre un lavoro, e
d’intelletto quindi richiede concentrazione, notevole impegno
mentale(talvolta pure fisico, quando si corre da una parte all’altra, o si
è chiamati per seguire:un convegno dall’altra parte della città o fuori
sede, o Festival con molteplici appuntamenti
quotidiani). Entrambi meritano rispetto e considerazione, entrambi
devono essere messi nelle condizioni ideali per lavorare o godersi lo
spettacolo. Per fortuna dopo il trambusto iniziale le acque si son calmate, la
macchina organizzativa ha preso a girare a pieno ritmo, gli addetti
all’ufficio informazioni erano sempre più preparati, informati, garbati,
disponibili, dicasi lo stesso per gli agenti della sicurezza, per le maschere,
per tutti gli altri operatori. Unica nota stonata, l’ufficio oggetti
smarriti. Una collega è stata scippata il primo giorno, durante il red carpet
di Sean Connery, ovviamente nessuno le ha riportato il portafoglio, e anche
silenzio assoluto dall’ufficio oggetti smarriti. Idem per un ragazzo,
gentilissimo, Achille, che lavorava all’ Info point, lui aveva perso i suoi
occhiali da sole, e ci ha detto che si è sentito rispondere da un’addetta
all’Ufficio informazioni:”Non sappiamo che dirti, spera di
ritrovarli, anche se è non credo succederà”.
Altri
colleghi e anche persone del pubblico hanno perso oggetti e si sono lamentati
della negligenza e della noncuranza
degli addetti all’ufficio smarriti:”Si vede lontano un miglio che non
hanno voglia di lavorare questi”ci ha
detto
un simpatico, arzillo, signore romano.
Robert
De Niro non abbiamo potuto intervistarlo né partecipare alla sua conferenza
stampa, e ciò che è accaduto è purtroppo successo anche ad altri colleghi,
come a Loretta Eller, una valente
giornalista, esperta di arte e cinema. C’eravamo svegliati all’alba di
venerdì per arrivare presto in Auditorium, la biglietteria apriva alle ore
nove, un’ora prima eravamo già lì. Gli operatori della biglietteria dicono
che c’è ancora disponibilità di biglietti, peccato che commettono un
gravissimo errore:l’emissione del biglietto e per”American Vertigo”(della
casa di produzione cinematografica di Robert
De Niro, la”Tribeca”), la proiezione di un film. Chiediamo conferma, se
quello è il biglietto giusto, ci pare strano infatti…Non c’è scritto
nulla sopra riguardo(oltre ai nostri riferimenti, i biglietti sono tutti
nominativi ed è giusto che sia così, e al titolo del film). A nostro avviso
si tratta di un errore madornale e chiediamo
per
l’ennesima volta se il biglietto è valido, se è proprio quello giusto
e ci assicurano,, nuovamente, che è così.
E
quella mattina i biglietti sbagliati e”spacciati” per quelli
dell’incontro con De Niro vengono dati a molti altri colleghi. Non
siamo convinti, e non perché diffidenti a oltranza o sospettosi a priori, e
vogliamo vederci chiaro. Ci rechiamo all’Info point, chiediamo
delucidazioni, ci dicono infatti che hanno commesso un errore quelli della
biglietteria,
e che però non ci sono problemi perché ci assicurano che per l’incontro
con De Niro, noi della stampa possiamo
entrare per mezzo del badge, il pass che dovrebbe poter dire”Apriti
sesamo”e voilà la porta si spalanca.
Ottimismo,
speranze, a parte, questa vicenda non ci piace e sentiamo odore di
complicazioni…
Infatti
anche quando ci lamentiamo, ma sempre con educazione, civiltà e signorilità,
con “chi di dovere”, ci vien
detto e in maniera sgarbata, fredda, scortese, che con il biglietto che
abbiamo non potremo entrare e assistere all’incontro con De Niro, e che gli
incontri con De Niro non sono due come ci avevano detto, uno alle h.17.00 con
la stampa, l’altro alle h.18.00 con il pubblico, ma uno soltanto per stampa
e pubblico insieme. Molti giornalisti , italiani e stranieri, vengono
allontanati dall’ingresso della sala, molti spintonati verso i cordoni che
fungono da transenne.
Alcuni
simpatici addetti sia agli
ingressi che alla sorveglianza, ci dicono:”Entrate, vedrete che vi fanno
entrare,
non
preoccupatevi, vedrete che andrà tutto bene. Voi non c’entrate, lo sbaglio
lo hanno commesso loro e loro devono rimediare. Il biglietto voi l’avete,
loro hanno sbagliato”, ed è quanto sosteniamo anche noi assieme agli altri
colleghi. Siamo più basiti, delusi, che arrabbiati(siamo così stanchi, è
stato un tour de force, che
abbiamo poche energie e non vogliamo certo sprecarle per arrabbiarci, e poi
non siamo persone da piazzate, scenate, chiassate e polemiche urlate,
siamo persone civili ed educate). Sorridiamo per “il conforto e la
solidarietà”a noi manifestati da parte degli addetti gentili e simpatici,
ma ci restano solo le loro parole carine, giacché alla fine non entreremo…
Sdrammatizziamo,
ma alla fine una coordinatrice dell’ufficio stampa prima ci rimprovera(“Ma
come?Vi danno il biglietto con su scritto”American Vertigo”e voi lo
accettate?Dovevate rifiutarlo”), invece di assumersi le proprie
responsabilità, e ammettere che lo sbaglio è stato causato dagli addetti
alla biglietteria che ci hanno arrecato un danno, e
poi invece di farci le
scuse, e di trovare la soluzione a un problema creatoci da loro, come se ci
facesse un favore, come gentile”concessione”, ci dice:”Vedremo di farvi
entrare solo se ci sarà ancora disponibilità di posti”, a quel punto, da
signora la sottoscritta e la collega, da gentlemen gli altri colleghi, ce ne
siamo andati. Non abbiamo bisogno di favori, concessioni, o,
peggio”elemosine”, facciamo e abbiamo fatto il nostro lavoro con serietà,
dedizione, impegno, alzandoci ogni giorno prestissimo per essere in Auditorium
prima che aprissero le biglietterie, e ciò per tutta la durata del Festival.
Non vogliamo favoritismi, non volevamo essere privilegiati ma neppure
ostacolati nel nostro lavoro ed è invece ciò che è accaduto il primo e
l’ultimo giorno. E soprattutto il rispetto della persona e del lavoro
svolto, deve essere reciprocamente riconosciuto, e rispettato per l’appunto.
Inoltre, è vero che il pubblico ha pagato(ma anche i nostri direttori hanno
pagato l’accredito per noi giornalisti selezionati e accreditati)e il
pubblico ha fatto sì che il Festival avesse successo, ma chi ha scritto,
filmato, “pubblicizzato”, recensito, speso miliardi di parole, sul
Festival, se non noi giornalisti?E per fortuna il sindaco di Roma, Veltroni, e
non solo perché è
scrittore, ex direttore, giornalista anche lui, si è reso, con
sportività e massima apertura, disponibile a ricevere le critiche costruttive
per far meglio la prossima edizione, si è scusato per i disagi e i problemi
che abbiamo subìto e ci ha ringraziato sentitamente per il lavoro svolto, per
la nostra quotidiana partecipazione e per
aver a lungo parlato del Festival!
Per
fortuna e per scelta, “non serbiamo rancore”e non abbiamo sparato a zero
sul Festival come hanno fatto tanti,
per
molto meno e per piccoli intoppi, o come chi ha disertato la Festa,
oppure ha seguito poco o nulla, quando si è trovato davanti ai primi ostacoli
e problemi di natura organizzativa. Noi non demordiamo e non facciamo
di
tutta l’erba un fascio e soprattutto cerchiamo di essere sinceri e obiettivi
come speriamo di aver fatto finora.
Ma,
ritornando a De Niro, possiamo dire almeno di averlo visto, tra la delusione
però dei fans e la rabbia dei fotografi.
Infatti
De Niro, appena varcato l’ingresso, non ha guardato in faccia nessuno, non
ha salutato nessuno, i fotografi non avevano neppure avuto prima il tempo di
immortalare la passerella, altro che scatti fotografici, bensì scatti
d’ira…
Molti
hanno detto anche che Robert De Niro è stato frettoloso, sbrigativo, algido,
con i fans e ha ignorato i fotografi, che la conferenza non è stata
entusiasmante, e che lui si è rivelato antipatico, scostante, e non antidivo
come vuol mostrare in genere, noi non avendo assistito all’incontro non
possiamo esprimerci a riguardo e neppure ci va, per
onestà
intellettuale e serietà, di unirci al coro o lanciare critiche perché noi
eravamo”stati esclusi”o sulla base di semplici sensazioni e impressioni
personali(del resto per tutti c’è un’immagine pubblica e una privata,
talvolta coincidono, a volte divergono). Dobbiamo riportare i fatti, la verità,
la cronaca.
Quanto
riportato è oggettivamente negativo, speriamo che per la prossima edizione
tutto fili liscio come l’olio e
che i disagi, i problemi, siano di gran lunga minori, non quotidiani, bensì
veniali, “accettabili”.
