.::GIUGNO 2009::.

Niccolò Van Westerhout

e Gabriele D’Annunzio

di Giovanni Miccolis

dal numero 75, Aprile 2009 di Città Nostra

Niccolò van Westerhout fu discepolo ed amico di Antonio Tari – notissimo filosofo e critico musicale – e frequentava il suo “salotto” insieme ad alcuni intellettuali napoletani, tra i quali il letterato, critico, giornalista e commediografo Giulio Massimo Scalinger, che così rievocò il ricordo del primo incontro con il nostro concittadino in un articolo del 6 aprile 1892 sul suo giornale “Il Fortunio”: «…E fu appunto in quello stanzone, in via della Salute, ch’io vidi la prima volta van Westerhout. Sono volati oltre dieci anni da quella data. Io avevo scritto allora un articolo sovrabbondante di eccitazione per il “Lohengrin” e van Westerhout lo aveva letto. Tari…si abbandonò a una invettiva contro i maestri tedeschi e gli ammiratori di Wagner…Van Westerhout allora si levò, venne difilato fino al divano e: - “Lei è Scalinger? Bravo!” E mi strinse la mano con uno slancio di sincerità, col quale egli disse tutto quello che non poteva opporre all’inviolabile onnipotenza del filosofo furibondo…Da quella sera, Niccolò van Westerhout è mio amico… La tempesta di quella sera si dissipò lietamente. Tari tornò ilare e faceto e si spinse fino a prometterci che si sarebbe recato a udire il Lohengrin al San Carlo, lui che da dodici anni non usciva di sera. E quanto si ricrebbe su Wagner, dopo quella audizione! Van Westerhout suonò Beethoven, una di quelle nove magistrali sinfonie che, elegantemente rilegate, Tari volle regalargli e che Niccolino conserva gelosamente, come io conservo l’epistola in versi che ho voluto pubblicare accanto al ritratto di lui, oggi che il remoto e amorevole presagio di Antonio Tari deve più che mai giunger grato a lui» (Qualche anno dopo Niccolò musicò un libretto che gli sottopose l’editore Sonzogno ed era il testo del “Fortunio” di Scalinger, tratto dal romanzo omonimo di Théophile Gautier. L’epistola in versi è riprodotta nel libro di A. Massimeo alle pagine 49-52). Il maestro molese era in effetti un grande estimatore del compositore tedesco, del quale conosceva a memoria tanti brani, che eseguiva mirabilmente al pianoforte per il piacere dei suoi numerosi amici. Quando Niccolò lasciò la Casa Ricordi di Milano, che gli affidava pezzi insignificanti da musicare, aveva cominciato a comporre l’opera “Una Notte a Venezia” la cui musica, di ispirazione wagneriana, poco si adattava al testo. Si rivolse quindi al suo amico Enrico Golisciani (il librettista napoletano autore della “Tilde”, la sfortunata opera prima) per trarre un libretto da un dramma di Shakespeare, “Il Cimbelino”, la cui storia ed i cui personaggi si prestavano a ripercorrere i temi wagneriani. I personaggi del dramma lirico in quattro atti che ne ricavò erano: Cimbelino [re di Britannia], Imogene [figlia], Polidoro e Cadvalo [figli], la regina, Bellario, Pisanio, Filario, Iachino, Cornelio, Dame, Senatori romani, un Indovino, un Gentiluomo olandese, Musici, Funzionari, Ufficiali, Soldati, Messaggeri. La storia era adatta per svolgere formidabili effetti orchestrali con assonanze impetuose. Dopo la rappresentazione del dramma al Real Teatro Argentina di Roma, nei giorni 20 e 21 aprile 1892 (Stagione Carnevale-Quaresima), il critico Roberto Bracco, sul “Corriere di Napoli”, si chiese: “Il Cimbelino e l’annesso Niccolò Van Westerhout sono si o no wagneriani?”. Peppino Turco sul “Popolo Romano” replicò: “il maestro Van Westerhout è wagneriano puro sangue”. Renato di Benedetto precisò tuttavia che: «il wagnerismo del Van Westerhout è solo apparente”. Saverio Procida volle dare un parere più articolato e disse: “L’unità della concezione, la polifonia vocale e orchestrale, l’uso di certi motivi dominanti che sono l’anima e l’idea del dramma, i quali campeggiano in tutta l’opera e ritornano ogni volta che quell’idea determina o influisce sull’azione drammatica, ecco quanto di wagneriano è nell’arte di van Westerhout. È assai poco per chi conosce l’Estetica inflessibile e intransigente del Wagner e la struttura intima della “Tetralogia” e del “Parsifal”».

