.::SETTEMBRE 2001::.

SALVATORE QUASIMODO

Il tragico sentimento del tempo

di Pasquale Deserio

    

Meglio sognare che vivere. Nel vivere si soffre, si lotta, si racconta, si spiega, si giustifica. Nel sogno nessuno ti contesta, nessuno ti impedisce, e puoi fissare sulle pagine del mondo frammenti di verità a cui pervieni in momenti di grazia. Poche parole racchiudono significati allusivi, simbolici e liberi che diventano canto scarno, profondo, essenziale. Nel sogno sei un poeta!

Tale fu Salvatore Quasimodo, prodotto di una terra disperata, privilegiata e inebriante: scenario ideale per inventare sogni. Di essa scrisse:

“...una rete di sole che si smaglia

sui tuoi muri ch’erano a sera

un dondolio di lampade

dalle botteghe tarde

piene di vento e di tristezza.”

Quasimodo nacque a Modica, in Sicilia, il 20 agosto 1901 da Gaetano e Clotilde. Il padre che era capostazione delle ferrovie dello stato fu trasferito a Messina subito dopo il terremoto del 1908 per riorganizzare la stazione locale. La famiglia visse, come tanti altri superstiti, in vagoni ferroviari. Questa fu un’esperienza di dolore tragica e precoce che sconvolse profondamente l’animo del ragazzo e che non dimenticò mai. Nella poesia “Al padre” ricorda quel destino doloroso:

“Dove sull’acque viola

era Messina, tra fili spezzati

e macerie tu vai lungo binari

e scambi col tuo berretto di gallo

isolano. Il terremoto ribolle

da due giorni, è dicembre d’uragani

e mare avvelenato. Le nostre notti cadono

nei carri merci e noi bestiame infantile

contiamo sogni polverosi con i morti

sfondati dai ferri, mordendo mandorle

e mele disseccate a ghirlanda. La scienza

del dolore mise verità e lame

nei giochi dei bassopiani di malaria

gialla e terzana gonfia di fango.

Fu lezione di giorni uniti alla morte

tradita, al vilipendio dei ladroni

presi tra i rottami e giustiziati al buio

della fucileria degli sbarchi, un conto

di numerosi bassi che tornava esatto

concentrico, un bilancio di vita futura.

A diciotto anni lasciò la Sicilia e si stabilì a Roma dove studiò ingegneria, ma dovette interrompere gli studi per lavorare e vivere lontano dalla famiglia e privo di aiuti finanziari. Riuscì, tuttavia, a trovare un po’ di tempo per studiare latino e greco sotto la tutela di Mons. Rampolla del Tindaro in Vaticano. Nel 1926 venne assunto come “geometra straordinario” dal Ministero dei Lavori Pubblici e venne assegnato al Genio Civile di Reggio Calabria. Qui riallacciò vecchie amicizie che gli consentirono di partecipare a gite, letture e riunioni culturali durante le quali riscoprì la vocazione poetica e affinò il suo gusto per l’ermetismo, una corrente culturale italiana del primo ‘900. Il termine venne usato con disprezzo dal critico Flora per definire una poesia caratterizzata da un linguaggio difficile, a volte ambiguo e misterioso. Il poeta ermetico non racconta, non spiega, non fissa sulla pagina gli sprazzi di lucidità che ha raggiunto in momenti di ispirazione. La parola è usata come simbolo essenziale di un concetto misterioso contenuto tra spazi e pause lunghe che rappresentano momenti di studio e di riflessione in profonda solitudine morale.

Dai viaggi venne fuori l’incomparabile “Vento a metà della domenica”

“Triolari, mite so

fra larghi colli pensile sull’acqua

dell’isola dolce del dio

oggi m’assoli

e ti china in cuore

...

e la brigata che lieve m’accompagna

s’allontana nell’aria

grava di fiori e amore...

 

Quasimodo fu poi trasferito al Genio Civile di Imperia dove iniziò a collaborare alla rivista “Circoli” con gli amici liguri. Nel ’32 pubblicò “Oboe sommerso”, un’antologia che rispecchia tappe che hanno lasciato segni rilevanti ed esperienze esistenziali uniche. Il contenuto di questa poesia è l’esperienza psicologica dell’immaginazione, il senso musicale risvegliato da ritmi verbali stretti e dissonanti nella libertà totale del verso.