I NUMERI, LE MOSTRE, I TRIBUTI, GLI EVENTI
MUSICALI DEL FESTIVAL
169
film presentati, di cui 52 dagli Usa, 48 dall’Italia, 28 dalla Francia, 17
dal Regno Unito, 10 dalla Germania, 7 dalla Spagna,
per un totale di 32 paesi di tutto il globo terrestre. 102mila i biglietti
emessi. 480mila i visitatori del Festival, mostre
su Bertolucci, Visconti, Rossellini, incluse. 150mila gli spettatori presenti
alle varie
proiezioni, 16mila bambini
(divertenti
e copiose le scolaresche presenti ai matinée), 53mila pasti serviti nei punti
ristoro e +8% la percentuale di prenotazioni negli alberghi, 967 gli ospiti
internazionali. Alberghi, ristoranti e cinema stracolmi.
1700
i giornalisti accreditati e 200 i fotografi. 10mila i gadgets
ufficiali(non”taroccati”, non pirateria)venduti.
“Una
città colta è più ricca e vive meglio. Importante la ricaduta d’immagine
sulla città, quella culturale ed economica. Il bello piace e fa bene al
cuore”, ha commentato il sindaco Veltroni, entusiasta e appagato lui, in
quanto sindaco ma anche ideatore della manifestazione, assieme al suo
entourage e al direttore generale della festa Giorgio Gosetti che ha
sottolineato:”La nostra è una formula diversa rispetto la Biennale di
Venezia che comunque ci ha garantito la scena internazionale:sul mercato sono
stati proiettati 130 film italiani e”La Sconosciuta”di Tornatore è stato
già venduto in 7 nazioni”. Goffredo Bettini, presidente della Festa, ha
chiosato:”Sono stati colti i tre obiettivi principali:il coinvolgimento
della città, la qualità dei film, grazie a un buon mix tra cinema popolare e
cinema d’autore, e l’avere portato ricchezza e sviluppo alla città, con
alberghi e ristoranti strapieni. Forti di questa esperienza non ripeteremo
alcuni errori ma cercheremo di migliorare sempre, agevolare il lavoro dei
giornalisti che Veltroni e io ringraziamo sentitamente, e di rendere più
agevole l’afflusso del pubblico e far gradire ancor di più la Festa agli
spettatori e ai cittadini”. La Festa del Cinema oltre all’Auditorium, ha
coinvolto anche la”Casa delle Letterature”, la”Casa del
Jazz”, la”Casa della Memoria e della storia”, “Casa Tor Bella
Monaca”, con film e incontri con attori.
Il
direttore del Teatro Tor Bella Monaca(periferia sud est), l’attore Michele
Placido, ha presentato Leonardo Di Caprio(guest
star al Festival per”The
departed”di Martin Scorsese) che ha commentato due cortometraggi che
testimoniano il suo impegno in difesa dell’ambiente. E ancora:Via Veneto,
approntata per :videoproiezioni,;
set
di Fellini e Leone; “Business Street”; “Dress and Dreams”;l’associazione
Via Veneto ha”vestito”la Via della Dolce Vita, con i costumi di famosi
film, firmati dalla Maison Gattinoni, e dall’Accademia
Del Costume della Moda.
E
ancora:”Casina di Raffaello”, laboratori
di animazione con la plastina;“Cinema Antares”, “Cinema Broadway”,
“Cinema Galaxy”, “Cinema Tristar Multiplex”, “Cinema Metropolitan”,
“Cinema Dei Piccoli”, “Cinema dei Sanniti”, “Cinema Warner
Moderno”, “PalaRomaUno”, tutta la città coinvolta dal centro, al nord,
alle periferie.
Tante
mostre, le più significative:”L’ultimo
Imperatore”:attraverso i costumi che hanno dato vita
ai
personaggi del capolavoro da Oscar di Bernardo Bertolucci, si narra la
trama;”Nel nome del Padre, della Figlia e degli Spiriti Santi”, un omaggio
a Roberto Rossellini, per il centenario della nascita, da parte della figlia
Isabella Rossellini(figlia di Ingrid Bergman e Rossellini), un cortometraggio,
una mostra, foto di scena, testi, fotografie private. Poi:”Locandine e foto
di Alberto Sordi”, scattate dal suo grande amico e fotografo personale
Enrico Appetito;”Marcello Mastroianni, l’eccezionalità di essere
normali”alla Casa del Cinema, una retrospettiva
dedicata all’affascinante attore, a dieci anni dalla sua scomparsa,
ingresso gratuito per visionare ben 48 film e poi ascoltare le testimonianze
di attori, registi, che hanno lavorato con lui. “Luchino Visconti e il suo
tempo”, un omaggio al”Conte rosso”, al
regista aristocratico e comunista, autore di capolavori
come”Ossessione”, “Bellissima”, “Senso”, “Le notti bianche”, “Rocco
e i suoi fratelli”, “Boccaccio”, “Il
Gattopardo”, “Morte a Venezia”, “L’Innocente”, e di cui
ricorre quest’anno, il centenario della nascita(2 novembre 1906). Davvero
ineccepibile, interessante, accattivante, la mostra, forse la più bella del
Festival, con centinaia di sceneggiature, appunti autografi, copioni di scena,
scalette, bozzetti di scena, splendidi figurini per costumi, molti dei quali
di Piero Tosi, oltre mille lettere, fotografie di scena, di set
cinematografici(“Ossessione”, “Bellissima”, per esempio)ma anche
personali, locandine, borderò di spettacoli, libri paga(ci siamo divertiti a
leggere i compensi di attori come per esempio Mastroianni), rassegne stampa, e
la ricca biblioteca del regista. Tra i stupefacenti
costumi viscontiani spiccava
quello vermiglio firmato da Salvador Dalì
per”Rosalinda”. Tutti gli abiti sono stati valorizzati
dall’illuminazione grazie ai fasci di fibre ottiche, per esaltarne i colori
e la bellezza, nell’allestimento dei progettisti della”Fidanzia
Sistemi”di Bari, e Visconti era legato a questa bella città, anche perché
nel capoluogo barese poteva contare sull’apporto di Ugo Santalucia,
temerario e audace produttore, che si indebitò
pur di riuscire a portare a termine”Ludwig”di Visconti. Anche Torino, la
mia città natia, gli ha dedicato(fino al 3 dicembre)una mostra, con
un’esposizione fotografica”L’estetica dello sguardo. L’arte di Luchino
Visconti”, nel Museo nazionale del Cinema.
Da
ricordare anche l’incontro con Luc Besson, il regista di”Subway”, “Nikita”,
“Leon”e i tributi:a Roberto Rossellini, con la prestigiosa presenza del
presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano;e a Mario Soldati regista di
“perle”cinematografiche quali”Piccolo
mondo antico”, “Malombra”, “E’ l’amor che mi rovina”e di lui chi
poteva tracciare un ritratto fedele se non Giovanni Soldati e
l’affascinante, sensuale, signora Stefania Sandrelli?
Attrice
in pellicole quali:”Divorzio all’italiana”, “La bella di Lodi”,
“Sedotta e abbandonata”, “C’eravamo tanto amati”,
“Novecento”,
“Una donna allo specchio”, “Mamma Ebe”, “Speriamo che sia
femmina”, “Il piccolo diavolo”, “L’ultimo bacio”, una evergreen,
solare, attraente e brava che ha saputo fare le scelte giuste al momento
giusto, sfruttando oltre alla sua bravura anche la sua prorompente e
connaturata carica erotica, amata dal pubblico perché antidiva e sempre
sorridente ma anche per merito di recenti fiction di qualità, in primis et
ante omnia:”Il maresciallo Rocca “, al fianco dello straordinario
protagonista Gigi Proietti.
I
concerti di Ennio Morricone e di Antonio Pappano(a chiusura della Festa)sono
stati gli eventi musicali di gran richiamo. Morricone ha diretto l’Orchestra
Nazionale di Santa Cecilia di Roma, in un compendio musicale,
antologico, una summa di tutti i suoi maggiori successi, creando quell’atmosfera
suggestiva che faceva rivivere le colonne sonore di capolavori come”C’era
una volta in America”di Sergio Leone. Più unico che raro il sodalizio del
Maestro con il mitico regista. Morricone è infatti indimenticabile autore
musicale della trilogia di Clint
Eastwood, diretta sempre dal regista Sergio Leone(scomparso nel 1989):”Per
un pugno di dollari”, “Per qualche dollaro in più”,
“Il buono, il brutto, il cattivo”. Pier Paolo Pasolini, Gillo
Pontecorvo, Giuliano Montaldo, Giuseppe Tornatore, sono gli altri registi
famosi con cui ha lavorato, per non parlare, a livello internazionale, di
Roman Polanski(“Frantic”), Brian De Palma(“Vittime di guerra”), Franco
Zeffirelli(“Amleto”), Pedro Almodòvar(“Atame”, ossia”Legami”),
Roland Joffe(“La città della gioia”). Proficue e fortunate anche le
collaborazioni con Joffe e con Tornatore. Il riconoscimento americano per
Morricone gli è giunto grazie alla colonna sonora per il movie di Roland
Joffe, “Mission”(1986)che gli è valsa una delle quattro candidature
all’Oscar durante il suo cursus
honorum. Un’altra delle sue colonne predilette dal pubblico di tutto il
mondo che lo stima e lo ama, è la partitura scritta da Morricone per il
film”Nuovo Cinema Paradiso”(1988), Oscar miglior film straniero, di
Giuseppe Tornatore. E con il regista siciliano, Morricone raddoppia, infatti
nel corso del suo concerto dedicato all’amico Gillo Pontecorvo(Morricone ha
eseguito, per l’occasione, musiche del film”La battaglia di Algeri”), ha
presentato, in prima esecuzione pubblica assoluta, alcune pagine del suo
ultimo lavoro a commento della recente, splendida, fatica di Giuseppe
Tornatore, “La sconosciuta”, presentata in anteprima al
Festival
internazionale del Cinema di Roma. A conclusione della Festa, è toccato ad
Antonio Pappano, Direttore principale dell’Orchestra dell’Accademia di
Santa Cecilia, coinvolgere il pubblico in uno strepitoso concerto per
chiudere
in bellezza la Festa del Cinema. A
sorpresa, Pappano, nel concerto della mattina del 21 ottobre, ultimo giorno
del Festival, ha lasciato da parte Berlioz e ha dato il via all’intrigante
tema musicale di John Williams,entusiasmando il pubblico con il theme della
saga di fantascienza ”Guerre stellari”. E poi omaggi musicali di Pappano
a: Stanley Kubrick e al suo celeberrimo”Arancia meccanica”,
con l’allegro della Sinfonia del”Guglielmo Tell”;a Martin
Scorsese e Robert De Niro, per ”Toro scatenato”in cui Bob interpreta
magistralmente il pugile Jack La Motta, con l’intermezzo della”Cavalleria
Rusticana”di Mascagni e, dulcis in fundo, una delle sinfonie più
emozionanti:”La Forza del destino”di Giuseppe Verdi, per ”E la nave
va”di Fellini. Musica e cinema:connubio perfetto!
