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UNA
STORIA DA NON DIMENTICARE
Sacco
& Vanzetti
di
Tiziano
T. Dossena

Nella
primavera del 1920, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, due emigrati
italiani, furono arrestati perchè, dopo una perquisizione, su di loro
furono trovati volantini anarchici e alcune armi.
Dopo tre giorni furono accusati di una rapina, avvenuta il 15
aprile nella cittadina di South Braintree, nello stato del Massachusetts,
e dell’assassinio di due uomini, una guardia giurata ed il
vicepresidente di un calzaturificio.
Ciò
che seguì lasciò un segno profondo nella storia della società
americana, mostrando al mondo intero che anche la terra della “libertà
e giustizia per tutti” poteva essere spietatamente ingiusta e crudele.
Il processo fu una farsa, durante la quale i testimoni a favore furono
scartati e quelli contro furono accettati anche se insicuri o
inattendibili, le prove che in realtà erano inesistenti furono avvalorate
da esami di balistica, la cui interpretazione fu manipolata dal
procuratore distrettuale in maniera più che discutibile. I due anarchici
“dovevano” essere condannati e così fu, a discapito del diritto e
della ragione.
Ricercando
le motivazioni, i fondamenti sociali e politici che spinsero gli eventi in
tale sciagurata direzione, si scopre che la comunità italiana in America
non aveva sempre goduto dei privilegi sociali ed economici che la
caratterizzano prevalentemente al giorno d’oggi, anzi. Circa quattro
milioni di italiani emigrarono negli USA tra il 1880 ed il 1920. Questo
possente flusso migratorio portò ad una reazione negativa da parte della
società benestante americana di maggioranza anglosassone, che vedeva
nell’italiano, molto spesso di pelle olivastra, un essere di razza
inferiore, quasi a parità dei suoi ex-schiavi. Gli italiani che
arrivarono in quel periodo, quindi, dovettero affrontare una
discriminazione ed un’ostilità d’alto livello, adattarsi a lavori
umili ed abitare in condizioni sub-umane. Nel sito della Biblioteca del
Congresso (Library of Congress), si può leggere che “All’inizio del
ventesimo secolo gli emigranti originari del sud dell’Italia erano tra i
lavoratori meno pagati negli Stati Uniti. Lo sfruttamento dei bambini a
scopo lavorativo era comune, ed anche i bambini in tenera età lavoravano
nelle fabbriche, miniere, fattorie oppure vendevano giornali agli angoli
delle strade”.
L’incontro
con questa società americana, che prometteva l’oro per strada e si
presentava invece come un mostruoso meccanismo che inghiottiva e
distruggeva il corpo e la mente anche dei più energici lavoratori, creò
il substrato ideale affinché, come asserisce Michael Yates in un suo
articolo apparso nella rivista Monthly Review, “i più solleciti, compassionevoli, coraggiosi e furenti tra di loro
decisero di agire”, cioè di fare tutto ciò che fosse possibile per
cambiare quella deprecabile società in meglio. “Sacco
e Vanzetti erano due persone di questo tipo. Come molti radicali
provenienti da un ambiente rurale di nazioni capitaliste meno
industrializzate, erano attratti all’anarchismo. Erano militanti della
classe operaia, sostenitori del movimento sindacale, anticlericali e
opposti a qualsiasi forma di repressione dello Stato”.
L’anarchismo era per loro, quindi, non una scelta mirata all’uso della
violenza, come si sarebbe potuto credere, ma una valutazione ideologica ed
idealistica di stampo altruistico che li distingue favorevolmente da molti
loro contemporanei che scelsero di soffrire senza tentare minimamente di
cambiare la società nella quale vivevano. Che loro simpatizzassero per
l’anarchia e promovessero attività antigovernative non è contestabile,
ma la loro colpevolezza nel caso citato non fu mai provata e la loro morte
fu un vero e proprio martirio.
Sacco
e Vanzetti furono condannati per dare “un esempio” ai rivoluzionari
del tempo e la loro morte ebbe proprio quell’effetto, disperdendo tutti
i vari gruppi sovversivi dell’epoca in poco tempo. Gli effetti delle
leggi temporanee, adottate durante la Grande Guerra, si facevano ancora
sentire e le forze governative disponevano della facoltà d’abusare
della loro autorità, usando come giustificazione la difesa della nazione
dagli emissari stranieri. Gli italiani, in particolare, risentirono di
questi eccessi di potere.
Le
forze reazionarie del tempo riuscirono ad annientare il volere del popolo,
portando alla sedia elettrica i due “bastardi anarchici”, come li
definì in una conversazione privata il giudice Thayer che li sentenziò.
Tutto questo fu possibile nonostante milioni di persone, tra le quali noti
giuristi, scrittori, artisti e politici di tutto il mondo, fossero risorte
a dimostrazioni, proteste e petizioni affinché la loro vita fosse
risparmiata. Il bigottismo e la disonestà del giudice furono dimostrati
dalla sua sfacciata ammissione di prove adulterate, quali il fantomatico
quarto proiettile che sarebbe dovuto provenire dal cadavere di uno dei due
assassinati. Onestamente questo proiettile fu collegato alla pistola di
Nicola Sacco, ma nel reperto originale del magistrato inquirente si faceva
riferimento a quattro proiettili provenienti dalla stessa pistola, fatto
corroborato da ben quattro testimoni, che convenientemente non furono più
chiamati a testimoniare. Questo quarto proiettile fu probabilmente
sostituito all’originale dopo la prima fase del processo affinché
esistessero delle prove della colpevolezza di Sacco. Altro fatto degno
d’attenzione fu l’ammissione come prova di bossoli che la polizia
avrebbe trovato nelle tasche di Sacco al momento dell’arresto. Questo
dopo alcuni giorni dalla rapina!

