.::DICEMBRE 2001::.

EUGENIO MONTALE

Poeta della disperazione

di Pasquale Deserio

A monte, sulle alture che circondano le abitazioni, la cinta di mura seicentesca incornicia l’anfiteatro cittadino sul golfo spaziando sulle coste il cui mare, sempre diverso e ricco di sorprese e novità, è l’elemento predominante di quest’area variegata dove i colori s’intrecciano con la storia, le tradizioni, la fantasia, e inventano le basi per creare poesia. Qui, a Genova, nel 1896 nasce Eugenio Montale, una delle più autorevoli voci del movimento poetico del ventesimo secolo. “Per la sua caratteristica poesia, che con grande sensibilità artistica ha interpretato i valori umani sotto il segno di una visione della vita senza illusioni”, ricevé nel 1975 il Premio Nobel per la Letteratura. Montale trascorse l’infanzia e la giovinezza tra Genova e Monterosso, un paesino incantevole sulla riviera di levante dove il mare si fa così dolce e benigno da raccogliersi come in un lago. Fu principalmente in questo ambiente che Montale diede un orizzonte e una casa alla sua poesia, tra le ombre rosate dei borghi, nel blando movimento delle sue alture, oltre l’azzurro profondissimo del mare. Nel 1915 divenne ragioniere, un titolo che considerò sempre idiotico e inutile per la sua avversione nei confronti dell’ordine accademico. Cominciò, così, a dedicarsi alla musica e al canto con l’intento di diventare baritono. Dopo la prima guerra mondiale cambiò di nuovo direzione mostrando interesse alla poesia, e cominciò a frequentare i circoli culturali liguri e piemontesi suscitando l’attenzione di famosi letterati.

In una delle sue prime poesie, Meriggiare pallido e assorto, affiora già il distacco perentorio tra la vita e qualsiasi altra immagine: il muro coronato da taglienti cocci aguzzi di bottiglia, il sole che acceca, le lontane scaglie del mare e i suoni sordi del pomeriggio raccontano il suo profondo amore per la vita e danno parola alle sue smanie in un triste stupore. La prima raccolta di poesie “Ossi di Seppia” venne pubblicata nel 1925. Il titolo allude ai residui che il mare getta a riva, rifiuti insignificanti che sono testimoni di esistenze fallite e inutili. Il tema predominante di queste poesia è una visione pessimistica e desolata della vita del nostro tempo, perché con il crollo degli ideali romantici e positivistici, la realtà appare senza senso, nebbiosa e incomprensibile. Vivere, per Montale, è peregrinare sotto una meraviglia mesta coperta di cocci taglienti di vetro che impediscono di spaziare oltre: la vita non ha scopo, né significato. Tantomeno è giustificata la fede religiosa o politica che si dice capace di consolare e liberare l’uomo dall’angoscia esistenziale che lo perseguita. Non c’è posto per la speranza nemmeno nella poesia:

  “Non domandarci la formula

che mondi possa aprire”

  “Noi poeti non abbiamo parole magiche e chiarificatrici in grado di fornire certezze, come pensano i poeti laureati.”  La sola certezza è

  “Ciò che non siamo,

ciò che non vogliamo”,

  cioè gli aspetti negativi dell’esistenza umana. L’unico rimedio al

  “Male di vivere”  è

“la divina Indifferenza”,

  il distacco dignitoso dalla realtà nel simbolismo di una statua immobile sotto il sole ardente, o la nuvola che va col vento e non si oppone al suo volere, o il falco alto levato che non muta il suo volo nonostante le atrocità commesse giù sulla terra. Il pessimismo di Montale si dibatte strenuamente tra la constatazione del “male di vivere” e la speranza vana, ma sempre viva, della sconfitta finale del male. Questa aspirazione a trasformare l’elegia in canto è messa in risalto nelle ultime parole di “Riviere” che conclude la raccolta “Ossi di seppia”:

  “Potere

simile a questi rami

ieri scarniti e nudi e oggi pieni

di fremiti e di linfe,

sentire

noi pur domani tra i profumi e i venti

un raffluir di sogni, un urger folle

di voci verso un esito; e nel sole

che vi investe, riviere,

rifiorire!”