I FILM
PREMIATI
Miglior
film:”Playing the victim”(Russia)di Kirill Serebrennikov. Una
rivisitazione dell’Amleto in chiave di
commedia”nera”.
Serebrennikov è anche un apprezzato regista teatrale in Russia. ”La felicità
è Roma. Sono
grato alla Festa, perché io sono cresciuto con i film dei maestri italiani.
Avevo visto Roma grazie a loro,
ma
è ancora più bella e ne sono innamorato”, ha dichiarato, entusiasta e
felice, il regista vincitore.
Miglior
attore:Giorgio Colangeli(Italia)per”L’aria salata”, applauditissimo,
record d’incassi, del regista
Alessandro Angelini. Colangeli è un valente attore teatrale ed è uno degli attori
prediletti di Ettore Scola,
che
lo ha diretto in alcuni suoi film, tra cui”La cena”, “Gente di Roma”.
Migliore
attrice:Ariane Ascaride(Francia)per”Le Voyage en Armenie”di Robert
Guediguian.
Premio
Speciale: ”This England”(Inghilterra)del regista
Shane Meadows, con la toccante interpretazione del
tredicenne
Thomas Turgoose, cresciuto in un centro specializzato e con un’infanzia
difficile alle spalle.
Premio
alla memoria a Gillo Pontecorvo(Italia).
Premio
LARA a Ninetto Davoli(Italia)per”Uno su due”di Eugenio Cappuccio. Davoli
ha dedicato il premio
al
regista PierPaolo Pasolini, con cui ha lavorato:”Aspettavo questo premio da
42 anni, dal”Vangelo secondo
Matteo.
Lo dedico a Pier Paolo Pasolini perché lavorare con lui è stato il vero,
unico, premio della mia vita”.
Premio
Cult: “Deep Water”documentario(Inghilterra).
Premio
Blockbuster: “La sconosciuta”(Italia)del regista premio Oscar(“Nuovo
Cinema Paradiso”nel 1989), Giuseppe Tornatore, il film più bello del Festival, sia per i giornalisti che per il
pubblico. Dopo la prima, quando ancora scorrevano i titoli di coda sulla
pellicola, sono esplosi applausi scroscianti, fragorosi, a riprova del fatto
che la storia, le interpretazioni degli Attori, la sapiente regia di Tornatore,
avevano fatto centro ma soprattutto breccia nei cuori, molta commozione,
pathos, empatia, qualche lacrima, tanti unanimi consensi.
LA SOLIDARIETA’
Se
oltre ad essere attraente, affascinante, intelligente, un uomo è anche buono,
magnanimo e altruista è l’uomo ideale…
Se
vi dico, e mi rivolgo adesso soprattutto alle lettrici, tre nomi “a caso”:Richard
Gere, Harrison Ford, George Clooney, che vi viene in mente?A parte
certi pensieri…e a parte che sono riconosciuti(anche dagli uomini, da quelli
non
invidiosi né insicuri…)sex symbol, sono belle persone impegnate nel
sociale, in battaglie civili, spesso fanno beneficenza, sono antidivi,
simpatici, semplici, almeno a vedere da come si comportano. Clooney(45enne
ancora in forma ed eletto uomo ideale perfino dai maschietti in base a un
recente sondaggio…) era atteso al Festival, ma la sua partecipazione è
stata smentita all’ultimo, però, seppure lontano, l’attore e regista ha
fatto sentire la sua presenza:ha accettato la proposta del Comune di Roma e
della Comunità di Sant’Egidio, di ricoprire il ruolo di ambasciatore dei
diritti umani dei prigionieri e ha inviato una sua nota scritta:”Tutti noi
nella comunità internazionale, dobbiamo assumere i difficili compiti
necessari per mantenere intatti certi diritti. Mi schiero con il sindaco
Veltroni,
la
comunità di Sant’Egidio e i cittadini di Roma e di tutto il mondo nel dare
voce a questa battaglia. E’ un onore farlo”. Richard Gere, il mio
preferito, affascinante, semplice, brillante, attraente, intelligente e colto,
tuttora dotato di notevole sex appeal nonostante sia quasi sessantenne(57
anni), artefice e fondatore della casa del Tibet a New York, e della
Fondazione Gere, buddista, amico
di sua santità il Dalai Lama, da anni impegnato nella causa tibetana, è
presidente della campagna internazionale per il Tibet, ha sovvenzionato la
pubblicazione di importanti libri buddisti(tra cui anche libri del Dalai
Lama), sta curando la pubblicazione(e la finanzia)del libro sulla storia di
Ani-La, la monaca guerriera del Tibet, ha aiutato e continua a farlo i bambini
orfani e malati di Aids. Dulcis in fundo, Harrison Ford, e anche da
chi gerontofila non è, va
obiettivamente ammesso che è un uomo dall’indubbio fascino e carisma, oltre
ad essere sexy nonostante abbia superato da un pezzo gli anta, 64 anni ben
portati, con classe, glamour, simpatia e notevole carica erotica, è anche lui
impegnato in battaglie e campagne sociali e ambientaliste. Harrison Ford era
presente al Festival per
consegnare il primo PMQ Award,
omaggio al lavoro fondamentale di agenti e manager, a Jim Berkus, co-fondatore
e presidente della Uta(United Talent
Agency), il premio è nato come riconoscimento all’apporto fornito da una
grande manager, ed è nato proprio come tributo alla sua memoria, parliamo di
Patricia McQueeny(da qui il nome PMQ Award), per 30 anni manager di Harrison
Ford. Ma l’ex “Indiana Jones” era a Roma anche per un impegno
importante:
per
il PMQ Award Charity Dinner, a Villa Giulia, a favore e in supporto all’ippoterapia,
una fund raising dinner, in collaborazione con il RomeFilmFest, per
raccogliere fondi grazie alla presenza di
Harrison Ford come testimonial e guest star, da destinare a due
associazioni, “Ride on”fondata per l’appunto da Patricia McQueeny,
con base negli USA, e”LAuriga”associazione italiana,entrambe
notevolmente impegnate nel campo dell’ippoterapia.
I PROTAGONISTI
DEL FESTIVAL
Non per piaggeria, ma
con gran sincerità, il protagonista assoluto del Festival, è stato il
pubblico che ha decretato il successo della manifestazione cinematografica. E
se tutto è andato bene, lo si deve anche a tutti coloro che mai vengono
menzionati:tecnici,
operatori, macchinisti, ma anche operai e tecnici specializzati che hanno
allestito e approntato palchi, sale, fino a comprendere il team efficiente
dell’ufficio accrediti, dell’Info point, gli agenti della Security, gli
addetti all’ingresso, le
maschere, gli operatori agli sportelli e alla biglietteria, le guardarobiere,
lo staff dell’infermeria, i cuochi e i camerieri dei punti ristoro e del
ristorante del famoso chef Colonna,
gli operatori ecologici, insomma
nessuno
escluso, così non dimentichiamo, involontariamente, alcun
valido contributo. E poi, finalmente, protagonista in pole position è
stato il Cinema italiano!La produzione nazionale, che si è ben difesa
nonostante i tagli ingiusti e drastici dei finanziamenti pubblici operati dal
governo Berlusconi(lui era per le tre I, impresa, inglese, internet, ma non
per la cultura…per il cinema,
per la musica, per la qualità della vita, per
il benessere in toto degli italiani), ha avuto la sua rivincita, la sua
riscossa, e la sua piena, meritata, affermazione, grazie al grande schermo e a
bei film e registi quali
Giuseppe
Tornatore(“La sconosciuta”), Mario Monicelli(“Le rose del deserto”),
Roberto Andò(“Viaggio segreto”), Francesca Comencini(“A casa
nostra”), Paolo Virzì(“Io e Napoleone”), Marco Bellocchio(“Sorelle”),
e cortometraggi d’autore come”Histoire
d’eaux”di Bernardo Bertolucci, o documentari come”Il mondo addosso”di
Costanza Quatriglio.