A noi poco interessa stabilire la natura ed i limiti del “wagnerismo” del nostro celebre concittadino, il quale comunque era un profondo conoscitore delle opere del grande maestro tedesco. Importa piuttosto conoscere il ruolo che egli ebbe nella ricerca creativa e spirituale di d’Annunzio, il quale si era avvicinato alle tematiche wagneriane già nelle pagine de “Il Piacere”, ma era alla ricerca di nuove ispirazioni per un’adesione più profonda alla spiritualità del tedesco. Il romanzo “Il Piacere”, scritto nel 1888, si allontanava dalla sensibilità romantica di fine ottocento e trasmetteva una nuova tendenza estetica, quella decadente. Benedetto Croce disse: “risuonò nella letteratura italiana una nota, fino ad allora estranea, sensualistica, ferina, decadente”. Lo scrittore pescarese si proponeva un rinnovamento del teatro italiano con la rinascita della “tragedia mediterranea”, lontana dalla civiltà e dalle leggi del mondo industriale, all’interno di uno scenario naturale, con le passioni e le esaltazioni dei tempi eroici. In questa fase creativa si era appassionato all’opera di Wagner “Tristano ed Isotta” ed alle sue problematiche, in maniera del tutto nuova e notevolmente più penetrante. Nell’estate del 1891 d’Annunzio era in viaggio con il suo amico Francesco Paolo Michetti e dopo aver visitato la Sicilia si fermò a Napoli. Doveva essere una semplice sosta che si trasformò invece in un soggiorno piuttosto lungo, tanto da durare fino al dicembre del 1893. Motivo della sua lunga permanenza a Napoli fu la frequentazione dei numerosi intellettuali, ma soprattutto il piacere di ascoltare instancabilmente la musica suonata al pianoforte da Niccolò van Westerhout. Era un piacere immenso che lo teneva inchiodato per tante ore nelle esecuzioni private che il maestro molese volentieri concedeva. E quel piacere era evidente nelle lettere che scrisse a Barbara Leoni. In quella del 17 settembre 1891 disse: “…andai da Niccolò van Westerhont [?]. E passai la notte ascoltando musica di Riccardo Wagner”. Ritornò sullo stesso argomento nella lettera del 10 ottobre 1891: “…andrò da van Westerhout ad ascoltare un po’ di musica esaltante. E ti adorerò”.

Niccolò, in questa ricerca creativa e culturale di d’Annunzio, ebbe una funzione notevole e decisiva, poiché soltanto un artista che aveva già affrontato i problemi della creazione musicale ed approfondito i procedimenti compositivi del tedesco, poteva essere di aiuto nella messa in opera di tecniche idonee a tradurre in prosa poetica i temi musicali delle creazioni di Wagner. I colloqui con il nostro concittadino e l’ascolto religioso delle sue esecuzioni al pianoforte risvegliarono in d’Annunzio l’ispirazione necessaria per la realizzazione del “Trionfo della Morte”. Protagonista del nuovo romanzo era Giorgio Aurispa, giovane colto e raffinato di nobile origine, che aveva abbandonato la sua città per trasferirsi a Roma, senza alcun impiego, ma giovandosi dell’eredità dello zio suicida Demetrio. Nella capitale, Giorgio iniziava una relazione appassionata con una donna sposata, Ippolita Sanzio, un rapporto sentimentale con una intensità violenta e sensuale, tipica della prosa dannunziana. L’amore per Ippolita non fu capace di dare alcuna soddisfazione al protagonista angosciato ed oppresso per il quale non rimase altra scelta che quella di porre fine al “mal di vivere”. Ritornava così il tema della morte del protagonista, come ne “Il Piacere”, ma in modo più violento e drammatico. Il “Vate” pescarese era consapevole della novità della sua nuova proposta artistica, così come si rileva nelle lettere del 23 marzo e del 4 maggio 1892 dirette a George Hèrelle. Più categorico fu nell’epistola diretta a Francesco Paolo Tosti del 20 luglio 1894: «Hai veduto nel “Trionfo della Morte” la parafrasi letteraria del “Tristano ed Isotta” Come ti è parsa?». In margine un piccolo episodio inedito che attesta la passione per la musica della famiglia van Westerhout. Gasparro (sartore) sposò Porzia Caleprico ed ebbe sei figli, tra cui Settimio Onofrio, che fu musicista e Maestro di Cappella della Cattedrale di Monopoli. (Settimio) Onofrio sposò Antonia De Bellis ed ebbe sette figli, tra i quali il terzogenito Nicola, maestro di musica e padre di Niccolò, ma, molto probabilmente, anche Porzia (col nome della nonna). Tra le carte del Monastero di San Benedetto di Conversano risultano infatti alcune carte, “patti” fatti dalla Badessa e monache di San Benedetto per tenere Porzia van Westerhout come “maestra di cappella”, esonerandola da tutti gli altri compiti; impegno quindi della van Westerhout di “sonar sempre l’organo” e “d’imparare quelle monache… e di canto fermo e di canto figurato alla Palestina”. L’estro e la magia musicale si perfezionarono nel buon “Niccolino”, il quale riuscì a conquistare il cuore e l’anima dei poeti ed intellettuali che lo circondavano, ma le sue opere non gli dettero il giusto compenso spirituale, morale e materiale. Dopo la sua morte il mondo musicale sentì il grande vuoto e si vollero riascoltare anche all’estero le sue splendide composizioni (voglio citare soltanto la rappresentazione in lingua tedesca della “Doña Flor” al Teatro Municipale di Breslavia nell’ottobre 1900). Gloria effimera che non procurò alcun vantaggio materiale ai familiari superstiti ed il destino dei suoi poveri resti mortali è noto a tutti.

 

 

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