EUGENIO
MONTALE
Poeta della disperazione
di Pasquale Deserio

A
monte, sulle alture che circondano le abitazioni, la cinta di mura
seicentesca incornicia l’anfiteatro cittadino sul golfo spaziando sulle
coste il cui mare, sempre diverso e ricco di sorprese e novità, è
l’elemento predominante di quest’area variegata dove i colori
s’intrecciano con la storia, le tradizioni, la fantasia, e inventano le
basi per creare poesia.
Qui,
a Genova, nel 1896 nasce Eugenio Montale, una delle più autorevoli voci
del movimento poetico del ventesimo secolo.
“Per
la sua caratteristica poesia, che con grande sensibilità artistica ha
interpretato i valori umani sotto il segno di una visione della vita senza
illusioni”, ricevé nel 1975 il Premio Nobel per la Letteratura.
Montale trascorse
l’infanzia e la giovinezza tra Genova e Monterosso, un paesino
incantevole sulla riviera di levante dove il mare si fa così dolce e
benigno da raccogliersi come in un lago. Fu principalmente in questo
ambiente che Montale diede un orizzonte e una casa alla sua poesia, tra le
ombre rosate dei borghi, nel blando movimento delle sue alture, oltre
l’azzurro profondissimo del mare.
Nel
1915 divenne ragioniere, un titolo che considerò sempre idiotico e
inutile per la sua avversione nei confronti dell’ordine accademico.
Cominciò, così, a dedicarsi alla musica e al canto con l’intento di
diventare baritono. Dopo la prima guerra mondiale cambiò di nuovo
direzione mostrando interesse alla poesia, e cominciò a frequentare i
circoli culturali liguri e piemontesi suscitando l’attenzione di famosi
letterati.