Con “Oboe sommerso” Quasimodo entrò in pieno clima ermetico attraverso metafore, immagini e antologie che isolano la parola nel periodo. Sono versi brevissimi, veloci impressioni, folgoranti intuizioni di un attimo:

“In me un albero oscilla

da assonnata riva

alata aria

amare fronde esala.”

(L’eucalyptus)

 

Nel ’34 si trasferì a Milano dove si sentì finalmente completo come uomo e come artista, accolto da una società letteraria composta da scultori, musicisti, pittori e poeti. Pubblicò più tardi con la Mondadori “Ed è subito sera”, piena di temi connessi con la solitudine, con lo sradicamento dell’uomo, con un linguaggio scarno, ma non privo di sfumature musicali e caratterizzato da un velo di tristezza:

“Ognuno sta solo

sul cuore della terra

trafitto da un raggio di sole

Ed è subito sera.”

 

Nel ’47 venne pubblicata la raccolta “Giorno dopo giorno” che porta i segni della guerra appena finita e sparge gemiti di dolore sulle macerie dell’anima e della terra lacerata da bombe che riducono a brandelli il cuore dell’uomo torturato, offeso, assassinato:

S’è udito l’ultimo rombo

sul cuore del naviglio. E l’usignolo

è caduto dall’antenna, alta sul convento

dove cantava prima del tramonto.

Non scavate pozzi nei cortili:

I vivi non hanno più sete.

Non toccate i morti così rossi, così gonfi:

lasciateli nella terra delle loro case.

La città è morta, è morta.

(Milano, agosto 1943)

 

Questa poesia è venata da un impeto di dolore che non si spegne mai, dal suono mesto di una tragedia da cui l’uomo è sopraffatto. Le immagini sono fulminee, vivide e lasciano il lettore in uno stato di smarrimento, di perplessità, di interrogativi nell’impossibilità di dare risposte che non siano nuove domande:

E dimmi, uomo spaccato sulla croce,

E tu dalle mani grosse di sangue,

Come risponderò a quelli che domandano?

(Colore di pioggia e di ferro)

 

Seguirono nel ’56 la raccolta “Il falso e vero verde”, nel ’59 “La terra impareggiabile” e nel ’66 “Dare e avere”, dove finalmente Quasimodo approdò a zone di serenità, a tregue di animo in pace con versi più lineari, più semplici, più umani, più accessibili. Il poeta si chiarisce senza rinnegare se stesso e i suoi sentimenti, anche se rimane un dolente emigrante che canta.

Nel ’59 gli venne assegnato il Premio Nobel per la Letteratura “Per i suoi componimenti poetici che con classico fuoco esprimono il tragico sentimento di vita del nostro tempo.”

Nel ’60 l’Università di Messina gli conferì la laurea honoris causa e sette anni dopo l’Università di Oxford seguì con lo stesso conferimento. Morì a Napoli nel 1968.

Sebbene fosse vissuto lontano dalla Sicilia per la maggior parte della vita, Salvatore Quasimodo rimase sempre siciliano fino al midollo. Mantenne radici profonde nella sua isola saracena, normanna, araba, greca e barocca dove i miti abbondano e le leggende fioriscono nell’anima sinuosa delle sue montagne. Il suo fu un linguaggio asciutto come le larghe falde degli Iblei e le pietre calcaree di Pontalica, come la cultura di una terra che è spina nel fianco del chiaro spirito razionale. Nei suoi versi si rispecchia e si intravede la terra iblea non per entrare nel mondo della realtà, ma per esaltarla nel gioco esemplare e rischioso dell’immaginazione: un gioco serio che ogni grande poeta ama allestire per coinvolgere il dramma infinito dell’esistenza, in un canto a volte docile, a volte misterioso, a volte doloroso. Un canto che invita a contemplare. Un canto che, seppure carico di sofferenza, è un sogno impareggiabile. Un sogno che è pura poesia.

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