“La
strada di Levi”di Davide Ferrario, ispirato e dedicato a
Primo Levi, scrittore di”Se questo è un uomo”, ricostruisce il
viaggio e l’avventura di Levi con il fine di mostrare la condizione
dell’Europa moderna, i resti dell’Impero sovietico, Chernobyl, i raduni
neo-nazisti, i villaggi dei migranti, la miseria, la sofferenza. Un road
movie, senza attori, ma nato da
un’esigenza di ricerca e approfondimento. Ferrario oltre ad essere
sceneggiatore, scrittore, documentarista, regista, produttore, saggista, ex
critico cinematografico, cineasta indipendente, è agente italiano di
alcuni filmakers americani indipendenti quali John Sayles e Jim Jarmush.
A
dare inizio e lustro alla prima edizione della Festa internazionale del Cinema
di Roma, è stato l’ex “James
Bond”, ma
soprattutto premio Oscar per il miglior attore non protagonista(1987)ne”Gli
Intoccabili”di Brian De palma(con Kevin Costner e Robert De Niro), sir Sean
Connery. Il red carpet è un
tripudio di folla, l’attore scozzese, in blazer scuro, vistosa camicia a
righe rosse, blu, celesti e che non nasconde la pancia, non si lamenta della
sua calvizie(che lo perseguita fin dai tempi dell’agente 007 più famoso del
grande schermo), né del trascorrere degli anni, anzi ci scherza su:”Forse
la serie di Indiana Jones è stata interrotta perché Harrison è troppo
vecchio per fare mio figlio”, battuta alla quale, con il sorriso sulle
labbra, ma mettendo i puntini sulle i, Harrison Ford, replicherà, nel
penultimo pomeriggio del Festival:”Forse è Sean a essere troppo vecchio per
essere mio padre”, tra il divertimento e l’ilarità di giornalisti e
fotografi accreditati. Standing ovation per Sean Connery, ironico e scherzoso,
come quando smentisce un progetto su Maria
Stuarda regina di Scozia e sorridendo afferma:”Anche se dopo aver
interpretato tanti re, potrebbe essere l’occasione per fare una regina”.
Connery ha fatto incetta di premi, aveva ricevuto la sera precedente
all’inaugurazione del Festival, l’”Actor’s Award”,al teatro
dell’Opera, nel contesto di una serata di gala introdotta dal concerto del
Maestro Riccardo Muti. Poi aveva presentato il suo
primo e unico lavoro di regia”The bowler and the bunnet”,
documentario del 1967, sulla crisi dei cantieri navali di Clyde, in Scozia,
crisi ben gestita e superata poi per mezzo di una sperimentale”cogestione”
tra padroni e operai(“bowler”è la bombetta dei ricchi e dei padroni, “bunnet”,
il cappellino dei proletari inglesi, simile a quello di Andy Capp, mitico
personaggio dell’omonimo fumetto, scansafatiche, ammogliato, con una
paziente ma spesso querula consorte, pantofolaio e annoiato, che passa
i suoi giorni al bar). E ancora gli altri riconoscimenti:importanti il
premio”Marc’Aurelio”d’oro(firmato Bulgari)e il “Premio Città di
Roma” conferitogli in Campidoglio dal sindaco Veltroni. Tanti premi gli
saranno di conforto, ausilio, e sprone quando si rimetterà al lavoro stavolta
nelle vesti di scrittore, sì, perché per il prossimo anno, in occasione del
300esimo anniversario della stipula del Trattato di Unione tra Scozia e
Inghilterra(1707)dovrebbe uscire il libro che Connery sta scrivendo, una sorta
di autobiografia, sulla sua carriera, la sua vita, con molte note di storia,
geopolitica, e tanto amore, per la sua amata Scozia, lui che è da sempre
militante, attivista per l’indipendenza della sua terra natale. Ciliegina
sulla torta, la rassegna cinematografica a lui dedicata, da, e in seno, al
Festival del Cinema di Roma, dalle avventure di James Bond, a “The
Untouchables”, da”Robin and
Marian” a”Marnie”del geniale Alfred Hitchcock, solo per citarne alcuni.
Grande
accoglienza riservata anche a Martin Scorsese, e ottimo successo di critica e
di pubblico per il suo”The
departed”(in Italia è già record d’incassi), con attori del calibro di
Jack Nicholson(pur essendo amici da trenta anni,
è
la prima volta che Scorsese e Nicholson lavorano insieme)nei panni del
diabolico e cattivissimo boss Frank
Costello, e Leonardo Di Caprio(acclamato
a gran voce dalle ragazzine che
strillavano e lanciavano gridolini,
urla da concerto rock, osannandolo, chiamandolo a squarciagola quando lui
faceva la passerella)nel ruolo di un agente della polizia
infiltrato
nel cartello mafioso. I critici USA hanno definito il film del regista
italo-americano un capolavoro e sentono profumo di Oscar(mai ricevuto). Di
Caprio, dopo Robert De Niro, è il suo nuovo attore”feticcio”, il
suo”pupillo”,
Scorsese
lo ha scelto ancora una volta, dopo”Gangs of New York”e”The
aviator”:”Io e Leo abbiamo iniziato un percorso professionale che per ora
ha dato origine a tre film. Il nostro è un rapporto di immensa stima, affinità
intellettuale ed emotiva”. Sul “mefistofelico”e crudele, nella trama,
Nicholson, dice:”Avevo deciso di puntare sul connubio sesso e violenza,
renderlo a tinte forti, e Jack ha
reso benissimo questo lavoro. Però poi ho tagliato alcune scene, a volte è
meglio intuire che mostrare in maniera troppo esplicita e dura. Jack è un
attore dotato di magnetismo e grande esperienza, ha costruito e interpretato
il suo personaggio nel migliore dei modi”. Eccezionale il cast d’attori:
oltre
a Nicholson e Di Caprio, figurano anche Matt Damon, Martin Sheen, Alec Baldwin
affascinante più che mai sebbene anche lui sia più che maturo,
anagraficamente parlando.
E
che dire di Richard Gere?Cercherò di essere il più obiettiva possibile…
Il
press meeting di Gere ha preceduto l’incontro con Scorsese. Brillante,
disponibile, Gere, ha parlato quasi esclusivamente del suo recente
personaggio, in”The Hoax”(“L’imbroglio”)di Lasse Hallstrom(regista
anche de”Le regole della casa del sidro” e dell’intenso”Chocolat”con
l’affascinante Juliette Binoche e Johnny Depp), e del personaggio
ispiratore del film, ossia dell’eccentrico e”schizoide”miliardario
Howard Hughes, e del tema dell’inganno. Il film, che
negli USA dovrebbe uscire nelle sale addirittura ad aprile 2007, giacché
Gere era impegnato nelle riprese in ben due set cinematografici, racconta di
un personaggio, Hughes, che piace molto agli autori cinematografici e suscita
interesse e curiosità. La riprova:sono tanti i libri, le biografie, scritti
su Hughes, e c’è il film di Scorsese, ”The aviator”. “E’ un
creatura mitica, Howard Hughes, forse anche perché non si faceva mai vedere né
sentire, è una personalità ammantata di mistero”ha detto Richard Gere, sul
conto dello stravagante miliardario. Invece quando si espresso sul tema delle
menzogne e dell’inganno, fil rouge e leitmotiv
del film, non ha potuto fare a meno di far emergere la sua natura
spiritualista e buddista:”Prego ogni giorno affinché io riesca a vedere
liberamente e obiettivamente, con serenità, dentro di me, ma non è facile,
noi esseri umani siamo talmente complessi e imperscrutabili, è dura fare
introspezione, autoanalisi, autocritica, e a volte non è bello ciò che
scopriamo, abbiamo tanta robaccia dentro di noi e disfarsene non è
semplice”. Richard Gere è da
sempre sensibile alle tematiche che riguardano i diritti umani e la dignità,
la libertà degli esseri viventi, a parte “The Hoax”infatti l’altro film
che ha girato di recente è una storia sui crimini di guerra in Bosnia, è un
ritratto spietato e realistico degli assassini che nell’ex Jugoslavia
sono rimasti impuniti, a tale riguardo Gere si esprime con toni aspri e
addolorati:”Mladic è colpevole del massacro di Srebrenica e dei
bombardamenti di Sarajevo, ma nessuno lo arresta. Karadzic compone versi, fa
il poeta, numerose sono le sue apparizioni pubbliche, si vocifera che sia al
sicuro, in un monastero in Montenegro sotto la protezione di preti serbi”.
“Il
suo guru è sua santità il Dalai Lama, a suo avviso la persona più
genuinamente priva di ego che esista. Richen Darlo sostiene che Richard Gere
è un grande studioso buddista. Ma come si riesce a perdonare, a praticare il
Dharma, a pregare con assiduità, a compiere azioni virtuose, come sollecita
un precetto buddista, e come si fa a essere buddista,
compassionevole e senziente, nella nostra società occidentale?”,
alla nostra domanda, sorride e risponde:”Non lo so. Anzi lo so, ma è
complicato, articolato e lungo, più che da spiegare da attuare.
L’importante però e provarci, con sincerità, onestà, impegno, come in
tutte le altre cose della vita, conta applicarsi, occorre molta buona volontà
e tenere a bada il proprio trabordante ego, però donarsi agli altri e non
essere egoisti ed egocentrici è una delle cose più difficili da fare e una
delle virtù più rare”. E’ sereno, solare, spirituale, il sorriso di
Rihard Gere, e lui è apparso così semplice, disponibile, con tutti anche con
i numerosi fans. Durante il red carpet per esempio, più di una volta si è
fermato a firmare autografi, a farsi scattare fotografie, a parlare con i suoi
ammiratori. Più di una volta ha stretto in un abbraccio chi cercava anche
solo per un istante di avere un contatto con lui. E, quando finalmente, dopo
ore di attesa, ha fatto il suo ingresso nell’androne dell’Auditorium, per
la Premiere di”The Hoax”nella Sala S.