Riepiloghiamo
per i nostri lettori i fatti relativi alla pistola e l’alibi di Sacco, e
la ragione per cui le accuse non sono valide:
- L’assassino
sparò quattro colpi, uccidendo a freddo i due poveri malcapitati,
usando una sola pistola, come testimoniato da tutti i presenti alla
tragedia. Tre dei proiettili
presentati come prova, estratti dai cadaveri, non appartenevano alla
pistola di Sacco, quindi non era possibile che quella fosse la pistola
usata per la rapina. Il quarto proiettile fu, effettivamente, sparato
dalla pistola di Sacco e misteriosamente usato come prova in una
seconda fase del processo.
- Uno
di questi testimoni riconobbe Sacco, mentre gli altri esitarono. Quattro
testimoni a favore giurarono che quello stesso testimone, al momento
della rapina era in fabbrica e si era buttato sotto un tavolo dopo
aver sentito il primo sparo. Era quindi impossibile che avesse visto
il rapinatore in volto. Oltre a ciò, questo testimone era stato, in
passato, condannato due volte per falsa testimonianza riguardo a fatti
ai quali non era presente. I testimoni a favore non furono più
richiamati a testimoniare.
- L’assassino
non si fermò a raccogliere i bossoli, tre dei quali furono rinvenuti
dalla polizia sul luogo del delitto. I tre bossoli rinvenuti
combaciavano con i tre proiettili estratti dai corpi dei due
dipendenti assassinati.
Il quarto bossolo fu trovato nella tasca di Sacco. A parte il fatto
che era di un altro tipo di pistola, come ci sarebbe arrivato lì? Per
quale ragione Sacco se lo sarebbe tenuto in tasca e così a lungo?
Sacco
presentò come alibi un funzionario del Consolato Italiano, che si
ricordava di lui perché il suo passaporto aveva molti timbri. La
testimonianza del funzionario, fatta via delega, dato che nel frattempo
questo si era trasferito in Italia, fu accettata, letta una volta e
tranquillamente dimenticata. Al funzionario non fu mai chiesta la presenza
in tribunale.

In
un altro momento o in diversa sede questo processo avrebbe preso ben altro
corso, ma a Boston vigeva ancora la maggioranza anglosassone, che riteneva
spudoratamente d’essere superiore alle minoranze di colore, tra le quali
annoverava gli italiani, ed oltre a ciò i sovversivi ed i sediziosi come
gli anarchici Sacco e Vanzetti erano considerati i peggiori nemici della
patria e dovevano essere distrutti a tutti i costi, anche a costo di
assassinare la Costituzione Americana.
La
parte più interessante fu che non mostrarono mai alcuna prova a carico di
Vanzetti, tranne quella prettamente indiziaria di essere un amico o
conoscente di Sacco, di essere un anarchico e di essere stato trovato
armato di una pistola, che del resto non fu mai usata. Condannato per
associazione, quindi.
La
storia di Sacco e Vanzetti è stata celebrata in un film italiano del
1971, un documentario di Peter Miller del 2007, molte canzoni, dipinti,
libri ed articoli. La legge dello Stato del Massachusetts è stata
cambiata affinché uno distorsione della giustizia non avvenga mai più in
tale arena e nel 1977 il governatore Dukakis lesse un editto pubblico che
chiedeva scusa da parte dello Stato a Sacco e Vanzetti.
Perché,
dunque, noi sentiamo la necessità di parlare un’altra volta di questa
tragedia della storia americana? Perché
ufficialmente i nostri due cari conterranei non sono mai stati
riabilitati. A
prescindere dalla situazione di sopruso dei loro diritti civili e
giudiziari, il caso Sacco e Vanzetti è inoltre estremamente importante
come personificazione dello sforzo dei nostri conterranei di quell’epoca
di cambiare in meglio questa famosa “melting pot” americana , cioè
società che amalgama tutte le etnie, ritenendo intatta la loro italianità,
fatto per cui furono altresì puniti. Oltre a ciò, il razzismo e la
xenofobia sono ancor oggi rampanti e si nascondono, proprio come allora,
dietro al perbenismo ed alla scusa della difesa della patria. Dobbiamo per
questa ragione accertarci che le nuove generazioni conoscano questi due
martiri e la storia che li circonda, affinché certe ingiustizie non si
ripetano indiscriminatamente, a detrimento della nostra fede in questa
grande nazione, gli Stati Uniti d’America.
IDEA
GIUGNO 2008

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