E continua a riaffiorare in ogni aspetto, in ogni oggetto, il persistente male di vivere come nei paesaggi selvaggi e aspri della Liguria, nei muri desolati e scalcinati; in un “rivo strozzato che gorgoglia” nel tentativo di ritrovare il suo corso; in una “foglia riarsa che s’accartoccia” nel faticoso esalare dell’ultimo respiro; nel “cavallo stramazzato” incapace di riconquistare la sua libertà. Nel 1939 uscì la seconda raccolta di poesie “Le Occasioni” in cui le liriche continuano nella visione tragica della vita sotto aspetti diversi: gli amori, gli incontri, gli avvenimenti, i paesaggi che tornano a confermare la solitudine e l’angoscia. In “Dora Marcus” una donna è colta nella sua inquietudine e incertezza che cerca di allontanare affidandosi a un amuleto, un topo bianco d’avorio tenuto nella borsetta. Dora appare, poi, nelle sue abitudini casalinghe ignara che su lei, ebrea,

“distilla veleno

una fede feroce”

presentimento delle persecuzioni antisemitiche e dell’imminente guerra.

Nella “Casa dei doganieri” Montale allude alla casa a strapiombo sulla scogliera dove avvenivano incontri segreti con la donna amata. È un ricordo che continua a vivere solo in lui. La donna, distratta da altro, ha dimenticato, e così conferma e drammatizza la solitudine del poeta nelle momentanee apparizioni che illuminano per attimi effimeri la sua torbida oscurità esistenziale. Complessivamente il tono della poesia montaliana è discorsivo e lascia spazio a descrizioni paesaggistiche che ritraggono la terra e il mare della sua Liguria in una armoniosa asprezza e uniscono il canto dell’uomo a quello del suo mare e della sua terra. Chi viaggia con Montale valica i confini di ripide falesie e altissime pinete e si tuffa in un viaggio di stupore e di incredulità, come

“andare nel sole che abbaglia

sentire con triste meraviglia

com’è tutta la vita e il suo travaglio

in questo seguitare una muraglia

che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”

che pongono perentoriamente fine al sogno e chiudono inesorabilmente ogni spiraglio di speranza. Come per miracolo riaffiorano, poi,  ricordi di viaggi e visi reali o immaginati. Si prova a risorgere e si finisce in “occasioni” totalmente incontrollabili, caotiche, impossibili da giustificare e accettare. Tra il 1943 e il 1945 pubblicò un’altra raccolta di poesie, “La bufera ed altro”, che sono tra le più difficili: la distruzione, la morte e l’orrore non riescono più ad incidere su un pessimismo che aveva ormai raggiunto conseguenze irrimediabili nella vita di un uomo schivo, distaccato e disilluso verso se stesso e il proprio vivere. All’inizio del 1948 si trasferì a Milano dove lavorò come giornalista e critico letterario al “Corriere della Sera” e al “Corriere d’Informazione”. Scrisse anche saggi di attualità culturale e politica e resoconti di viaggi in vari paesi del mondo, ed altri racconti. La voce di Montale, vent’anni dopo la sua morte, avvenuta a Milano il 12 settembre 1981, emerge ancor oggi viva da un guscio di pudore, ritrosia, diffidenza e insofferenza. I suoi versi sono colloqui pieni di pause silenziose che colpiscono e feriscono l’anima di chi legge, e in poche parole annientano. La sua fu, tuttavia, una vita vissuta all’insegna di un sorriso dolcissimo, quasi una difesa dal mondo, pronto a riaffermare la dignità della persona umana di fronte alle barbarie dell’ignoranza e dell’intolleranza. Prodotto del mare che gli fu fonte di continua ispirazione e di compagnia fino ad insinuarsi nell’anima e a confondersi con essa. Ennio, Polibio, Virgilio, Strabone, Dante e D’Annunzio hanno decantato il fascino di quell’acqua in modi diversi. Per Montale fu un rifugio e un conforto, un invito a scoprire la spontaneità della natura e luci lontane trasfigurate dal sogno e dalla nostalgia oltre

“...il palpitare

lontano di scaglie di mare.”

 

IDEA DICEMBRE 2001

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