Cecilia(la più bella dell’Auditorium), ha stretto numerose mani dei suoi
ammiratori, a dire il vero più fanciulle, tra cui la sottoscritta, che
maschietti, e alcune ragazze e signore lo aspettavano nei pressi della sala
fin dal primo pomeriggio(la sottoscritta è stata, in piedi, all’ingresso
della sala, dalle h. 21.00 alle 23.30). Un Gere sempre sorridente e
disponibile, mai supponente o “star hollywoodiana”, vicino, anche
fisicamente, ai suoi aficionados. Ad un certo punto per esempio,
io
gli ero così vicina che non solo ho notato le”fossette”quando
sorrideva(il suo modo di sorridere è uno dei suoi caratteri distintivi, come
il taglio degli occhi “orientale”e la loro espressività)oltre che il suo
modo garbato e gentile di porsi nei
riguardi di tutti, ma perfino la ricrescita della barba, ormai, bianca(son pur
sempre 57 primavere anche se resta uno dei sex symbol per antonomasia), lui
era così, semplice, barba leggermente incolta, occhiali da vista, insomma se
avesse potuto scegliere è probabile che avrebbe, informale e casual,
indossato un cappellino da baseball e la tuta, come fa spesso quando gira per
New York, insomma da antidivo e persona semplicissima.
Uno
dei giorni più ricchi e appaganti del Festival, per la sottoscritta e per il
pubblico a dir poco entusiasta, è stato quello
della proiezione del film”La sconosciuta”di Giuseppe Tornatore e, a
seguire, nel tardo pomeriggio, l’incontro con tre storiche icone dell’Actors
Studio:Martin Landeau, Lee Grant, Ellen Burstyn, a questo incontro,
seguitissimo dal pubblico che affollava la sala del teatro Studio, avrebbe
dovuto partecipare anche Eli Wallach, incisivo
attore ne”Gli spostati”di John Huston(con Marilyn Monroe, Montgomery Clift,
Thelma Ritter), “Il buono, il brutto e il cattivo”del suddetto Sergio
Leone, “Pazza”di Martin Ritt(con una toccante Barbra Streisand e Richard
Dreyfuss). Peccato che Wallach fosse indisposto, per
seri motivi di salute ha dovuto dare forfait.
Bellissimo,
struggente, realistico, icastico(come certi capolavori di Almodòvar),
“noir”psicologico, il film”La sconosciuta”di Giuseppe Tornatore(certe
scene erano un vero e proprio pugno alo stomaco, specialmente alle nove di
mattina e stomaco vuoto…). Gli attori impareggiabili, dotati di qualità
artistiche non comuni:
Ksenia
Rappoport(Irena), Michele Placido(Muffa), Claudia Gerini(Valeria, consorte di
Donato Adacher), Piera Degli Esposti(Gina), Alessandro Haber(il portiere),
Pierfrancesco Favino(Donato
Adacher), con la partecipazione di Margherita Buy(l’avvocato di Irena) e di
Angela Molina(Lucrezia), e, per la prima volta sullo schermo Clara Dossena(la
stupenda bimba, la piccola Tea). Magnifiche,
intense, le musiche, composte, orchestrate, dirette, da Ennio Morricone. Vi
regalo un sunto della sinossi, perché ne vale la pena, per farvi partecipi
ancor di più, e perché la storia, e le dichiarazioni post proiezione, vi
coinvolgeranno maggiormente.

LA
TRAMA
Trieste,
mai algida e accennata con perizia e sobrietà, ai giorni nostri.
La”sconosciuta”,
dal nome Irena, è giunta anni prima dall’Ucraina e vive nella città, tra i
fantasmi del suo passato e la ricerca del presente:su due piani temporali che
si intrecciano e si sovrappongono componendo un puzzle intrigante e pieno di
costanti tensioni narrative. Si dipana la matassa gradualmente, Irena è una
delle moltissime ragazze dei Paesi dell’Est venute in Italia con la speranza
di una vita migliore e tanti sogni nell’anima, è invece ben presto preda di
uomini senza scrupoli, tra violenze psicologiche, sessuali, fisiche, morali,
ed umiliazioni di ogni tipo, che la memoria o l’inconscio spesso le
riportano a galla. Il suo carnefice, il suo persecutore, violento, senza
scrupoli e senza cuore, è Muffa interpretato da un eccellente Placido,
fisicamente quasi irriconoscibile, calvo, completamente glabro, pingue,
nauseabondo, insomma molto sgradevole(fisicamente e soprattutto
caratterialmente), il suo”padrone”, il suo negriere, il suo pappone
sfruttatore. L’unico, straziante ma confortante ricordo, per Irena, è
quello del suo primo e unico amore, barbaramente ucciso(gettato in una
discarica e sepolto sotto rifiuti di ogni genere)proprio da Muffa. Misteriosa,
affascinante, incomprensibile talvolta, Irena ha conservato la sua dignità,
la sua voglia di affrancarsi e di ribellione, nonostante la parvenza domata e
dimessa e i comportamenti passivi da debole. Non batte più i marciapiedi
Irena adesso, ma lustra le scale di un palazzo signorile e da qui
inizia tutta la storia, a partire dalla scena cruenta in cui
Irena per prendere il posto di Gina(Piera Degli Esposti), la domestica
dei coniugi Adacher, la fa ruzzolare dalle scale. Gina si rivedrà solo
successivamente, nelle scene seguenti, quando si capirà che non è deceduta,
poiché risvegliatasi dal coma, è
ricoverata presso una casa di cura(la cui retta la paga la stessa Irena che
spesso si reca da Gina a farle visita, a ripeterle scusa e perdono,
e a confessarle i suoi segreti)in condizioni
di disabilità come se fosse piombata in uno stato vegetativo. Lo scopo
di Irena era quello di prendere il posto di Gina, diventare la nuova
collaboratrice domestica dei coniugi Adacher, una famiglia di orafi, composta
da Valeria e Donato che hanno adottato Tea, una bimba che Irena crede sia sua
figlia. Ma il piano di Irena fallisce inesorabilmente quando si riaffacciano
nel quotidiano il suo passato di violenze e il suo aguzzino Muffa. Alla
fine, in seguito all’assassinio di Valeria fatto eseguire da Muffa che ne è
il mandante, e dopo l’omicidio”liberatorio”di Muffa da parte di una
Irena stanca di subire e non reagire mai, si scopriranno tutte le tragiche
verità. Irena non solo veniva indotta a prostituirsi, a far sesso con clienti
pervertiti, deviati e violenti, ma veniva pure costretta, come altre sue
sfortunate connazionali, a farsi mettere incinta, portare avanti le
gravidanze. Alla fine della gestazione, dopo il parto(in condizioni igieniche
inimmaginabili…), la”sua ostetrica”, al servizio di Muffa, la cinica e
crudele Lucrezia, affidava il neonato a Muffa che strappandolo dalle braccia
della madre, Irena, provvedeva a venderlo a coppie sterili o
impossibilitate ad aver figli, come i coniugi Adacher.
Tea
non è purtroppo figlia di Irena, Muffa le aveva fatto credere ciò per farla
intrufolare in casa Adacher e per una squallida storia di documenti e soldi su
cui voleva mettere le mani usando strumenti
psicologici e modalità
ricattatorie e a scopo di estorsione. Irena ha amato Tea come se fosse sua
figlia, una dei suoi tanti figli partoriti e mai più visti, creature
sottrattole da Muffa appena nate, e Tea non ha dimenticato né l’amore né
gli insegnamenti di Irena, in primis:nella vita con le persone cattive e che
vogliono sottomettere, far del male, annientare, bisogna farsi valere e
occorre sapersi difendere, dire no, dire basta, reagire, non subire, farsi
rispettare, non farsi mai calpestare, umiliare, insultare,
né picchiare, né violentare a livello psicologico, verbale, fisico,
sessuale, morale(tutte le forme della violenza). E Tea la lezione l’ha
imparata bene…Se ne ha la conferma nella commovente scena finale del film,
quando Tea va a trovare Irena che è uscita dopo tanti anni, dal carcere, le
due donne si cercano con lo
sguardo. Irena comprende subito che la ragazza al suo cospetto e che le
sorride è l’ex bambina indifesa e insicura Tea. Con l’orgoglio e la
fierezza di una madre, di una persona che ama, con lo sguardo Irene parla a
Tea, e pare dirle:”Complimenti per ciò che sei diventata, “figlia mia”,
sono fiera di te”. Naturale, spontanea, forte, emozionante e quindi
magistrale, l’interpretazione della protagonista(Irena)da parte di Ksenia
Rappoport. Sarà una coincidenza che tutti gli attori del film, validissimi
e virtuosi, provengono dal teatro?Anche
Ksenia Rappoport ha un
curriculum di tutto rispetto e una lunga gavetta, ha recitato in opere
teatrali e classici come:”Edipo Re”, “Antigone”, “Zio Vanja”,
“Madame Bovary”.
