.::DICEMBRE 2006::.

UNA VOCE

RINGRAZIAMENTO SPECIALE AGLI AZZURRI PER UNA PREGHIERA ESAUDITA

di MARIA TERESA RUSSO

 

L’ultima volta che aveva vinto era tre mesi prima che io nacqui, nell’estate del 1982, in Spagna contro la Germania. Ventiquattro anni dopo, e per la prima volta nella mia vita, l’Italia ha vinto la coppa mondiale contro la Francia. Come americana cresciuta a New York, mi rendo conto che il calcio non è mai stato uno sport rilevante nella società americana. Però lo stesso non è vero per gli Italiani e le loro famiglie negli Stati Uniti. La conquista della coppa mondiale è un’esperienza come nessun’altra: si possono vedere le lacrime sulle facce dei tifosi e sentire i loro gridi di gioia. Un milione di persone è arrivato a Roma per stare insieme e tifare per la loro squadra. Qui in America le città come New York, Boston, Chicago e Miami sono state trasformate dalle feste estemporanee e migliaia di persone hanno celebrato per ore nelle strade.

Nel passato avevo avuto l’opportunità d’essere nel Bronx quando gli Yankees hanno vinto il World Series di baseball e avevo visto i New York Rangers guadagnarsi la Stanley Cup, ovverosia il campionato nazionale di hockey, però niente di tutto ciò è paragonabile a questa vittoria del calcio.

Ora sento la necessità di scrivere perché vorrei approfondire ulteriormente la mia comprensione della natura di questa vittoria, cioè i sentimenti dei giocatori e dei tifosi mondiali che aiutano a produrre quest’esperienza bellissima per tutti noi.

Quando cominciai a pensare alla domanda, pensavo allo stato dell’Italia come paese in generale. È evidente che ci sono poche cose che unificano questo nostro amato paese. Per esempio, ognuna delle diverse regioni italiane ha una cultura originale e molto spesso esclusiva. La gente celebra feste diverse, mangia cibi diversi e parla dialetti di frequente incomprensibili uno all’altro. Esiste un completo spettro delle idee politiche e l’economia del paese cambia con la geografia. Poi, pensandoci bene, ho compreso che ci sono due cose che la maggioranza degli italiani ha in comune: la religione ed il calcio. Il novantanove percento della popolazione italiana è cattolica, e a Torino con la Juventus e in Sicilia con il Palermo, la penisola ama le proprie squadre. Allora, potrebbe essere che queste due facce della società italiana siano intrinsecamente collegate?

Non c’è un dubbio che c’era una forza religiosa al lavoro durante questa coppa. Se esaminiamo le circostanze che circondano gli eventi, troviamo che c’era qualcosa di straordinario che sosteneva gli azzurri. Certamente l’abilità dei giocatori è indiscutibile. Con cinque calciatori della Juventus, vincitrice dello scudetto (incluso il mio preferito, Gianluigi Buffon, che sorprendentemente manteneva l’Italia a reti inviolate fino alla finale) era un gruppo fortissimo. È chiaro che la potenziale vittoria esistesse sulla carta, però qualunque tifoso di sport sa che non sono solo le abilità tecniche o agonistiche che producono i campioni. Se riflettiamo sulla controversia che circonda i club di calcio italiano, prima e durante la coppa, è veramente un miracolo che la Nazionale fosse così forte. Con la minaccia d’esser relegati alla Serie B o addirittura, come poi è successo, alla Serie C, per molti di questi giocatori del Milan, Juventus, Fiorentina e Lazio, e con i funzionari che affrontavano delle penalità finanziarie pesanti per il loro ruolo nello      scandalo, è incredibile che il cuore della squadra sia rimasto forte. Inoltre, c’era il tentativo di suicidio di Gianluca Pessotto, un calciatore e amico di molti titolari della squadra. Molti scettici dell’Italia non pensavano che avrebbe sostenuto lo stesso livello di gioco dopo la tragedia, però si sono dovuti ricredere. Poi c’era la controversia sul campo di gioco fra Materazzi e Zidane. Inoltre, non possiamo dimenticare Nesta, fuori dalla finale per una lesione. E il gol rifiutato nella finale, era veramente offside?  Malgrado l’avversità, piccola e grande, con cui gli azzurri avevano affrontato questo campionato mondiale sin dall’inizio, nessuno ha rinunciato ad esprimere non solo le proprie abilità agonistiche, ma altresì, più importante, il proprio cuore.

E poi ci sono i tifosi… Le domeniche in Italia servono non solo come il giorno dedicato alla chiesa, ma anche per il calcio. La passione e l’assiduità con cui i tifosi seguono gli azzurri sono, secondo me, assolutamente religiose. I tifosi del calcio sono singolari. Per esempio, i Giochi Olimpici di Torino, quest’ultimo inverno, servono come paragone pertinente alla coppa mondiale perché offrono ai paesi l’opportunità di giocare per il titolo di campione del mondo.  I Giochi invernali hanno riportato invece il minor numero di spettatori televisivi degli ultimi anni. L’interesse diminuito per le Olimpiadi avrebbe potuto servire ad indicare che forse le cose sarebbero cambiate anche per il calcio, invece un miliardo di persone ha seguito la semifinale con la Germania. Con un numero come questo possiamo apprezzare l’impatto che il calcio ha, non solo in Italia ma in tutte le parti del mondo, sia sulla società in generale sia sul mondo televisivo. 

Lo ho avuto la fortuna di vedere quasi tutte le partite, non solo quelle degli azzurri, dall’inizio della coppa alla sua bellissima conclusione, da quando Trinidad e Tobago, il paese più piccolo nella storia a partecipare alla coppa, si è dimostrata valida contendente contro la Svezia, a quando l’Iran presentava al portiere messicano dei fiori come gesto di comprensione per la perdita del padre, un amico della squadra. Mi ricordo bene del famigerato rigore contro il Ghana che ha cambiato la partita e la coppa per gli Stati Uniti. Come tanti altri ho guardato stupita, quando l’Argentina ha incontrato il Messico sul campo di gioco e Maxi Rodriguez ha avuto l’opportunità della sua vita. Queste sono alcune delle memorie che devono durare per i prossimi quattro anni finché l’Italia (o forse sarà il turno degli Stati Uniti?) porterà la coppa a noi ancora una volta. È un’esperienza che non dimenticherò presto.

Si, potrei attribuire la vincita ad una bella parata di Buffon contro Zidane, o al milione di fantastiche azioni di Toni, Totti e tutti gli altri, ma non mi piace questa conclusione. C’è qualcosa di più nel calcio italiano, ne sono sicura.  Forse è solo la mia natura che mi forza a spiegare tutto con le parole, a ricercare le risposte a tutte le domande spirituali di questa vita, o forse è la mia ingenuità che mi fa provare a spiegare questi sentimenti con parole limitate, ad etichettare tutto, credendo sempre che esistano ragioni concrete per le cose che succedono. In questo caso, però, dopo aver pensato per un po’, ho capito che esiste veramente una forza inesplicabile che tiene insieme gli azzurri, i tifosi e lo spirito nazionale. È qualcosa di mistico, che va ben oltre lo sport e che ci riporta alle ragioni che hanno condotto all’unificazione dell’Italia. È ora, da parte mia, di accettare questo fatto e diventare ancora una volta parte di questa bellissima e meritata celebrazione.

 

IDEA SETTEMBRE 2006

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