.::MARZO 2004::.

6 Senatori... O no?

di Silvana Mangione

Un pasticciaccio istituzionale? Forse sì. Al giro di boa della verifica di governo – che è sempre il modo elegante di definire un grave conflitto di idee all’interno di qualsiasi coalizione – la Commissione Affari Costituzionali del Senato procede a botte di rapide votazioni interne per definire il testo – da sottoporre all’Aula – di una importantissima parte della riforma costituzionale dello Stato: quella del Parlamento. Vi presento la situazione così com’era il 9 febbraio scorso. Proposte:

·    la Camera passa da 630 a 400 Deputati più i dodici eletti per la circoscrizione estero, quella istituita con la prima riforma degli stessi articoli della Costituzione, completata nel 2000. I deputati saranno eletti a suffragio universale e diretto, purché abbiano compiuto i venticinque anni di età (fin qui niente di nuovo). La ripartizione dei seggi fra le circoscrizioni, fatto salvo il numero dei seggi assegnati alla Circoscrizione estero, si effettua dividendo il numero degli abitanti della Repubblica, quale risulta dall’ultimo censimento generale della popolazione, per quattrocento e distribuendo i seggi in proporzione alla popolazione di ogni circoscrizione sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti. Commento: e ci meravigliamo che ci sia ancora il caos nell’anagrafe degli italiani residenti all’estero? Per alcuni Comuni, in particolare nel Mezzogiorno, il trasferire i nomi di tutti gli emigrati dall’anagrafe cittadina all’AIRE potrebbe significare la perdita di «scranni» intoccabili. A pensare male si fa peccato, diceva qualcuno che queste cose le conosce bene, ma ci si piglia sempre.

·    il Senato passa da 315 a quanti non si sa o forse rimane a 315, non si sa neppure questo. Si sa di certo che si tratterà di un Senato Federale o delle Regioni, per calmare Bossi che minaccia di uscire dalla maggioranza se non si fa la riforma federale in Italia. Quanto alla sua composizione la lotta è aperta. Poco prima di Natale la stessa Commissione Affari Costituzionali aveva cancellato i sei senatori attribuiti agli italiani all’estero perché «incompatibili con la nuova composizione del Senato». O incompatibili con la visione della Lega nei confronti  dell’immigrazione/emigrazione? Contro la cancellazione si sono levate le urla di tutti: dal Ministro per gli Italiani nel Mondo Mirko Tremaglia al Segretario dei Democratici di Sinistra Piero Fassino (che era sottosegretario al Ministero degli Esteri quando partì seriamente la procedura della riforma costituzionale che ci ha dato – per ora sulla carta – la possibilità di eleggere rappresentanti diretti alla Camera e al Senato) al Senatore Franco Danieli della Margherita (che era sottosegretario agli esteri quando si completò quella riforma costituzionale praticamente in concomitanza con la Prima Conferenza degli Italiani nel Mondo). Sono fioccati emendamenti di tutti – tranne la Lega – per ripristinare i sei peones che dovrebbero rappresentare cinque milioni di persone, mentre trecentoquindici o duecento o non si sa quale sarà il numero finale ne rappresentaranno circa sessanta. Chiara la sperequazione? Sì? Non importa. A prescindere dall’età per essere eleggibili, che rimane fissata a quarant’anni, gli altri requisiti per far parte del Senato Federale – che non si applicano agli eventuali sei eletti all’estero, se la loro presenza verrà ripristinata – sembrerebbero essere i seguenti: «elettori che hanno ricoperto o ricoprono cariche pubbliche in enti territoriali locali o regionali, all’interno della Regione, o sono stati eletti Senatori o Deputati nella Regione o risiedono nella Regione alla data di inizio delle elezioni». A questo si aggiungerebbe una proposta della maggioranza di lasciare libero ogni comune o provincia di uscire dalla propria regione e fondarne un’altra. Ve l’immaginate voi la potenziale creazione di ottomila Regioni italiane, una per ogni Comune? E consentire ad ogni Comune di diventare Regione non aprirebbe la porta alla secessione legalizzata della cosiddetta Padania? Qualunque cosa essa sia? Con enorme gioia di Bossi, che con la minaccia della crisi di maggioranza e della caduta del governo si porterebbe a casa quello per cui ha sempre lottato: un Nord separato dal resto d’Italia e controllato dalla sua formazione politica? E non vi pare di leggere nella definizione dell’eleggibilità un percorso che tende alla creazione di una piccola oligarchia? Vale a dire gli eletti in Regione che diventano parte del Senato Federale, che insieme ai deputati elegge il Presidente della Repubblica o forse no, perchè non è ancora chiaro se si stia andando verso una repubblica presidenziale all’americana o alla francese o alla non si sa bene che cosa.

Procedere ad una riforma istituzionale dello Stato è un’impresa profondamente difficile. Lo sappiamo bene. Abbiamo visto altri tentativi fallire in passato, quando si è cercato di raggiungere una sofferta unitarietà fra maggioranza e opposizione, senza riuscirci. Stavolta si sta ponendo un problema aggiuntivo. La maggioranza al governo ha di fronte a sé una scelta: procedere ad approvare il proprio impianto di modifica della Costituzione a «botte di maggioranza» o adoperarsi per raggiungere, appunto, una sofferta unitarietà su una visione dello Stato che non sia rigidamente legata a persone in carica piuttosto che alle vere esigenze di ammodernamento e ristrutturazione della legge fondamentale dello Stato. Il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ha invitato per l’ennesima volta le forze politiche al dialogo, contro la logica dell’odio. Il Senatore a vita Giulio Andreotti, che fu eletto deputato all’Assemblea Costituente nel 1946, ha esortato i colleghi senatori a «fermarsi e riflettere», evitando di proseguire in un clima «di divaricazione» fra maggioranza e opposizione, clima del tutto diverso «dallo spirito unitario» che ci fu nella Costituente. E, aggiungiamo noi, dalla volontà di fare il bene dello Stato e di tutti i cittadini.

 

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