In
una delle sue prime poesie, Meriggiare pallido e assorto, affiora già il
distacco perentorio tra la vita e qualsiasi altra immagine: il muro
coronato da taglienti cocci aguzzi di bottiglia, il sole che acceca, le
lontane scaglie del mare e i suoni sordi del pomeriggio raccontano il suo
profondo amore per la vita e danno parola alle sue smanie in un triste
stupore.
La
prima raccolta di poesie “Ossi di Seppia” venne pubblicata nel 1925.
Il titolo allude ai residui che il mare getta a riva, rifiuti
insignificanti che sono testimoni di esistenze fallite e inutili. Il tema
predominante di queste poesia è una visione pessimistica e desolata della
vita del nostro tempo, perché con il crollo degli ideali romantici e
positivistici, la realtà appare senza senso, nebbiosa e incomprensibile.
Vivere, per Montale, è peregrinare sotto una meraviglia mesta coperta di
cocci taglienti di vetro che impediscono di spaziare oltre: la vita non ha
scopo, né significato. Tantomeno è giustificata la fede religiosa o
politica che si dice capace di consolare e liberare l’uomo
dall’angoscia esistenziale che lo perseguita. Non c’è posto per la
speranza nemmeno nella poesia:
“Non
domandarci la formula
che
mondi possa aprire”
“Noi poeti non abbiamo
parole magiche e chiarificatrici in grado di fornire certezze, come
pensano i poeti laureati.” La
sola certezza è
“Ciò
che non siamo,
ciò
che non vogliamo”,
cioè gli aspetti
negativi dell’esistenza umana. L’unico rimedio al
“Male di vivere”
è
“la
divina Indifferenza”,
il distacco dignitoso
dalla realtà nel simbolismo di una statua immobile sotto il sole ardente,
o la nuvola che va col vento e non si oppone al suo volere, o il falco
alto levato che non muta il suo volo nonostante le atrocità commesse giù
sulla terra.
Il
pessimismo di Montale si dibatte strenuamente tra la constatazione del
“male di vivere” e la speranza vana, ma sempre viva, della sconfitta
finale del male. Questa aspirazione a trasformare l’elegia in canto è
messa in risalto nelle ultime parole di “Riviere” che conclude la
raccolta “Ossi di seppia”:
“Potere
simile
a questi rami
ieri
scarniti e nudi e oggi pieni
di
fremiti e di linfe,
sentire
noi
pur domani tra i profumi e i venti
un
raffluir di sogni, un urger folle
di
voci verso un esito; e nel sole
che
vi investe, riviere,
rifiorire!”
E continua a riaffiorare in ogni aspetto, in ogni oggetto,
il persistente male di vivere come nei paesaggi selvaggi e aspri della
Liguria, nei muri desolati e scalcinati; in un “rivo strozzato che
gorgoglia” nel tentativo di ritrovare il suo corso; in una “foglia
riarsa che s’accartoccia” nel faticoso esalare dell’ultimo respiro;
nel “cavallo stramazzato” incapace di riconquistare la sua libertà.
Nel
1939 uscì la seconda raccolta di poesie “Le Occasioni” in cui le
liriche continuano nella visione tragica della vita sotto aspetti diversi:
gli amori, gli incontri, gli avvenimenti, i paesaggi che tornano a
confermare la solitudine e l’angoscia.
In
“Dora Marcus” una donna è colta nella sua inquietudine e incertezza
che cerca di allontanare affidandosi a un amuleto, un topo bianco
d’avorio tenuto nella borsetta. Dora appare, poi, nelle sue abitudini
casalinghe ignara che su lei, ebrea,
“distilla
veleno
una
fede feroce”
presentimento delle persecuzioni antisemitiche e dell’imminente guerra.
Nella “Casa dei doganieri” Montale allude alla casa a strapiombo sulla
scogliera dove avvenivano incontri segreti con la donna amata. È un
ricordo che continua a vivere solo in lui. La donna, distratta da altro,
ha dimenticato, e così conferma e drammatizza la solitudine del poeta
nelle momentanee apparizioni che illuminano per attimi effimeri la sua
torbida oscurità esistenziale.
Complessivamente
il tono della poesia montaliana è discorsivo e lascia spazio a
descrizioni paesaggistiche che ritraggono la terra e il mare della sua
Liguria in una armoniosa asprezza e uniscono il canto dell’uomo a quello
del suo mare e della sua terra.
Chi
viaggia con Montale valica i confini di ripide falesie e altissime pinete
e si tuffa in un viaggio di stupore e di incredulità, come
“andare
nel sole che abbaglia
sentire
con triste meraviglia
com’è
tutta la vita e il suo travaglio
in
questo seguitare una muraglia
che
ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”
che pongono perentoriamente fine al sogno e chiudono inesorabilmente ogni
spiraglio di speranza. Come per miracolo riaffiorano, poi,
ricordi di viaggi e visi reali o immaginati. Si prova a risorgere e
si finisce in “occasioni” totalmente incontrollabili, caotiche,
impossibili da giustificare e accettare.
Tra il 1943 e il 1945
pubblicò un’altra raccolta di poesie, “La bufera ed altro”, che
sono tra le più difficili: la distruzione, la morte e l’orrore non
riescono più ad incidere su un pessimismo che aveva ormai raggiunto
conseguenze irrimediabili nella vita di un uomo schivo, distaccato e
disilluso verso se stesso e il proprio vivere. All’inizio
del 1948 si trasferì a Milano dove lavorò come giornalista e critico
letterario al “Corriere della Sera” e al “Corriere
d’Informazione”. Scrisse anche saggi di attualità culturale e
politica e resoconti di viaggi in vari paesi del mondo, ed altri racconti.
La voce di Montale,
vent’anni dopo la sua morte, avvenuta a Milano il 12 settembre 1981,
emerge ancor oggi viva da un guscio di pudore, ritrosia, diffidenza e
insofferenza. I suoi versi sono colloqui pieni di pause silenziose che
colpiscono e feriscono l’anima di chi legge, e in poche parole
annientano. La sua fu, tuttavia, una vita vissuta all’insegna di un
sorriso dolcissimo, quasi una difesa dal mondo, pronto a riaffermare la
dignità della persona umana di fronte alle barbarie dell’ignoranza e
dell’intolleranza. Prodotto del mare che gli fu fonte di continua
ispirazione e di compagnia fino ad insinuarsi nell’anima e a confondersi
con essa. Ennio,
Polibio, Virgilio, Strabone, Dante e D’Annunzio hanno decantato il
fascino di quell’acqua in modi diversi. Per Montale fu un rifugio e un
conforto, un invito a scoprire la spontaneità della natura e luci lontane
trasfigurate dal sogno e dalla nostalgia oltre
“...il
palpitare
lontano
di scaglie di mare.”
IDEA
DICEMBRE 2001

|