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U’
SPUSALEZJ
di
Marino Marangelli
Riprendo
l’escursione sugli usi e costumi dei miei anni verdi, dopo aver
descritto nei miei precedenti articoli tutto quello che accadeva tra le
famiglie in attesa del lieto evento negli anni della mia generazione, e mi
riferisco agli anni Quaranta- Cinquanta, quando gli usi e costumi erano
completamente diversi.
Questa
volta voglio parlarvi del giorno del matrimonio, la festa e i
preparativi che la precedevano. La preparazione del matrimonio era
programmata diversi mesi prima, dopo che la famiglia della sposa aveva
consegnato la dote in biancheria e oggetti di valore. Le relative famiglie
si mettevano d’accordo sulla data del matrimonio e prenotavano la
signora che doveva fare i dolci e preparare il pranzo di nozze; Stella
dei dolci, così la chiamavano. Nelle relative abitazioni, tutti i
famigliari e gli amici venivano precettati per dare una mano, servivano le
mandorle per i pastamenel e
l’incaricata si impegnava a schiacciare le mandorle, cuocerle e
sgusciarle, un'altra parente
si preoccupava di trovare le uova più fresche e preparare i taralli
all’uovo. Insomma, tutti erano mobilitati.
Si
arriva al giorno fatidico e già dalle prime ore del mattino, in casa
della sposa, i famigliari più stretti erano in un continuo viavai. Verso
le nove arrivavano i fiori e la comare e il compare, si vestiva la sposa
con l’abito bianco e il corteo si avviava verso la chiesa, dove era ad
attendere lo sposo accompagnato da un famigliare.
Badate
bene che il corteo si spostava a piedi e non in macchina o in limosine
perché allora le macchine in paese utilizzate per sposalizi erano
poche. Io ricordo la macchina di attaviocc
e Andrea l’autista che aveva il garage in piazza XX Settembre dove
ora c’è il Banco di Napoli.
Dopo
la cerimonia, il corteo ritornava a casa della sposa e agli intervenuti
venivano offerti, in un fazzoletto di carta che era stato preparato in
precedenza, diversi dolci, un bicchierino di liquore e
‘a past alla crema.
Il
pranzo a quell’epoca consisteva in un primo di cicorie in brodo con
polpettine di carne; la sera merluzzi, triglie e polpi, che erano stati,
in precedenza, fritti e conservati in aceto. Il pranzo terminava con
dolci, caffè e liquori.
La
festa vera e propria si svolgeva nel pomeriggio a casa dello sposo,
verso le 18,00, e tutti in paese, volente o nolente, lo
sapevano perché un signore (Tonio ) aveva
avuto la geniale idea di costruirsi un giradischi con un paio di
altoparlanti che sistemati in maniera strategica
diffondeva a più non posso i più bei ballabili dell’epoca,
attirando come le mosche al miele i simpatici giovanotti, che nelle
vicinanze organizzavano vere e proprie gare di ballo.
Spesso
la casa dello sposo non consentiva di ospitare tutti gli invitati e così,
durante la distribuzione dei
dolci e del gelato ( stracchino), si sistemavano due file di sedie, mentre
gli uomini si organizzavano all’esterno e agli invitati venivano
distribuiti i fazzoletti con i dolci e il liquore rosso, e al limone (che
alla faccia dell’igiene veniva versato nello stesso contenitore che
aveva servito altre persone. Quando s’iniziava a ballare, venivano
rimosse le prime file di sedie e le ragazze si accomodavano per essere
scelte dai cavalieri per un giro di danza. I pretendenti si avvicinavano,
e con un inchino chiedevano la disponibilità. Spesso erano rifiutati
perché considerati antipatici o cafoni.
Adesso
si balla in gruppo, cosa che non ho mai digerito, ma prima il giovanotto
intraprendente si sceglieva la ragazza più carina e con tutti gli
attributi a posto, perchè quello che contava era il contatto fisico, e a
seguito di quei balli fiorivano altri amori e di conseguenza matrimoni.
Qualcuno
dei vostri genitori nati in quella generazione ricorderà benissimo tutti
gli avvenimenti che vi racconto e potrà aggiungere altri ricordi, che
adesso mi sfuggono.
Non
mi dilungo sui tempi che intercorrevano per il completamento dei
festeggiamenti tra le varie feste in casa della sposa, dello sposo e dei
compari con i relativi cummeit,
ma vorrei ricordare un uso che era in voga in quel periodo e che
causò parecchie rotture di matrimoni.
La
festa si protraeva fino alle ore piccole e gli sposi si ritiravano stanchi
e accaldati, ma la mattina dopo si presentava
la madre dello sposo, che riceveva dal figlio la prova che il
matrimonio era stato consumato e che il panno che gli veniva consegnato
portava il segno dell’illibatezza della ragazza. Genitori,
per essere più chiari, spiegatelo voi ai vostri figli.
Termino
sperando che questi miei ricordi vi giungano graditi e che vi diano la
possibilità di spiegare alla vostra prole, abituati ad altri metodi, come
era la nostra esistenza in quei tempi.
IDEA
SETTEMBRE 2008

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