Attore
di razza e d’esperienza è Michele Placido, il quale ha lavorato, in teatro
con Patroni Griffi, Giorgio Strehler, Marco Belloccio, e ha curato la regia
per lo spettacolo”Il caffè nella stazione”, è direttore del Teatro Tor
Bella Monaca che per il RomeFilmFest, come ricordato in precedenza, ha
ospitato Leonardo Di Caprio. Per
la televisione poi Placido ha girato la serie della”Piovra”, “Padre
Pio”, “Il grande Torino”, “Karol 2”. L’elenco dei film girati
sarebbe troppo lungo, ne citiamo soltanto alcuni:”Romanzo popolare”(di
Mario Monicelli), “L’Agnese va a morire”(di Giuliano Montaldo), “Fontamara”(di
Carlo Lizzani), “Pizza connection”(di Damiano Damiani), “Mery per
sempre”(di Marco Risi), “Giovanni falcone”(di Giuseppe Ferrara), “Lamerica”(di
Gianni Amelio), “Arrivederci amore ciao”(di Michele Soavi), “Il
caimano”(di Nanni Moretti). Il suo”Muffa”è cattivo, disgustoso, si fa
detestare e disprezzare, un’ottima prova di attore, anche perché si sa è
più impegnativo far ridere che far piangere, fare il cattivo che il buono,
suscitare emozioni e coinvolgere, toccare le corde giuste che far finta
poesia e scivolare nel retorico e demagogico. Clauda Gerini è notevolmente
cresciuta professionalmente, ne è passata di acqua sotto i ponti da quando
era la stellina di Gianni
Boncompagni,
il suo pigmaglione, adesso la Gerini cammina con le sue gambe, non è più
la”Lolita”televisiva, o ”la spalla”talvolta seduttiva talvolta
marcatamente”coatta e borgatara”di Carlo verdone. Un buon successo
teatrale l’ha ottenuto con”Monologhi della vagina”. Dopo varie commedie
è passata al cinema impegnato e d’autore. Mel Gibson l’ha voluta in”The
Passion”. Sergio Castellitto le ha affidato un bel ruolo nello
splendido”Non ti muovere”. Gli ultimi due anni sono stati davvero
fruttuosi e positivi per lei, con”La Terra”di Sergio Rubini(2005), e, nel
2006 :“Viaggio segreto”di Roberto Andò e, per l’appunto, “La
sconosciuta”di Giuseppe Tornatore. Valeria è una donna sola, diffidente,
ostile, che difende con le unghie e con i denti ciò che ha conquistato:la
famiglia, la figlia adottiva Tea, la sua professione, la posizione sociale, il
benessere economico, dapprima”studia”Irena, poi la guarda con ostilità,
è algida e dura con lei, a volte invece pare che vorrebbe lasciarsi andare,
instaurare un rapporto di amicizia, confidenza, intimità, solidarietà, mutuo
sostegno, con Irena, ma poi l’allontana da sé, la ripudia, la vede come una
minaccia, come un pericolo per se stessa e per la sua famiglia, un personaggio
controverso, difficile, composto da mille sfaccettature, ben interpretato. Ben
delineati, interessanti, il rapporto tra le due donne e le loro dinamiche
psicologiche e comportamentali. E che dire di Piera Degli Esposti?Un’attrice
che riesce a recitare soltanto con lo sguardo è una vera attrice. Ma
d’altra parte, un’artista che ha una fulgida carriera, una lunghissima
attività teatrale, che ha lavorato nel
cinema con Luigi Zampa, con i fratelli Taviani,
con Lina Wertmuller, con Marco Bellocchio, e che ha scritto con Dacia
Maraini, “Storia di Piera”(da cui il film omonimo di Marco Ferreri)e”Piera
e gli assassini”, non può che dar tanto al cinema. Per quasi tutto il film
non proferisce verbo, è paralizzata, non può muoversi né parlare, vive da
paraplegica, ma i suoi occhi sono
eloquenti,
comunica con il solo sguardo, davvero straordinaria ed emozionante. Valenti
anche Margherita Buy nella sua fugace apparizione, e Alessandro Haber(nei
panni di un portiere”faccendiere, traffichino”, utilitarista, ambiguo,
materialista)e Pierfrancesco Favino(nel ruolo di Donato Adacher, marito di
Valeria)sempre più conosciuto e apprezzato dalla critica e dal pubblico dopo
“Le chiavi di casa”di Gianni Amelio e soprattutto dopo la fiction
televisiva”Gino Bartali-L’intramontabile”di Negrin. Il film di Tornatore
è di forte impatto, talvolta crea malessere, disagio, suscita rabbia,
soprattutto nelle scene di violenza su Irena, sulle donne. Ci si indigna, si
stringono i pugni, non si trattengono le lacrime, non è un film denuncia
sulle nuove schiave, sulla tratta delle donne-oggetto, non è un reportage
sulla prostituzione, ma fotografa in maniera lucida, dura, realistica, la
quotidianità, e se già ci addolorava e ci faceva arrabbiare, indignare,
prima, il vedere tante povere ragazze, battere i marciapiedi di Roma(ricordate
le scene descritte sulla Salaria?), ancor più dopo la visione del film…tali
sentimenti si sono amplificati. Non sono personalmente per
il ripristino e la riapertura delle”case chiuse”, né per i
quartieri ghetto a luci rosse come ad Amsterdam, per i “peep show”, per le
case del sesso, e sul banco degli imputati non metterei le prostitute ma,
piuttosto, i “ protettori”, gli sfruttatori, e i clienti(“c’è tanta
offerta perché c’è tanta domanda”)!Una soluzione va trovata, e non ci si
può esclusivamente affidare a”Pangea”, “Aidos”, “Telefono rosa”,
associazioni di volontariato, a rari preti
umani e in prima linea, impegnati nel sociale come tutti coloro che
hanno cercato di sottrarre le donne alla violenza dei loro carnefici, alla
prostituzione, al traffico delle schiave del Terzo Millennio. Il problema va
affrontato alla base, deve cambiare la cultura maschile,
va
insegnato che la donna non è un oggetto di piacere, un arnese”usa e
getta”, né una bella bambolina da guardare sui calendari, in televisione,
ma una persona, con pari diritti e dignità, e dovrebbe avere pari opportunità!Ma
in un mondo violento, materialista, maschilista e gerontocratico come questo,
dove gli uomini hanno innalzato a dei, il denaro(e potere) e il sesso, è
difficile un’inversione di tendenza, e la strada da percorrere è ancora
lunga. I soprusi, la sopraffazione, la violenza sulle donne, questo film , li
traccia in maniera spietata e con estrema veridicità.
“Il
Dna della storia è una suggestione ma nasce da una storia vera, un fatto di
cronaca a cui mi sono ispirato. Non è un film di denuncia, tale genere non ha
senso, né motivo di esistere, a tale scopo esistono i mass media, i
giornalisti, non i registi”, ha sottolineato Giuseppe Tornatore. E
ancora:”La storia è dura, forte, bella ma terribile e non semplice da
raccontare, avevo paura di deludere. Dopo”Il camorrista”non mi ero più
occupato di”violenza” e temi a tinte forti.
Inoltre
mi tremavano i polsi quando ero alle prese con la bambina, con Clara. Sono
stato fortunato perché i genitori della bambina sono stati molto
intelligenti, collaborativi e di notevole supporto per me. Devo ringraziare
anche gli attori che si sono prestati a interpretare personaggi
spesso”scomodi”, è stata un’esperienza molto costruttiva”.
A
proposito di ruoli difficili,
Piera Degli Esposti ha”rincarato la dose”:”Le attrici devono fare prove
di talento. Invece tutte ricorrono alla chirurgia estetica per diventare belle
o per fermare il tempo, eliminare le rughe, hanno paura di confrontarsi con la
bruttezza, con il dolore, con la tragedia. Anna Magnani era tutt’altro che
bella, per molti perfino brutta, ma era la numero uno, e non aveva paura delle
sue occhiaie, delle borse, dei chili in più, dei capelli scompigliati. Le
attrici dovrebbero sul set imbruttirsi per confrontarsi con i ruoli più
impegnativi e meno glamour, oppure come nel mio caso con la malattia,
l’handicap. Ad un certo punto nel film, io smetto di parlare, mi ritrovo su
una sedia a rotelle e posso, devo, esprimermi soltanto con gli occhi, con lo
sguardo, neppure con la mimica facciale ma solo con gli occhi, difficile ma
stimolante per me”.
I
ruoli più complessi sono senza dubbio quelli di Ksenia Rappoport e di Michele
Placido. Ksenia afferma “Questa è una storia dura, terribile. Molte delle
comparse erano ucraine e io ho sentito storie non dissimili da quella portata
sul grande schermo da me, questo è ciò che più mi ha colpito, vedere con i
loro occhi una realtà drammatica. La mia paura più grande invece era quella
di deludere Giuseppe, di deludere le sue aspettative”.
Michele
Placido, scherza dapprima e dice:”Il film ha rinverdito e rinsaldato il
rapporto con mia moglie, giacché quando lei mi hai visto, imbruttito, pelato,
tutto depilato, mi ha detto che ero orrendo , e che quindi ero migliore nella
vita reale e mi apprezza per quello che sono”, poi confessa:”Muffa è un
concentrato di crudeltà, è un esempio di bestialità nell’uomo, il
personaggio che ho interpretato è sadico, disumano, perfido, crudele,
violento, se la prende con le donne esercitando la violenza, verbale,
psicologica, fisica, anche quella sessuale come mezzo per trarre profitto,
Muffa tocca il fondo dell’aberrazione, anzi lo travalica, è un essere
abietto, crudele, un personaggio”brutto”ma coinvolgente al tempo stesso,
una sfida per me che spero umilmente di aver vinto”.
