.::SETTEMBRE 2008::.

 

U’ SPUSALEZJ

di Marino Marangelli

Riprendo l’escursione sugli usi e costumi dei miei anni verdi, dopo aver descritto nei miei precedenti articoli tutto quello che accadeva tra le famiglie in attesa del lieto evento negli anni della mia generazione, e mi riferisco agli anni Quaranta- Cinquanta, quando gli usi e costumi erano completamente diversi. Questa volta voglio parlarvi del giorno del matrimonio, la festa e i preparativi che la precedevano. La preparazione del matrimonio era programmata diversi mesi prima, dopo che la famiglia della sposa aveva consegnato la dote in biancheria e oggetti di valore. Le relative famiglie si mettevano d’accordo sulla data del matrimonio e prenotavano la signora che doveva fare i dolci e preparare il pranzo di nozze; Stella dei dolci, così la chiamavano. Nelle relative abitazioni, tutti i famigliari e gli amici venivano precettati per dare una mano, servivano le mandorle per i pastamenel e l’incaricata si impegnava a schiacciare le mandorle, cuocerle e sgusciarle, un'altra  parente si preoccupava di trovare le uova più fresche e preparare i taralli all’uovo. Insomma, tutti erano mobilitati. Si arriva al giorno fatidico e già dalle prime ore del mattino, in casa della sposa, i famigliari più stretti erano in un continuo viavai. Verso le nove arrivavano i fiori e la comare e il compare, si vestiva la sposa con l’abito bianco e il corteo si avviava verso la chiesa, dove era ad attendere lo sposo accompagnato da un famigliare. Badate bene che il corteo si spostava a piedi e non in macchina o in limosine perché allora le macchine in paese utilizzate per sposalizi erano  poche. Io ricordo la macchina di attaviocc e Andrea l’autista che aveva il garage in piazza XX Settembre dove ora c’è il Banco di Napoli. Dopo la cerimonia, il corteo ritornava a casa della sposa e agli intervenuti venivano offerti, in un fazzoletto di carta che era stato preparato in precedenza, diversi dolci, un bicchierino di liquore e  a past alla crema. Il pranzo a quell’epoca consisteva in un primo di cicorie in brodo con polpettine di carne; la sera merluzzi, triglie e polpi, che erano stati, in precedenza, fritti e conservati in aceto. Il pranzo terminava con dolci, caffè e liquori. La festa vera e propria si svolgeva nel pomeriggio a casa dello sposo,   verso le 18,00, e tutti in paese, volente o nolente, lo sapevano perché un signore (Tonio )  aveva avuto la geniale idea di costruirsi un giradischi con un paio di altoparlanti che sistemati in maniera strategica  diffondeva a più non posso i più bei ballabili dell’epoca, attirando come le mosche al miele i simpatici giovanotti, che nelle vicinanze organizzavano vere e proprie gare di ballo. Spesso la casa dello sposo non consentiva di ospitare tutti gli invitati e così, durante  la distribuzione dei dolci e del gelato ( stracchino), si sistemavano due file di sedie, mentre gli uomini si organizzavano all’esterno e agli invitati venivano distribuiti i fazzoletti con i dolci e il liquore rosso, e al limone (che alla faccia dell’igiene veniva versato nello stesso contenitore che aveva servito altre persone. Quando s’iniziava a ballare, venivano rimosse le prime file di sedie e le ragazze si accomodavano per essere scelte dai cavalieri per un giro di danza. I pretendenti si avvicinavano, e con un inchino chiedevano la disponibilità. Spesso erano rifiutati perché considerati antipatici o cafoni. Adesso si balla in gruppo, cosa che non ho mai digerito, ma prima il giovanotto intraprendente si sceglieva la ragazza più carina e con tutti gli attributi a posto, perchè quello che contava era il contatto fisico, e a seguito di quei balli fiorivano altri amori e di conseguenza matrimoni. Qualcuno dei vostri genitori nati in quella generazione ricorderà benissimo tutti gli avvenimenti che vi racconto e potrà aggiungere altri ricordi, che adesso mi sfuggono. Non mi dilungo sui tempi che intercorrevano per il completamento dei festeggiamenti tra le varie feste in casa della sposa, dello sposo e dei compari con i relativi cummeit, ma vorrei ricordare un uso che era in voga in quel periodo e che causò parecchie rotture di matrimoni. La festa si protraeva fino alle ore piccole e gli sposi si ritiravano stanchi e accaldati, ma la mattina dopo si presentava  la madre dello sposo, che riceveva dal figlio la prova che il matrimonio era stato consumato e che il panno che gli veniva consegnato portava il segno dell’illibatezza della ragazza.  Genitori, per essere più chiari, spiegatelo voi ai vostri figli. Termino sperando che questi miei ricordi vi giungano graditi e che vi diano la possibilità di spiegare alla vostra prole, abituati ad altri metodi, come era la nostra esistenza in quei tempi.

IDEA SETTEMBRE 2008

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