Da
grandi interpreti a figure di spicco del mitico”Actors Studio”, a
cominciare dalla Presidente Ellen
Burstyn
che ha in poche , precise, parole, delineato il profilo e le
caratteristiche della scuola:”Non
è un club
elitario. Non si pagano tasse, è un’organizzazione autosufficiente
dal punto di vista economico, con strutture messe a disposizione degli artisti
per consentire loro di sviluppare le capacità personali, il loro talento. Ci
si incontra periodicamente, il martedì e il venerdì, dalle h. 11.00 alle ore
13.00, due scene come prova recitativa, un moderatore, e poi i commenti finali
dei presenti e del moderatore ed eventuali consigli. Una bella iniziativa è
stato il master, il corso universitario per coinvolgere gli studenti, a New
York. Poi abbiamo trasmesso le lezioni in televisione e questo documentario
ora fa il giro del mondo”.
Vedere
e ascoltare Martin Landeau è stato come fare un viaggio a ritroso nel tempo,
un tuffo nell’infanzia, quando il passato era già, televisivamente, futuro..e
si chiamava”Spazio 1999”, Landeau interpretava John Koenig,
il comandante della navicella spaziale di quella affascinante serie tv
di successo. E i suoi esordi non sono stati da meno:”Intrigo
internazionale”di Alfred Hitchcock ha segnato il suo vero e proprio debutto
cinematografico, ma è stato anche protagonista di”Crimini e misfatti”di
Woody Allen, e ha impersonato sullo schermo Bela Lugosi (l’attore ungherese
noto
per aver interpretato il più famoso Dracula della storia del cinema), nel
film”Ed Wood”di Tim Burton. Docente all’Actors studio ha avuto tra i
suoi allievi Jack Nicholson che ha studiato con lui per tre anni,
Warren Oates, perfino il regista Oliver Stone, Angelica Houston. Chi
meglio di lui poteva dire qualcosa sulla celeberrima e agognata scuola di
recitazione americana?
“E’
preponderante e fondamentale il vissuto interiore. Solo gli attori mediocri si
sforzano di piangere, quelli bravi cercano di trattenere le lacrime. Solo gli
attori mediocri si sforzano di ridere, quelli bravi cercano di trattenere le
lacrime dal ridere. La gente cerca di nascondere i propri sentimenti, gli
attori bravi li esternano e senza alcuna difficoltà. Normalmente io lavoro
con una notevole libertà,
e cerco di istillare questo anche negli attori e di far capire loro
quali sono le pulsioni, i desideri, le sofferenze, i bisogni, i sentimenti,
del loro personaggio e quindi di far poi fluire all’esterno tutto ciò. Se
c’è qualcosa da cambiare e si deve intervenire allora lo si fa, ma
generalmente ciò non accade. Prendiamo per esempio il caso del regista Tim
Burton, era evidente che non era possibile affrontare la sua pellicola con
un’interpretazione realistica, era necessario, nonostante fosse importante
garantire una certa credibilità nel comportamento, affrontare questo film con
un certo stile elevando la recitazione e io a tale proposito mi ricordo
benissimo che Tim diceva qualcosa del tipo:”Sai cosa intendo?” ed
io:”Certo”e lui di rimando:”Ah, bene, esattamente quello che volevo”,
e la gente intorno si guardava allibita, non capendo assolutamente cosa avesse
significato questo nostro scambio”.
A
Lee Grant, di cui ricordiamo l’eccezionale interpretazione ne”La calda
notte dell’ispettore Tibbs”con il meraviglioso(come attore e come
uomo)Sidney Poitier,
alla domanda”Se il metodo dell’Actors Studio può alla fine
condizionare la vita degli attori ?”ha risposto:”Domanda bella ma
impegnativa questa. E’ indubbio che il metodo possa influenzare la vita che
una persona conduce, perché comporta un lavoro nel profondo di se stessi per
cercare di capire fino in fondo quello che il tuo personaggio significa, cosa
fa, cosa desidera,
e ciò inevitabilmente porta a dei cambiamenti nel proprio modo di
essere, si tratta di un viaggio molto affascinante nel nostro mondo interiore.
Tra l’altro stavo prima guardando alcune scene proiettate sullo schermo,
de”La calda notte dell’ispettore Tibbs”e devo dire che il regista,
Norman Jewison,
ha sempre mostrato di apprezzare davvero e fino in fondo quello che
l’attore può portare al film ed è questo un terreno fertile che permette
agli attori di crescere e di poter dare ciò che si attende da loro,
e
devo dire che quando si lavora con registi di questo valore e calibro,
si vuole continuare questo viaggio, tale esplorazione, per raggiungere dei
livelli di lavoro particolarmente interessanti”.
E,
poco dopo, un bellissimo complimento raccontato e condiviso da Martin Landeau:”Lee
Strasberg aveva un’ottima opinione nei confronti degli attori italiani,
parlava costantemente e con una grande ammirazione e devozione di quella che
secondo lui era la più grande attrice del cinema, la sua preferita, Eleonora
Duse. La comparava a Sarah Bernard e sottolineava la differenza con la Bernard,
la quale secondo lui era molto superficiale, finta, esteriore, nelle sue
interpretazioni, la Duse invece era veramente organica e un po’ come”la
Madre Terra”, vitale. Aggiungo che noi dobbiamo moltissimo ai film italiani
e agli attori, del Dopoguerra, a partire da pellicole come”Ladri di
biciclette”
di
Vittorio De Sica, a bravissime attrici come Anna Magnani. Ci hanno insegnato
cosa significhi essere veri, sensibili, profondi, essere originali, essere se
stessi, la Magnani
è una lezione vivente per tutti noi”.
Ah,
per chi fosse interessato, e volesse partecipare agli esami di ammissione
dell’Actors Studio, sappiate che non si sborsa un dollaro, la scuola è
gratuita, non ci sono limiti di età, basta prendere appuntamento, fissare una
data per l’incontro, preparare una scena in inglese con un partner, “tutto
qui”come ha detto la stessa Burstyn. Quindi:”Suerte! Buona fortuna”.
Accolta invece tra mugugni e critiche, l’ultima opera cinematografica di
Francesca Comencini, “A casa nostra”, con Valeria Golino, Luca Zingaretti,
Giuseppe Battiston, Luca Argentero, Laura Chiatti, regia, soggetto e
sceneggiatura della Comencini, un film sulla Milano dei traffici illeciti, del
dio denaro, del flusso di denaro sporco. Ugo(Luca Zingaretti, noto ai più per
aver interpretato le tante serie tv de “Il commissario Montalbano”creatura
dello scrittore Camilleri)è un banchiere affermato, ricco ma insoddisfatto e
infelice, che non ha l’unica cosa che vorrebbe dalla vita ossia
l’amore, la serenità, e la cui moglie non ha l’unica cosa che la
renderebbe appagata:un figlio.
Luca,
malinconico, “orso”, introverso, cinico, opera in maniera illecita.
Rita(Valeria Golino), capitano della Guardia di Finanza, è una donna ligia al
dovere, “giustiziera” e forse”giustizialista nel profondo”, che indaga
su di lui e non vede l’ora di poterlo incastrare e farlo arrestare. Attorno
a loro, faccendieri, scagnozzi, ragazzi schiavi del denaro facile(Luca
Argentero), modelle cocainomani e anoressiche, amanti sfruttate e usate, e poi
abbandonate a se stesse e lasciate sul lastrico(Laura Chiatti, che nel film
interpreta la giovane amante di Ugo).
“La
storia è circolare, frammentaria. Il tema attorno a cui gira tutto è il
denaro. Il denaro circola, unisce, divide. Il film”Crash”di Paul Haggis mi
piacque molto, l’amai e lo amo tanto, è uscito quando la mia sceneggiatura
era già stata scritta.
Ho scelto Milano per girare questo film perché in Italia questa è la città
in cui si trovano le grandi banche, i
la Borsa, e poi Milano è misteriosa, invisibile, fredda ma affascinante. Mi
piace molto e sono attratta dalle sue atmosfere particolari”, spiega la
Comencini. E aggiunge:”Tutti i personaggi di questo film inseguono qualcosa,
rincorrono
qualcosa, forse nessuno di loro ha la vita che vorrebbe avere. I personaggi
non riescono a riempire la
loro
vita. Hanno fame d’amore ma non riescono né a darlo né a ottenerlo. Quindi
vivono altre vite, non le loro, non quelle che vorrebbero. Alla fine poi sono
tutti contro tutti, anche le donne tra di loro, fanno tutti parti di un
sistema insano. Tutti sono prigionieri del denaro”. In conferenza stampa
invece, amareggiata più che stizzita, la Comencini ha detto:”Mi piacerebbe
che quelli o qualcuno di coloro che hanno fischiato, facesse una domanda ed
esprimesse e motivasse il suo dissenso”. “Invito”presto raccolto e a cui
la regista ha replicato:”Mi sono state mosse tante critiche ora, il film può
piacere o non può piacere, ma non posso fare certo un’autocritica pubblica,
no?E poi noi tutti siamo molto fieri di aver fatto questo film e a noi è
piaciuto. Nel nostro paese tutto gira intorno ai
soldi, ogni giorno c’è uno scandalo, questo film cerca di parlare di
questo e non credo che si possa tacere su questo gravissimo problema”.
Se
il film piacerà il responso lo si saprà presto, ai posteri l’ardua
sentenza, o, per meglio dire, agli spettatori.
Però
su una cosa concordiamo con la regista, il film può piacere o meno, ed è
giusto pure che ci siano legittime critiche e ciascuno democraticamente e
liberamente possa esprimere la sua opinione, non è giusto né civile invece
fischiare, fare versacci, mugugni, ma più che le buone maniere proprio il
rispetto pare essere diventato, come l’intelligenza, un optional, e la
classe non è di tutti…
Divertente,
brillante, l’incontro con il
91enne regista Mario Monicelli, preceduto dalla proiezione di un
gradevole omaggio(un corto)di Giovanni Veronesi, “Muiono soltanto gli
stronzi”(ci dissociamo hehehe… ma riportiamo fedelmente la frase di
Monicelli da cui il titolo del
lavoro di Veronesi):un ritratto cinematografico del regista toscano
di”Totò cerca casa”, “Totò e le donne”, “L’Armata Brancaleone”,
“Amici miei”, “Il marchese del Grillo”, “Parenti serpenti”.
Interessante e mai noioso sia il filmato realizzato da Veronesi, con
sopralluoghi sul set de”Le rose del
deserto”, e con interviste, a Monicelli, che l’incontro ricco di
battute, gags spontanee, atmosfere”goliardiche”, commenti caustici
impregnati della verve e dello spirito da”toscanaccio”(come il grande
Roberto Benigni), vitale e graffiante di Monicelli. Colpiscono la grinta e
l’allegria di Monicelli, lo spirito gaudente:”Io non rimpiango mai nulla.
Io sto benissimo adesso. C’è un piacere, un divertimento, una bellezza, una
soddisfazione, a trent’anni ma anche a ottanta. Ah, mi son tolto gli anni. A
91 anni è bello sentirsi così, magari tra una ventina d’anni rimpiangerò
questo bel pomeriggio, divertente, con tanta gente simpatica, che è venuta
apposta per me, pubblico, giornalisti, amici”. Esilarante il duetto tra
Monicelli e Alessandro Haber, uno degli attori
del cast
de”Le rose del
deserto”il quale ha ammesso che Monicelli “maltratta”gli attori e
lui stesso sovente è stato bistrattato, e Monicelli gli ha risposto:”Haber
spesso si fa rimproverare, poi è molto ansioso, mi fa una testa tanta, parla
parla, straparla, fa proposte che non vanno mai bene però”, risate,
fragorose, generali, e Haber:”Io ti propongo varie soluzioni, poi tu puoi
scegliere, scegli la migliore”e Monicelli:”La soluzione tua, eh?”, altre
risate in sala.
Come
dicono a Roma, “gagliardo”Monicelli, a 91 anni ha dato vita a un film in
costume spettacolare, ambientato in Tunisia, periodo Seconda guerra mondiale,
liberamente tratto
dal romanzo di Mario Tobino, “Il deserto della Libia”.
Interpreti:Alessandro
Haber(il comandante Stefano Strucci che passa il tempo a scrivere a sua
moglie), Giorgio Pasotti(il
medico Marcello Salvi che invece fantastica sul mistero delle donne arabe),
Michele Placido(frà Simone,
un
misterioso e strano frate). La guerra a un certo punto esplode e irrompe in
tutta la sua tragicità, in tutto il suo orrore.
Monicelli
ha dichiarato:”Il registro, il tono, ricorderà quello de”La grande
guerra”:c’è la tragedia ma non mancano ovviamente ironia e sarcasmo”.
Di
classe, affascinante, sexy, già detto, Harrison Ford, con una voce calda,
bellissima(nel doppiaggio ci perde!
la
sua voce è veramente gradevole…). Ford ha parlato a lungo di Patricia
McQueeny e speso splendide parole per lei che
fu la sua agente(lo è stata per 30 anni). Ma ha anche parlato in
generale del ruolo di un agente.
“E’
fondamentale, necessario, un agente, per la carriera di un attore e in genere
nelle relazioni con altre persone” .
Riguardo
invece il potere del cinema, Ford sostiene che:”Emozioni, suggestioni,
linguaggio delle emozioni, sentimenti:il cinema ha un grande potere, regala
emozioni indimenticabili. Il cinema è un linguaggio universale”.
Di
fare il regista non ne vuole proprio sapere, almeno per ora:”Per carità,
no, è troppo duro e faticoso”afferma sorridendo. “Non c’è un
personaggio particolare che vorrei interpretare, quanto piuttosto una storia
coinvolgente, interessante che mi colpisca e mi affascini”. Scherza, quando
viene tirato in ballo il governatore della California,
Arnold
Schwarzenegger, e dice:”Non farò mai politica. E comunque io sono e resterò
per sempre democratico, libero
e democratico a vita”.
L’ultimo
giorno è stato dedicato alle premiazioni e poi, nel pomeriggio è stato il
trionfo di Robert
De Niro.
De
Niro è stato accolto al
Quirinale
dal Presidente della
Repubblica, Napolitano, e ha ricevuto dal sindaco
Veltroni
il passaporto italiano:”Se esistesse, daremmo a De Niro anche il passaporto
romano”. Bob al festival ha presentato in anteprima mondiale, otto minuti
del suo nuovo film da regista-attore, “The Good Shepherd”, e poi ha
ricevuto, in Piazza di Spagna, attorniato dal pubblico in delirio, il
premio”Steps and Stars”in qualità di fondatore del Tribeca Film
Festival(ed è anche artefice della
casa di produzione Tribeca).
Vogliamo
chiudere con un’encomiabile iniziativa e con una nota che non risulterà, a
nostro avviso, pleonastica o tautologica. Cominciamo da quest’ultima:spesso
ho utilizzato il pluralis maiestatis, non perché io sia un personaggio
istituzionale, il presidente della nazione o una personalità autorevole e di
potere, bensì perché faccio ricorso a una delle regole auree e basilari del
buon giornalismo:non si scrive e non ci si esprime in prima persona singolare
se non in casi rari e motivati, o poche volte ma sempre con moderazione e
umiltà , bensì si usa generalmente la prima persona plurale(giacché chi
scrive si esprime implicitamente a nome del giornale, o cita espressamente il
nome della testata, nella fattispecie il nostro magazine di New York, che si
rappresenta), perché è bandito il protagonismo, oltre che
l’individualismo, l’esibizionismo, l’autoincensamento, l’atteggiamento
autoreferenziale, l’egotismo.
La
pregevole iniziativa, infine, è la seguente:ammirevole l’impegno del
regista Gabriele Salvatores(“Marrakech”, “Mediterraneo”premio
Oscar nel 1991 per il miglior film straniero, “Puerto Escondido”,
“Nirvana”, “Denti”).
Dodici
progetti di giovani autori europei alla loro opera prima e dodici progetti
asiatici e africani. Parliamo della sezione”New Cinema Network”, ideata
per mettere in contatto i giovani cineasti con le case di produzione. Fautore
e padrino del progetto è per l’appunto Gabriele Salvatores che ha
incontrato i registi per un interscambio e per mettere a loro disposizione la
sua esperienza e dar loro utilissimi suggerimenti.
“Ho
voglia di fare qualcosa di
fruttuoso. Non ho figli e voglio far crescere e accudire talenti
emergenti, dare una mano ai giovani registi. Fare un film per me è come fare
un figlio, può essere anche facile, ma il difficile viene dopo…Non
costa
tanta fatica concepirlo e farlo nascere quanto semmai crescerlo, stragli
dietro, seguirlo sempre. Crescere un figlio, rendere un figlio forte,
autonomo, farlo sentire amato e mai solo, questo è un compito arduo, spesso
fallimentare. E non è solo questione di fortuna…Metto e metterò tutto il
mio impegno quindi per sostenere e valorizzare i giovani e i registi
sconosciuti ma di talento”.
Il
fine dell’iniziativa è dare un supporto efficace e concreto agli autori di
un’opera prima affinché ne possano realizzare una seconda, se è difficile
fare la prima, la seconda talvolta è impossibile…Gli sponsor assegneranno
premi ed elargiranno finanziamenti mirati, la SIAE
per esempio dovrebbe offrire un contributo ai registi selezionati , di
20mila euro per la realizzazione del secondo film . E, in merito alla Festa
del Cinema di Roma, Salvatores
ha dichiarato:”Probabilmente ci saranno problemi di rodaggio,
difficoltà iniziali, ma ciò che conta è che il Festival ha una grande
anima”. E mai tale parere fu così condivisibile e condiviso e forse basta
questo per dire che problemi a parte…il Festival è piaciuto, ha riscosso un
notevole successo specialmente di pubblico e quindi
la prima edizione della Festa internazionale del Cinema è a buon
diritto”promossa”. Quello tra Roma e la sottoscritta è un amore reciproco
che dura da anni(e milioni di persone la amano, del resto come si fa a non
amare Roma?), ma alla fine ci siamo affezionati anche al suo bel Festival(il
21 ottobre eravamo un po’ tristi per la Festa terminata…)!Speriamo di
tornarci il prossimo anno, nel 2007(la monetina l’abbiamo buttata nella
Fontana, non si sa mai…).
Il
RomeFilmFest è ormai”decollato”e speriamo che svetti sempre più in alto
e, da tutti noi, sinceramente e calorosamente:Ad maiora!
Patrizia
Di Franco
IDEA
DICEMBRE 2006

|